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Tassa di soggiorno: il gettito cresce, la trasparenza no

Secondo gli ultimi dati disponibili, I Comuni siciliani hanno incassato 14,5 milioni, con in testa Palermo. E la raccolta dovrebbe crescere. Del gruzzolo, però, spesso, si perdono le tracce

Quattordici milioni e mezzo di euro, da spendere per rilanciare il turismo in Sicilia. Almeno in teoria. È, centesimo più centesimo meno, quanto i Comuni isolani incassano in un anno dalla tassa di soggiorno. Una cifra fondamentale soprattutto in enti locali spesso in precarie condizioni economiche o (peggio) sull’orlo del dissesto. Entrate che però non sono poi così incisive se si guarda al resto d’Italia. L’Isola, infatti, nonostante la forte vocazione turistica, è solo settima tra le regioni italiane (nona se si includono anche le province autonome di Trento e Bolzano). Al primo posto, secondo gli ultimi dati messi a disposizione da Federalberghi relativi al 2017, il Lazio che ha incassato in un anno quasi 135 milioni di euro. Segue il Veneto con 63,7 milioni di euro e la Lombardia con 59,5 milioni di euro

Cos’è e come funziona

L’imposta si soggiorno è una tassa locale, che può essere, cioè, istituita autonomamente da Comuni capoluogo, Unioni di Comuni e Comuni inclusi negli elenchi regionali delle località turistiche o Città d’arte. Si applica ai turisti che pernottano una o più notti nelle strutture ricettive dei Comuni di riferimento. Ciò che è importante sottolineare è che si tratta, almeno sulla carta, di un’imposta di scopo: significa che il suo gettito è destinato a un apposito capitolo in bilancio dedicato a finanziare interventi di rilancio turistico (manutenzione delle strutture ricettive, promozione di eventi e attività culturali per esempio) e riqualificazione urbana (come la manutenzione degli edifici storici e dei beni culturali cittadini e il miglioramento dei trasporti pubblici locali). Più in generale, insomma, l’imposta è finalizzata a qualsiasi intervento volto a rilanciare i flussi turistici locali.

Dove e quanto si paga in Sicilia

Nonostante l’istituzione dell’imposta risalga quasi nove anni fa, non è ancora stato istituito un “registro” ufficiale che tenga conto degli Enti che hanno adottato la tassa. Nella nostra Isola, secondo la lista aggiornata da Federalberghi, attualmente i Comuni ad applicare l’imposta sono 45 (considerando l’imposta di sbarco relativa alle isole minori). Il costo medio per il turista si aggira intorno a 1,50 a notte: con picchi da 4 e 5 euro in alcuni capoluoghi o città d’arte a particolare vocazione turistica (a Taormina, ad esempio, si arrivano a pagare fino a cinque euro a persona per notte nelle strutture ricettive a cinque stelle, 3,50 in quelle a quattro stelle). Guardando ai capoluoghi, le cifre più alte si registrano a Catania (fino a cinque euro a notte per le strutture cinque stelle lusso), Messina e Palermo (fino a quattro euro a notte). Seguono Agrigento (fino a tre euro a notte), Siracusa e Ragusa (fino a 2,50 euro a notte) .

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Quali città incassano di più

Quanto incassano i Comuni? Gli ultimi dati disponibili parlano, come accennato in apertura, di circa 14,5 milioni di euro. Le entrate maggiori arrivano da Palermo (oltre 2 milioni), Taormina (circa 1,8 milioni), Catania e Giardini Naxos (1,1 milioni). Più bassi, gli introiti degli altri capoluoghi: a Ragusa si sono registrati circa 940 mila euro, a Siracusa 865 mila euro e a Trapani appena 313 mila euro.

Il confronto con le altre regioni

L’incasso siciliano è solo una piccola parte dei 470 milioni ottenuti con la tassa di soggiorno in tutta Italia. Ci sono quindi regioni che raccolgono molto di più. Chiaro: tanto dipende dalle presenze complessive e da quanto si concentrino nelle città che pretendono la tassa. Effettivamente, c’è spesso una proporzionalità diretta tra flusso turistico e gettito. Ma non è sempre così. La Sicilia va, decimale più decimale meno, in pareggio. Quei 14,5 milioni di euro valgono il 3,1 per cento dell’incasso nazionale. Nello stesso anno, secondo l’Istat, l’isola ha attirato il 3,5 per cento delle presenze. Ci sono però regioni che, pur avendo un traffico turistico paragonabile a quello siciliano, dalla tassa di soggiorno ottengono meno (Piemonte e Puglia) o molto meno (Liguria e Sardegna). Singolare è il caso del Lazio, che evidenzia tutto il peso di Roma: nel 2017 la regione ha attirato l’8 per cento dei turisti passati per l’Italia. Essendosi concentrati nella capitale, però, si sono tradotti in un tesoro che vale oltre il 28 per cento del gettito nazionale. In direzione contraria, invece, Veneto ed Emilia Romagna, dove le tante presenze rendono (in proporzione) meno.

