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Bioenergie, gli scarti sono un tesoro che la Sicilia spreca

La regione non valorizza abbastanza scarti agricoli e rifiuti biologici, da utilizzare per produrre energia. Perdendo così quasi 100 milioni di euro l'anno.

Energia termica ed elettrica dagli scarti organici delle case, dalle foreste e dall’agricoltura: un patrimonio poco valorizzato in Sicilia, anche se la Regione ci punta negli obiettivi al 2030 previsti nel nuovo piano energetico.

Ce lo chiede l’Europa

Biomasse, biometano, bioliquidi fanno parte del mondo delle cosiddette bioenergie, un ambito consolidato in Europa da diversi anni. La vecchia direttiva sulla rinnovabili (la nuova è stata pubblicata lo scorso dicembre sulla Gazzetta ufficiale dell’Ue) risale al 2009 e già forniva un ruolo centrale alle bioenergie: entro il 2020 – ricorda l’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale (Ispra) – i Paesi comunitari avrebbero dovuto alimentare il 20 per cento dei consumi energetici da rinnovabili. E metà di questa quota, circa il 10 per cento, sarebbe stata alimentata dalle bioenergie. Proprio quella direttiva comunitaria assegnava i criteri di sostenibilità dell’utilizzo delle bioenergie a fini energetici anche in termini di ottenimento degli incentivi, poi recepiti in Italia dal decreto legislativo del 31 marzo 2011.

L’energia è circolare

Nella corsa alla riduzione dell’utilizzo delle fonti fossili, le bioenergie sono un inno all’economia circolare. I rifiuti biologici delle case, dei giardini o dei campi, gli scarti agricoli e forestali, le deiezioni animali sono materiale prezioso per produrre energia sostenibile. Il biogas, ad esempio, si produce in specifici impianti che permettono quella che i tecnici definiscono la “digestione anaerobica”, dove la biomassa viene sottoposta a un naturale processo di degradazione biologica operato da batteri in assenza di ossigeno. Da questo processo derivano due sottoprodotti: il primo è il biogas dai molteplici utilizzi, ad esempio per produrre elettricità, per la cogenerazione elettrica e termica o come biometano per trasporti o da immettere in rete al posto del gas naturale in seguito a un processo di upgrading (rimozione della Co2); il secondo è il digestato, che può essere utilizzato anche come concime in agricoltura, sebbene ormai da diversi anni siano stati sollevati dubbi sull’utilizzo massiccio e sulle conseguenze per le falde acquifere. Il “Position Paper sulle agro energie” pubblicato a luglio ed elaborato dal ministero delle Politiche agricole alimentari, forestali e del turismo, in collaborazione con il Consiglio per la ricerca in agricoltura e l’analisi dell’economia, Coldiretti, Confagricoltura e Cia, parte da un presupposto, ribadito anche da fonti ministeriali: “Occorre promuovere ulteriormente le bioenergie”.

Sicilia indietro tutta

Il piano energetico ambientale della Regione siciliana, il cosiddetto Pears, che alla fine di luglio ha visto l’avvio della procedura di Vas (valutazione ambientale strategica) da parte della commissione del ministero dell’Ambiente, stima, per il 2030, un incremento della produzione di energia rinnovabile del 50 per cento dalle biomasse solide e del 10 per cento dal biogas per la produzione del biometano. Il patrimonio da sfruttare ci sarebbe, però la Sicilia non sembra ancora aver innescato la giusta strategia per attivare la filiera delle bioenergie. Lo dicono i dati del Gse (Gestore dei Servizi Energetici) che nell’ultimo rapporto disponibile, pubblicato lo scorso gennaio e aggiornato al 2017, censisce appena 43 impianti da bioenergie nel settore elettrico (in Lombardia sono 729), con una potenza installata da 75,1 MW. Si tratta appena dell’1,4 per cento degli impianti italiani e la produzione, sommando biomasse, bioliquidi (ad esempio olio di palma, olio e grassi animali e via dicendo) e biogas, mette assieme poco meno di 160 GWh. La Calabria raggiunge 1153 GWh soltanto con le biomasse.

Una patrimonio da sfruttare

Diversi studi hanno tentato di fornire qualche numero sul potenziale inespresso del territorio siciliano. I più recenti arrivano dall’Università di Catania. Lo scorso aprile, il dipartimento di Scienze agrarie, alimentari e ambientali ha calcolato che ci sarebbero 4 milioni di tonnellate di biomassa convertibili in biogas e biometano, dalle quali ottenere 255 milioni di normal metri cubi (Nm3, unità di misura dei gas), cioè circa l’11 per cento della produzione nazionale. Vorrebbe dire produrre 408.072 MWh all’anno di energia elettrica e 305.672 MWh di energia termica. Non sono numeri da poco: considerando un consumo medio annuale di circa 3000 kWh per un famiglia di 4 persone, la produzione elettrica da biomasse potrebbe coprire le esigenze di circa 130 mila famiglie. Dal Gse arriverebbero così, sempre secondo la proiezione dell’ateneo, introiti tra 73 e 96 milioni di euro. Un altro studio, più vecchio di qualche anno e condotto dal professore Biagio Pecorino del dipartimento di Agricoltura, alimentazione e ambiente dell’Università di Catania, si chiama “Biomethane done right An advanced biofuel” e analizza la potenziale filiera siciliana del biogas-biometano. Secondo la ricerca, potrebbe valere circa l’8 per cento del potenziale nazionale e offrire 3 mila posti di lavoro.

Meglio energia che discarica

Tra le opzioni percorribili per raggiungere le stime regionali al 2030 contenute nel piano energia, si sottolinea il valore degli “scarti dell’agroindustria”: “Quando non hanno come unica opzione lo smaltimento in discarica, sono conferiti come sottoprodotti ad altre industrie senza fornire ricavi significativi” mentre il “legname è spesso lasciato marcire nei boschi comportando non trascurabili emissioni di gas climaalternati”. Biomasse che potrebbero, invece, “diventare preziose risorse se fossero convertite in energia utilizzando le corrette tecnologie”. A tale proposito si è programmato, e con alcuni bandi già reso operativo, un investimento nella programmazione comunitaria in piccoli impianti per la produzione di energia da biomassa da realizzare in filiera corta.

I rischi della biomassa

All’inizio di agosto è stato presentato il rapporto speciale dell’Ipcc, il gruppo intergovernativo di esperti sul cambiamento climatico. Greenpeace, commentando lo studio, ha sottolineato gli effetti collaterali delle bionergie: la loro produzione “può rappresentare un pericolo consistente per la sicurezza alimentare e la degradazione del suolo”, con il rischio di “privarci di preziosi terreni agricoli, spostando piantagioni e pascoli per il bestiame in aree naturali di grande importanza per la conservazione della biodiversità e la salvaguardia del clima, come le foreste”. Raccomandazioni, in merito, si trovano anche nella nuova direttiva comunitaria all’interno della quale si specifica, ad esempio, la necessità di adottare le “misure appropriate per ridurre al minimo il rischio di un uso non sostenibile della biomassa forestale per la produzione di bioenergia”.

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