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Un comune su sei in dissesto. Anci Sicilia: “Il peso della crisi”

Un siciliano su cinque vive in un comune con problemi di bilancio. Per Mario Emanuele Alvano segretario di Anci Sicilia il problema parte dalla crisi economica e dallo spopolamento dei territori

Su 390 comuni siciliani, 65 sono in stato di dissesto di bilancio o hanno avuto accesso a un piano di riequilibrio finanziario. In pratica il 17 per cento è in difficoltà finanziarie, cui si aggiunge l’ex provincia, oggi libero consorzio, di Siracusa. In termini di popolazione il dato, che proviene dall’assessorato regionale alle Autonomia locali, riguarda non solo piccoli centri ma soprattutto la seconda città dell’isola, Catania, e almeno 10 grandi comuni su 42: Augusta, Bagheria, Caltagirone, Carini, Favara, Giarre, Lentini Milazzo, Monreale, Partinico e Comiso (anche se quest’ultima sta uscendo dalla procedura di dissesto). Messina, terza città per popolazione, ha aderito alla procedura di riequilibrio, il cosiddetto “predissesto”, che riguarda ben 23 comuni, il 6 per cento del totale.

Un problema che parte dal federalismo fiscale

Considerando la popolazione dei comuni in dissesto o predissesto, la percentuale di siciliani che vivono una carenza di risorse sui territori, con tariffe per i servizi quali la raccolta dei rifiuti con aliquote al massimo, sale dal 17 a oltre il 20 per cento e tocca più di un milione di cittadini. “Il conteggio tra l’altro non comprende i Comuni strutturalmente deficitari, una situazione molto più diffusa, con buona parte di questi che non hanno ancora approvato i bilanci”, specifica il segretario generale di Anci Sicilia Mario Emanuele Alvano. Secondo l’associazione “gli enti vivono da dieci anni a questa parte prevalentemente di tributi locali, ovvero dall’attuazione del federalismo fiscale, una rivoluzione copernicana. Prima – prosegue Alvano – il bilancio degli enti locali si reggeva prevalentemente dalle risorse statali e regionali, cosa che avviene ancora per i comuni sotto i 5 mila abitanti in Sicilia che godono di trasferimenti superiori alla media. Per chi ha già più di 6 mila abitanti conta la capacità di riscossione che da noi è piena in crisi, motivo per cui nell’elenco ci sono molti grandi comuni”, spiega.

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Unione dei comuni: vietata in Sicilia, risorsa in Italia

I livelli di riscossione di Imu e Tari, le maggiori entrate per i comuni, sono spesso sotto il 50 per cento, “e in casi rari superiamo l’85, un dato perfettamente nella media in altre parti d’Italia”, prosegue Alvano. Secondo il segretario generale il modello da seguire potrebbe essere l’Emilia Romagna “dov’è possibile per i comuni unirsi e gestire i servizi con uffici centralizzati. In Sicilia invece c’è una legge regionale che lo vieta espressamente. Così mentre nel resto d’Italia i comuni diminuiscono, nell’isola abbiamo 205 piccoli centri. Altrove – prosegue – si mettono insieme e, raggiungendo quote anche di 150 mila abitanti, possono permettersi personale e competenze che molte zone siciliane non avranno mai”.

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“Spesso le case valgono davvero solo un euro”

Senza contare lo spopolamento, soprattutto di popolazione attiva. Alvano parla di zone particolarmente colpite dal fenomeno, come le province di Enna e Caltanissetta, o il calatino “dove un immobile magari di 300 o 400 metri quadri ormai non ha un reale valore commerciale. E i proprietari preferiscono abbandonare quello che è diventato un costo, con nessuna possibilità di riutilizzare il bene”. La situazione degli immobili sfitti o abbandonati è quindi uno dei primi indici per verificare le difficoltà di un territorio: “la casa era il bene rifugio per eccellenza, ora spesso è più un costo che un vantaggio. In molti comuni le case magari valgono davvero un euro, e iniziative come quelle attuate in alcuni piccoli centri hanno avuto grande successo. Ma se non c’è un mercato e una richiesta, una economia che funziona, non c’è molto da fare”.

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Le deroghe non bastano: “Il problema è economico”

Dal punto di vista amministrativo, il rischio di non poter riscuotere in maniera certa i tributi porta a dover “inserire in bilancio, secondo la regola dell’armonizzazione contabile, dei fondi crediti di dubbia esigibilità sempre più consistenti, eliminando le risorse dai servizi da erogare e immobilizzando risorse per poter stilare i bilanci. Il combinato disposto del peso dell’economia in crisi e delle regole ci ha portato, come Anci, a premere più sullo sviluppo di politiche economiche nei territori piuttosto che agire dal punto di vista amministrativo. Lo sviluppo economico è l’unico modo per ovviare in maniera strutturale”. Il dato, tristemente confermato dal Documento di economia e finanza della regione siciliana, che prevede un Pil in decrescita dello 0,4 per cento, porta molti comuni a cercare strumenti per superare la difficoltà. “Vi sono comunque dei sistemi per sopravvivere a periodi particolarmente difficili, come le richieste di aumento delle anticipazioni di tesoreria oppure interventi in deroga sul fondo crediti di dubbia esigibilità. Ma sono misure che, se fosse attuato il fondo di solidarietà del federalismo fiscale (che prevede che i territori più ricchi cedano parte della propria ricchezza), potrebbero essere aggirate. Il problema però resta strutturale e riguarda l’economia: lo si risolve solo riattivando la capacità imprenditoriale dei territori”, conclude il segretario generale di Anci Sicilia.

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Leandro Perrotta
Leandro Perrotta
Trentasette anni, tutti vissuti sotto l’Etna. Dal 2006 scrivo della cronaca di Catania. Sono presidente del Comitato Librino attivo, nella città satellite dove sono cresciuto.

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