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Ma quale plexiglas, balneari: “Più certezze e meno tasse”

La stagione è compromessa e della 'fase due' non si sa ancora nulla. Chi gestisce uno stabilimento si ritrova adesso senza credito e con il rischio di beccarsi un verbale

I plexiglas tra un’ombrellone e l’altro? “Solo chi non sa cosa vuol dire gestire una spiaggia può avere un’idea del genere”. Per salvare il salvabile di una stagione compromessa servirebbe altro: meno tasse, meno lacci sui contratti, l’adeguamento alla legge nazionale sulle concessioni balneari. E soprattutto regole certe, che al momento non ci sono. “Oggi l’unica cosa sicura è che per un tubo rotto si rischia un verbale”. Sono alcune delle richieste di Ignazio Ragusa, presidente regionale del sindacato italiano balneari di Confcommercio.

Bagnanti con l’acqua alla gola

Dire che le prospettive, per questa stagione, non sono rosee è dir poco. “Non si lavorerà per guadagnare”, spiega Ragusa. E non è solo una questione di chiusure e fantasiose barriere trasparenti. Oltre alla “possibilità di limitare gli ingressi”, c’è il fatto che “dopo mesi senza o con meno lavoro, le persone in tasca hanno poco e il loro potere d’acquisto sarà minore. Tutti vorranno recuperare quanto perso e, quindi, non faranno ferie. Potrebbe esserci una maggiore affluenza solo il sabato e la domenica”. Regole permettendo. Perché, a metà aprile, i balneari non sanno ancora nulla. “Non sappiamo a chi sarà rivolta la nostra offerta, né con quali norme”, afferma il presidente regionale del Sib. “Impegnarsi e investire senza sapere quando e come si potrà aprire non è facile. Si naviga alla cieca”.

Multati per manutenzione

Le direttive “non sono chiare”, “è tutto confuso”. Ci sono comuni in cui sembra poter essere sufficiente una comunicazione al prefetto e altri in cui i sindaci danno interpretazioni ancor più restrittive di quelle previste dai Dpcm. “A Catania ci sono state persone multate solo perché sono andate a verificare lo stato della loro azienda”. Sì, perché i balneari al momento non solo non possono aprire. Non possono neppure fare manutenzione o un sopralluogo per capire se la struttura è ancora in piedi. Dietro quei tre mesi di pienone, spiega Ragusa, ci sono “i costi legati alle operazioni di montaggio, al livellamento della sabbia, alla sanificazione e alla pulizia dei servizi”. La manutenzione si spalma su tutto l’anno, ma di norma si intensifica a marzo. E “servono almeno due mesi” per rendere la struttura utilizzabile. “Oggi invece le spiagge sono invivibili, sporche”. I balneari non possono (letteralmente) mettere mano alle strutture, non sanno neppure se le spese saranno coperte dai futuri incassi. E anche in caso di via libera ci sarebbe un altro problema: dove prendono i soldi?

I balneari senza banca

In un momento di crisi improvvisa e violenta, c’è sì il problema di reggere. Ma, ancor prima, c’è un tema di liquidità. Servono contanti da spendere subito. Di solito, per i gestori degli stabilimenti arrivano dagli acconti degli abbonamenti: sdraio e ombrelloni presi in anticipo sono una garanzia. Una liquidità che quest’anno è evaporata. Impossibile chiedere ai clienti pacchetti che, a oggi, non esistono. L’alternativa è allora la banca. Peccato che i balneari non siano più, in molti casi, “bancabili”: non riescono ad avere un prestito. La loro garanzia è infatti la concessione demaniale che permette di lavorare su un pezzo di spiaggia (di proprietà pubblica). Ma a oggi, in Sicilia “i balneari non hanno la certezza di esistere dopo il 2021”. La Regione non ha infatti recepito la legge nazionale che estende le concessioni al 2033. “Basterebbe un decreto”, dice Ragusa. Senza, invece, la banca respinge la richiesta di prestito perché prevede un stagione in perdita senza la certezza che il rosso si possa recuperare nei prossimi anni. La Regione, con la quale è in corso un dialogo che il presidente del Sib definisce “proficuo”, ha intanto promesso una sospensione dei canoni demaniali. I gestori non pagheranno. Ma l’ufficialità della misura non è ancora arrivata.

