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Per ricominciare a respirare

“Adrano Libera” non è solo il nome di un’operazione di Polizia. Il contributo di Mauro Gemma

La notte del 23 febbraio non è stata infuocata solo perché l’Etna ci ha regalato l’eruzione più spettacolare degli ultimi anni, ma anche perché ad Adrano un’operazione di Polizia, coordinata dalla Procura Distrettuale di Catania, ha coinvolto 34 esponenti del clan Santangelo-Taccuni, articolazione dei Santapaola-Ercolano sul territorio adranita. Quindici di loro sono stati condotti in carcere, altri dodici si trovavano già in galera, poi quattro sono finiti ai domiciliari e ai restanti tre è stato notificato l’obbligo di firma.

Cosca Santangelo-Taccuni

Chi non è nato qui, chi non conosce pietra per pietra il Castello Normanno, chi non ha respirato più o meno da vicino una certa “aria” forse non può capire fino in fondo quale suono possa assumere la frase “decapitazione di un imponente sodalizio di stampo mafioso” se seguita da “disarticolando la cosca Santangelo-Taccuni di Adrano”. Vero è che locuzioni come queste le abbiamo lette e sentite decine di volte, così come è vero che Adrano non è l’unico Comune al mondo brandito dalla mafia.
Il fatto però è che qui la comunità-paese non esiste, il tessuto sociale è fortemente lacerato, la vita culturale è assente non giustificata, la povertà di idee la fa da padrone e la gran parte dei cittadini vive una vita privata, in entrambi i sensi che possono venire in mente. Adrano è debole, e lo è da anni.

Le scuse per un torto mai compiuto

Se possibile, sembra che nelle città più grandi la mafia possa fare un po’ meno paura, perché “siamo più numerosi, perciò è meno probabile che tocchino proprio me”. Nei paesi invece i mafiosi li conosci da vicino, ci sei andato a scuola insieme o ti sarà capitato di parlamentare con uno di loro, ancora in versione ‘apprendista’, per evitare a un tuo conoscente un brutto quarto d’ora. Oppure magari hai dovuto chiedere scusa per un torto mai compiuto, solo per evitare guai peggiori. Quei volti noti, quei nomi nella testa di tutti e mai detti ad alta voce, al massimo bisbigliati. Da quando ho memoria su Adrano aleggia una strana cappa, discreta e silenziosa, ma sinistra e palpabile. Una nebbia che sparisce inspiegabilmente già solo spostandosi di qualche chilometro. Quest’atmosfera ha un retrogusto che mentalmente associ all’impossibilità di salvare qualcuno o qualcosa, in questo caso una comunità intera.

Un cambio di rotta

Eppure sembra che da qualche tempo le cose stiano prendendo un’altra piega. E non solo ad Adrano per fortuna. Negli ultimi anni, per esempio, le denunce relative a episodi di estorsione sono aumentate notevolmente. E questo sta succedendo anche qui, una città ammantata di un’omertà quasi atavica, cronica. Vuoi per stanchezza, vuoi perché la gente non ha più soldi per pagare, molte vessazioni iniziano a essere denunciate. La richiesta del pizzo, forse la più vigliacca tra le attività criminali, sta finalmente trovando qualche ostacolo. Forse per stanchezza e per indisponibilità economica, dicevo, o forse c’è dell’altro. Molte di queste denunce sono ancora in forma anonima, ma è già un passo: fino a qualche anno fa, infatti, ad Adrano si contavano sulle dita di due mani quelli che avevano anche solo l’ardire di esprimere apertamente una frase di condanna verso la criminalità organizzata.