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Indizi di crescita

Le cifre, relative al 2017, andranno molto probabilmente riviste al rialzo considerando anche che diversi Comuni hanno recentemente rimodulato quote singole e modalità di gestione. Palermo, ad esempio, ha da poco sottoscritto un accordo con Airbnb con l’intento di azzerare le possibilità di evasione dell’imposta. Dal 2017 a oggi, poi, gli Enti coinvolti sono aumentati passando, da 38 a 45, e nel 2018 – secondo i dati Istat – le presenze turistiche nell’isola sono aumentate del 2,9 per cento. In attesa di un nuovo rapporto ufficiale,comunque, i primi dati rilasciati dalle singole Amministrazioni comunali sembrano confermare il quadro di crescita. Il Comune di Palermo, ad esempio, ha recentemente quantificato gli incassi del 2018 in circa 3 milioni di euro.

La tassa condiziona le presenze?

Tra le perplessità che l’imposizione della tassa di soggiorno suscita, c’è l’ipotesi che anche piccoli sovrapprezzi potrebbero scoraggiare i turisti più parsimoniosi. Ma è davvero così? Non sembrerebbe, almeno secondo l’ultimo rapporto sul tema diffuso dalla Banca d’Italia. Se si analizzano i dati relativi ai flussi turistici in Sicilia, infatti, emerge che il 72 per cento delle presenze è stato registrato proprio in quei Comuni che applicano la tassa di soggiorno. È vero che le amministrazioni possono sfruttare il gettone proprio in virtù del loro appeal, ma il dato (in linea con quello nazionale, al 71 per cento) sembra smentire le preoccupazioni. Almeno da questo punto di vista.

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Come viene usata la tassa di soggiorno

Ma come viene spesa l’imposta? È questa la nota più dolente. Fare un bilancio è complicato perché, di fatto, non esiste nessun obbligo di rendicontazione per gli Enti locali che gestiscono i gettiti e che spesso, purtroppo, peccano in “trasparenza”. Per capirci qualcosa, bisogna guardare alle singole Amministrazioni comunali. Palermo, ad esempio, ha intrapreso grazie ai proventi derivati dall’imposta di soggiorno un percorso di manutenzione del patrimonio scultoreo cittadino: circa 160 beni verranno completamente riqualificati da qui al 2021. Ma non solo, nel Capoluogo la tassa di soggiorno ha sposato la democrazia partecipata dando vita al progetto (scelto grazie al contributo attivo dei cittadini) “Danisinni&Ballarò in transito” che prevede interventi di riqualificazione urbana, artistica e sociale per il rilancio dei due storici quartieri palermitani. E ancora, negli anni l’imposta è stata usata per supportare le attività culturali dei Teatri cittadini e l’ormai celebre Manifesta. Dall’altra parte dell’Isola, a Catania, l’amministrazione comunale ha recentemente stanziato un milione di euro raccolto dalla tassa di soggiorno per la valorizzazione del patrimonio artistico della città e la promozione turistica. Alcune storiche piazze del capoluogo etneo vivranno nuova vita grazie a interventi di manutenzione straordinaria e, più in generale, prenderà il via una sorta di campagna “marketing” per rilanciare l’appeal turistico della città.

I dubbi di Federalberghi

Capire dove va a finire il gettito non è sempre così facile. Il dubbio è che parte di questa imposta possa essere utilizzata per andare a coprire i buchi nei bilanci. A lanciare l’allarme, la stessa Federalberghi. “A quasi dieci anni dalla reintroduzione del tributo – ha dichiarato il presidente Bernabò Bocca – dobbiamo purtroppo constatare di essere stati facili profeti. La tassa viene introdotta quasi sempre senza concertare la destinazione del gettito e senza rendere conto del suo effettivo utilizzo. Qualcuno racconta la storiella dell’imposta di scopo, destinata a finanziare azioni in favore del turismo. In realtà è una tassa sul turismo, il cui unico fine sembra essere quello di tappare i buchi dei bilanci comunali”. La preoccupazione è stata condivisa anche dal Codacons che ha lanciato un appello al ministero del Turismo per chiedere che i Comuni vengano obbligati a pubblicare online le destinazioni dell’imposta di soggiorno e l’elenco degli interventi effettivamente realizzati grazie a essa.

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Eleonora Fichera
Eleonora Fichera
Classe ‘89, trent’anni vissuti ai piedi del Vulcano. Giornalista pubblicista, ho studiato Comunicazione e Sociologia.

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