Aiuto, servono bagnini

Le spiagge devono essere sicure. E non solo per diminuire il rischio di contagio. Ma i lidi potrebbero trovarsi a corto di personale. I corsi per diventare bagnini durano un paio di mesi e non sono neanche partiti. Si dirà: possono tornare in spiaggia quelli che hanno già ottenuto l’attestato negli anni scorsi. No, non è così semplice. “È un lavoro stagionale – spiega Ragusa – ed è quindi normale che i bagnini cerchino altri contratti che durino tutto l’anno. C’è una perdita fisiologica di maestranze. E sarà ancora maggiore in una stagione così breve”. Tradotto: se un ragazzo che ha lavorato tre mesi all’anno trova un altro lavoro più stabile, non molla tutto per qualche settimana al mare. Ecco perché servono sempre nuovi bagnini. Potrebbe essere utile trovare “una soluzione per fare attestazioni in modo più rapido”.

Le richieste su lavoro e imposte

Più in generale, gli stabilimenti avranno un problema costi del personale: “Senza i volumi degli anni scorsi, non saremo in grado di sostenerli”, afferma il rappresentante del Sib-Confcommercio. Anche perché la stagione, oltre a essere più breve, vedrà concentrarsi le presenze nel fine settimana. Servirà molto personale il sabato e la domenica e poco negli altri giorni. Le norme che Ragusa definisce “ingessate” rischierebbero invece di “creare disservizi”. Pochi addetti quando sarebbero necessari, troppi quando gli ombrelloni saranno vuoti. “Non ci sono gli elementi per lavorare con serenità”. Senza incassi (o con fatturati di molto ridotti) l’unico modo per stare a galla è ridurre i costi. Oltre a quelli del personale, ci sono il canone demaniale (che la Regione, come detto, ha promesso di bloccare) e le imposte. “Sarebbe un’aiuto importante diminuire o annullare Imu e Tarsu, che costano anche decine di migliaia di euro”.

Leggi anche – Reddito di emergenza, autonomi, affitti: le novità del “decreto aprile”

Gli stabilimenti facilitano il controllo?

Secondo Ragusa, alleggerire il peso fiscale e sostenere i balneari anche con interventi “a costo zero” (come l’autorizzazione a fare manutenzione sin da subito) non è solo una questione economica ma anche, per tornare al coronavirus, sanitaria. “Strozzando l’impresa diminuisce il controllo dell’utenza”. Cioè? “Quando ci sarà più libertà, nella ‘fase due’, si dovrà convivere con il virus. Le persone avranno bisogno di trovare relax al mare. Ma nelle giornate di luglio e agosto sarà complicato per le forze dell’ordine far rispettare un comportamento corretto. Chi presidierà le spiagge?”. Ecco perché Ragusa si dice convinto che gli stabilimenti, in un modo o nell’altro, riapriranno: “Saranno utili alla gestione dell’emergenza”. In pratica, oltre a essere una valvola di sfogo, renderebbero più semplice gli ingressi contingentanti e il rispetto delle distanze. Tutti, infatti, dovrebbero essere trattati alla pari: “Le spiagge libere o non gestite da privati devono tenere le stesse regole. Non ci si ammala in maniera diversa”.

Fase due: “Salvare la pelle”

I gestori degli stabilimenti sperano quindi di riaprire, anche se le idee sulla fase due sono poche e confuse. L’ipotesi di pannelli in plexiglas che circondano gli ombrelloni “non è applicabile”, afferma il presidente del Sib. “Non è immaginabile chiudersi in un box con aria stantia, al caldo. Ci sarebbe l’esigenza di una sanificazione continua. Chi ipotizza una cosa del genere avrà altre competenze ma non ha idea di cosa voglia dire gestire una spiaggia”. Le organizzazioni di categoria chiedono quindi di essere coinvolte nel processo che definirà le regole per andare al mare durante questa estate. “Vorremmo non essere visti solo come portatori di interessi. Anche perché per quest’anno di interessi ce ne sono pochi. Forse c’è solo quello di salvare la pelle”.

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Paolo Fiore
Paolo Fiore
Leverano, 1985. Leccese in trasferta, senza perdere l'accento: Bologna, Roma, New York, Milano. Ho scritto o scrivo di economia e innovazione per Agi, Skytg24.it, l'Espresso, Startupitalia, Affaritaliani e MilanoFinanza. Aspirante cuoco, sommelier, ciclista, lavoratore vista mare. Redattore itinerante per FocuSicilia.

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