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Sfide tra start up: non solo vetrine. In Sicilia oltre 650 imprese innovative

Il professor Rosario Faraci, presidente del comitato tecnico-scientifico di Start Cup Catania, commenta i risultati dell'edizione 2021 nell'Isola. E il sistema delle competizioni è un primo utile passo per "l'impresa di fare impresa"

La settimana che si chiude ha celebrato due importanti eventi per il mondo degli aspiranti imprenditori, dei neo imprenditori e di quelli digitali in particolare. Parliamo di Start Cup Catania, la business plan competition organizzata dall’Università degli Studi di Catania in partnership con alcuni importanti sponsors e con l’Ordine dei dottori commercialisti, e dell’analoga competizione a livello regionale, la Start Cup Sicilia celebrata a Palermo nei locali del consorzio Arca. Per la cronaca, per la prima volta in otto anni da quando le Università siciliane si sono federate fra loro, tutti e tre i team vincitori di Start Cup Catania approdano alla finale del Premio nazionale per l’Innovazione, in programma a Roma il 30 novembre e il 3 dicembre prossimi. Inoltre, dopo diversi anni ritorna sul gradino più alto del podio di Start Cup Sicilia il team che ha vinto la competizione locale catanese. Un plauso dunque ai tre team Guardian Secure Carry On, Sottinsù e a Kymia che ha vinto sia a Catania che, in ex aequo con CertiCloud, a Palermo.

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Tra scetticismo e pragmatismo

Qual è il valore di queste competizioni che mettono di fronte i team di provenienza del mondo universitario che si sfidano a suon di idee progettuali, modelli di business e documenti economico-finanziari che provano a dimostrare la fattibilità e la redditività dei loro progetti imprenditoriali, spesso allo stadio embrionale? Se lo chiedono in tanti: gli scettici, i pragmatici e i sostenitori di iniziative del genere che, comunque, non sono isolate ma ormai interessano l’intero Paese, da Nord a Sud, alla costante ricerca di nuove imprese innovative.

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I dubbi sulle manifestazioni

Per gli scettici, iniziative come le Start Cup locali rischiano di diventare solo effimere vetrine mediatiche concesse ai team in gara, tenuto conto del fatto che per molti di loro il cammino verso la costituzione della nuova impresa è solo all’inizio e non è detto che tutti arrivino al traguardo finale, prima di approdare al mercato e dunque incassare i primi ricavi di vendita. In gergo, si parla di “show business”, quando iniziative come hackathon, contest, competizioni e via discorrendo si limitano soltanto ad esibizioni in gara dei team e delle loro idee, che non sempre rispettano i fondamentali del fare impresa, almeno in senso tradizionale.

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Le criticità di fare impresa

I pragmatici non si pronunciano, magari per non smorzare l’entusiasmo che ruota intorno a tali competizioni. Sanno in cuor loro che fare impresa in Italia è difficile per le imprese esistenti, figuriamoci per le nuove; il costo di avvio di una nuova attività è più alto che altrove in tutta Europa (come confermano i dati dell’ultimo report Doing Business); la percentuale di fallimento delle start up entro i primi due anni dalla nascita è elevata. Legati ad una visione più tradizionale del fare impresa nei settori maturi che rappresentano ancora il tessuto principale dell’economia nazionale, i pragmatici guardano ugualmente con interesse all’innovazione, ritenendo però che a promuoverla debbano essere principalmente le grandi e medie imprese che dispongono di più risorse di quante non ne abbiano le start up.

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Le competizione come show

Ci sono poi i sostenitori che proseguono sulla strada della partecipazione e dell’organizzazione di tali eventi, ritenendoli – nell’ottica dell’innovazione aperta – un modo nuovo per fare scouting di neo imprenditori, per facilitare la contaminazione dell’innovazione fra i team e le imprese esistenti, per avvicinare il mondo delle start up a quello degli investitori e via discorrendo. Fra i sostenitori ce ne sono alcuni che si sono trasformati in fan scatenati di queste competizioni e vi dedicano risorse, tempo ed energie, come se si trattasse di un evento mediatico televisivo al pari di X Factor o di altri talent shows. Ci vuole un po’ di realismo però, al di là di scettici, pragmatici e sostenitori convinti. Un sano realismo per capire come sta cambiando il modo di fare impresa e come i nuovi ambiti della sostenibilità e della digitalizzazione, cui l’Unione Europea è molto attenta, hanno bisogno di innovazione anche sul versante del “pensare” e non solo del “fare”.

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Il ruolo dello Stato e degli Enti locali

Come in tutti i Paesi moderni, l’imprenditorialità in Italia si alimenta di varie sorgenti. Ci sono le imprese esistenti (ad oggi più di cinque milioni in Italia attive al sistema camerale), molte delle quali non rinunciano a generare nuove iniziative imprenditoriali nell’ottica della diversificazione aziendale. Poi ci sono gli imprenditori che tali sono diventati dopo anni di gavetta nel mondo delle imprese di cui probabilmente prima erano semplici dipendenti o collaboratori occasionali. L’imprenditorialità ha anche una matrice governativa quando Stato, Regioni ed amministrazioni locali danno vita a nuove iniziative d’impresa, per finalità pubbliche e di sostegno a progetti strategici che non sempre sono immediatamente redditizi. Anche il mondo del non profit è una sorgente importante di nuova imprenditorialità, soprattutto negli ambiti del sociale e della sostenibilità.

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I numeri delle imprese innovative

E poi ci sono loro, le start up. Assimilate spesso alle nuove imprese, ma in realtà sono solo quella porzione di tutte le imprese neonate (292.308 in complesso alla fine del 2020) con forte vocazione all’innovazione, al punto che il MISE riserva loro una corsia preferenziale. Ad oggi, le start up innovative sono in tutto 14.030, di cui 653 in Sicilia. Provengono dal territorio, dal mondo dell’Università, dei giovani, dalle istituzioni di ricerca e dagli innovatori per inclinazione. Fanno impresa anche in luoghi diversi rispetto a quelli tradizionali: incubatori, acceleratori e spazi di co-working. Posso crescere più velocemente di quelle tradizionali e trovano molta più disponibilità di risorse da investitori e venture capitalists.

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L’impresa di fare impresa

Per “scovare” queste nuove realtà d’impresa, ci vogliono molta pazienza, tanta capacità di ascolto, buone capacità organizzative per allestire occasioni pubbliche di confronto, grande senso di discernimento per intuire chi può andare avanti e chi rischia di fermarsi. Soprattutto occorre molta responsabilità sociale, perché incoraggiare chi pensa a fare impresa ad andare avanti è già di per sé una impresa!

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Rosario Faraci
Rosario Faraci
Rosario Faraci è Professore Ordinario di Economia e Gestione delle Imprese all’Università degli Studi di Catania e tiene gli insegnamenti di Principi di Management, Marketing, Innovation and Business Models. È delegato del Rettore aIl’Incubatore di Ateneo, Start-up e Spin-off, presidente del comitato scientifico di Start Cup Catania e consigliere nazionale dell’associazione PNI Cube. E’ stato Visiting Professor di Strategic Management alla University of Florida. È giornalista pubblicista dal 1987.

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1 commento

  1. Complimenti per l’iniziativa.
    Aiutare le startup siciliane a fare squadra e partecipare ad ecosistemi a livello internazionale e’ certamente un obiettivo di valore e un passo nella direzione giusta!

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