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Beni confiscati: “Con la vendita rischiano di tornare alle mafie”

Uno studio dell'Università di Catania ha dimostrato l'effetto benefico dell'uso sociale dei beni sottratti alla criminalità. Bocciato il ricorso al mercato, semplificato dal decreto sicurezza di Salvini

La destinazione per fini sociali dei beni confiscati, in alternativa alla vendita, è finora stata considerata l’unico strumento efficace per contrastarne il ritorno nella disponibilità della criminalità organizzata. Un assunto dimostrato, numeri alla mano, dallo studio di quattro ricercatori del Dipartimento di Economia dell’Università di Catania, Livio Ferrante, Francesco Reito, Salvatore Spagano e Gianpiero Torrisi. La ricerca, presentata lo scorso dicembre nel corso della quindicesima conferenza della Società italiana di Diritto ed Economia, con il titolo “Shall we follow the money? Anti-mafia policies and electoral competition“, ha incrociato dati statistici, immobiliari e informative delle direzioni antimafia. Risultato? Se messi in vendita c’è il rischio che i beni “finiscano nuovamente nelle mani della criminalità”.

Ricerca scientifica vs decreto Salvini

I risultati dello studio entrano in contrasto con quanto previsto dal Decreto sicurezza, elaborato dall’ex ministro dell’Interno Matteo Salvini, che prevede la semplificazione della vendita, mettendo in atto un sistema d’incentivi che favoriscono l’ipotesi, finora marginale, della dismissione degli immobili da parte dell’Agenzia nazionale per l’amministrazione e la destinazione dei beni sequestrati e confiscati alla criminalità organizzata ( Anbsc). “Lo studio – spiega Livio Ferrante, uno degli autori – analizza i risultati elettorali nei 390 comuni siciliani durante le ultime quattro elezioni regionali e si basa sul presupposto, ampiamente riconosciuto in letteratura, che la presenza della criminalità organizzata è in grado di influire sui risultati aumentando il livello di concentrazione di voto”. I ricercatori hanno quindi preso in considerazioni le due principali misure di contrasto alla criminalità organizzata: lo scioglimento dei consigli comunali e la confisca e riassegnazione dei beni in mano alla mafia. “Abbiamo econometricamente dimostrato – afferma Ferrante – come l’unica policy in grado di ridurre l’influenza della mafia sia quella della riassegnazione dei beni confiscati alla mafia per fini sociali. Qualsiasi utilizzo alternativo, compresa la vendita, risulta del tutto ininfluente”. Il tema è di particolare interesse per la Sicilia: sono più di 13 mila i beni confiscati alle mafie, oltre un terzo del totale italiano (32 mila). Tra questi, 6 mila e 400 sono ancora da destinare, e quindi potenzialmente vendibili sul mercato.

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Bonus ai dirigenti che facilitano le vendite

L’Anbsc, che al momento ha in gestione – onerosa -, oltre 6 mila e 600 tra immobili e aziende nella sola regione, riceverebbe per la gestione delle proprie attività istituzionali il 20 per cento del valore di ogni bene venduto, somma che si sottrae a quella da convogliare, al netto del ricavato, nel Fondo Unico Giustizia finalizzato al risarcimento delle vittime dei reati di tipo mafioso. Il decreto Sicurezza prevede anche un bonus, che arriva fino al 30 per cento del valore assegnato all’Agenzia, che verrà destinato alla contrattazione integrativa del personale. Ovvero bonus che percepiranno funzionari e dirigenti direttamente coinvolti nelle operazioni. Le vendite, secondo quanto previsto, potranno inoltre essere condotte con trattative private per somme inferiori ai 400 mila euro, semplificando le procedure e conseguentemente aumentando il rischio di “ritorno” nelle mani delle organizzazioni criminali, tramite l’utilizzo di prestanome.

Tre mila beni confiscati solo a Palermo

Il conteggio, effettuato da Anbsc, è aggiornato al 2018 e comprende immobili, poco meno di 12 mila, e oltre mille aziende nella sola Sicilia. Il progetto Confiscati bene ne fornisce una mappa riportando i dati ufficiali – disponibili anche in formato csv per altre elaborazioni -, dal portale Openregio di Anbsc. E si evince come i beni confiscati siano presenti in oltre la metà dei comuni dell’isola, con particolare concentrazione a Palermo – 6 mila nella provincia, di cui più della metà nel capoluogo -, oltre 2 mila nella provincia di Trapani, e più di mille in quelle di Catania e Caltanissetta. Meno della metà dei beni, circa 6 mila e 400, hanno al momento trovato una destinazione per il riutilizzo sociale tramite assegnazione per fini sociali o istituzionali in Sicilia, come previsto dalle finalità stesse dell’Agenzia, in ottemperanza al Codice Antimafia.

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Un pericolo anche per la Procura nazionale antimafia

Il pericolo connesso alla vendita ha peraltro portato lo scorso dicembre all’istituzione, tra la Procura Nazionale Antimafia e Antiterrorismo, guidata dal procuratore Federico Cafiero de Raho, e l’Anbsc diretta dal prefetto Bruno Frattasi, di un protocollo per il rafforzamento delle verifiche antimafia per la vendita dei beni immobili confiscati per i quali non sia stata possibile la destinazione a scopi sociali o istituzionali. Il protocollo, secondo quanto dichiarato nel comunicato diffuso al momento della firma, “garantisce un ulteriore supporto per affrontare risolutivamente il paventato rischio di interferenze volte a riportare il bene nelle mani delle organizzazioni criminali che ne erano state spossessate, fermo restando il carattere residuale di tali alienazioni, le quali continueranno ad essere subordinate alla perdurante impossibilità oggettiva di destinare il bene alle prioritarie finalità sociali o istituzionali”.

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Leandro Perrotta
Leandro Perrotta
Trentasette anni, tutti vissuti sotto l’Etna. Dal 2006 scrivo della cronaca di Catania. Sono presidente del Comitato Librino attivo, nella città satellite dove sono cresciuto.

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