Le istituzioni sono presenti

Ed è per questo che stavolta il nome di un’operazione di Polizia non può essere soltanto un artificio retorico con il quale si battezzano mesi di indagini. Si capisce che stavolta può essere diverso dalle parole di Marco Basile, dirigente della Squadra Mobile di Catania, che alla stampa dice che “l’operazione si chiama ‘Adrano Libera’ proprio come risposta e segnale che Adrano certamente non soccombe a queste leggi […] e ci sono forze dell’ordine, c’è un’attività dell’autorità giudiziaria che dimostra che lì le istituzioni sono presenti”. Può bastare? È sufficiente l’azione di repressione del fenomeno? Certo che no, questo lo sanno gli stessi inquirenti. Serve ri-costituire il tessuto sociale, spingere davvero su scuole e luoghi di formazione, ridisegnare la fiducia delle persone e piano piano il trend cambierà. Certo, avere un mercato del lavoro più florido toglierebbe manovalanza alla criminalità organizzata, ma in questa sede non c’è lo spazio per aprire questa parentesi. È un elemento di primo piano però, lo sappiamo.

Adrano sconfortata e demoralizzata

Chi è nato qui, chi conosce pietra per pietra il Castello Normanno, chi ha respirato più o meno da vicino una certa “aria” si sente dire da sempre, e ripete a sua volta, che “ci sarebbero così tante possibilità qua…”, “Adrano dovrebbe essere piena di turisti”, “il pistacchio ce lo siamo fatti fregare dai brontesi, perché sono stati più bravi” e una lunghissima serie di ‘vorrei, ma non posso’, ‘peccato, pazienza’, ‘dai, sarà per la prossima’. Intendete la prossima vita? Ed ecco che a un tratto diventa chiaro il perché, da decenni, la gente di Adrano sia così sconfortata e demoralizzata, rassegnata perché non riesce a mandar via questa nube fantozziana che sembra aver messo qui le sue radici, tanto che forse non ci si prova quasi più a scacciarla. Un po’ per non-coscienza, un po’ per assuefazione, poi anche per incapacità. La si esorcizza, parlando delle bellezze e delle eccellenze culinarie che il territorio esprime, vantandosene fuori e dentro le mura, ma mai qualcosa di concreto per sollevargli la testa a quella comunità verso la quale a parole si esprime un così forte attaccamento. E poi c’è la parte bene della città, che, come spesso succede a tutte le latitudini, si crogiola del suo status e si volta dall’altra parte, sistematicamente.

La bocca cucita di Turi Ercolano

Eppure, dicevo, i segnali degli ultimi tempi possono essere le prime brecce a questa cortina. Sia chiaro, qui nessuno è nato ieri né pensa di trotterellare nel Paese delle Meraviglie: ci vorrà tempo e, oltre al lavoro delle forze dell’ordine, servirà l’azione delle istituzioni politiche di concerto con quelle educative e sociali. Solo qualche ora prima del blitz ad Adrano, a Torino era stato tratto in arresto e condotto ai domiciliari Turi Ercolano, cugino del boss Nitto Santapaola. Proprio quell’Ercolano che il 21 maggio 1986 al Maxi-Processo a Cosa Nostra si presentò nell’aula-bunker dell’Ucciardone con la bocca “cucita” da una spillatrice da cancelleria. Al presidente disse: “Mi dica lei come mi debbo comportare. L’unica mia difesa è la bocca e a questa bocca non crede nessuno. Così me la sono cucita”. A quella performance seguirono trent’anni di carcere, ma la libertà riconquistata nel 2013 Ercolano se l’è giocata di nuovo.

Cittadini gelosi della propria libertà

Torniamo dalle nostre parti. Visto il sentimento che sembra maturare, forse davvero la gente si sta stancando di mettere la propria libertà in mano ai soliti capetti, spietati in branco e poi pentiti per auto-interesse. Altro che bocche cucite: molti cittadini vogliono poter parlare liberamente. E questa voglia si allargherà a macchia d’olio quando si capirà che è un volere comune, quando finalmente si sconfiggerà la paura e si creerà un effetto-contagio, perché a quel punto sarà chiaro che non siamo incoscienti o eroi, ma solo cittadini gelosi della propria libertà. Il blitz del 23 febbraio non segna certo la fine di un fenomeno, ma è un tassello. Ormai da tempo la mafia è meno forte e mostra delle crepe. E forse serve solo tempo, accompagnato da azioni, perché scomparire sarà la sua fine naturale, il suo destino ineludibile.
Allora sì che si potrà costruire una Sicilia davvero libera.

Mauro Gemma

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