fbpx

Immuni, i pro e i dubbi sull’app che traccia il contagio

L'applicazione traccerà i contatti con il Bluetooh, oltre a tenere un diario clinico. In attesa delle specifiche da parte del governo, i dubbi su privacy e tutela dei dati secondo alcuni esperti

Gli esperti sono sicuri che la tecnologia aiuterà a mettere un freno al virus, ma esistono anche tanti punti interrogativi. Tra le altre forme di controllo per la diffusione del Covid-19, la nuova strategia del governo prevede l’utilizzo di un’applicazione. Come indica l’Europa, le possibili app devono essere installate su base volontaria, i dati devono restare anonimi e aggregati e deve esserci interoperabilità tra gli Stati membri. L’Italia ha già scelto la ditta e l’applicazione. Si chiama Immuni ed è prodotta dalla milanese Bending Spoons, che “ha manifestato la volontà di concederla in licenza d’uso aperta, gratuita e perpetua”, si legge nell’ordinanza del commissario straordinario per l’emergenza, Domenico Arcuri. Due le funzioni: la tracciabilità tramite bluetooth e un diario clinico in cui inserire i principali dati sul proprio stato di salute. Tuttavia rimangono parecchi dubbi sulla privacy e la protezione dei dati personali. Senza contare che per essere efficace l’app dovrà raggiungere molto più della maggioranza della popolazione, il 60 o 70 per cento. Vanno fatti i conti anche con piccoli dettagli che fanno la differenza: dal fatto che la popolazione più colpita, gli anziani, non sempre ha uno smartphone, alla dimenticanza del dispositivo e alla sua perdita.

Una porta d’ingresso sul telefono

Secondo Dario Zappalà, esperto di Ict, la tecnologia che si vuole mettere in campo rispetta le direttive europee. “Certo, è una porta d’ingresso al device, ma il rischio informatico c’è sempre, come in tutte le applicazioni”. Oltretutto “i nostri dati rischiano molto di più coi social, che ci sottraggono la proprietà di ogni foto o dato caricato. L’utente non ha il controllo in merito a chi visualizza o scarica qualcosa che ha pubblicato”. Adriano Bertolino, data protector officer e consulente per la privacy di Ismett di Palermo, sottolinea che il pericolo più grande “riguarda la presenza di un diario clinico”. Bertolino spiega che, secondo il Gdpr, per la protezione della privacy è necessaria una valutazione d’impatto dell’applicazione, ma non la sua pubblicazione. “Visto però che è lo Stato che acquisisce questi dati sarebbe consigliabile renderla nota”.

La garanzia dell’anonimato

“Dal punto di vista tecnologico si può restare anonimi tramite il Bluetooth”, dice Zappalà. Questo prevede sì un codice identificativo di ogni dispositivo, “ma non è associato alla persona, è collegato all’imei del telefonino”. Nel momento in cui scatta l’allarme, se il dispositivo si trova nei pressi di un individuo risultato positivo al virus, “il sistema manda un messaggio. Ma non sa a chi lo sta mandando”. “Saranno poi i cittadini a chiedere di fare il tampone, vista la situazione”. L’aspetto che più mette a rischio l’anonimato è invece il diario clinico. “Secondo il Gdpr è anonimo se io non posso risalire al soggetto in nessun caso, qui invece mi serve saperlo, altrimenti non ha senso”, spiega Adriano Bertolino. “Certo, i dati sono criptati, ma c’è sempre una chiave per decifrarli. Chi c’è l’ha?”. Ci sono anche degli aspetti più legati alla vita quotidiana, ma da valutare. “Ad esempio il fatto che i dati sono caricati sul telefono e in caso di perdita potrebbero finire in mani altrui”. Bertolino si chiede anche che tipo di rapporto ci sarà con quei dispositivi come lo smartwatch che leggono già adesso molti dei nostri dati. “Leggeranno automaticamente il diario clinico? Ci sono una serie di aspetti che vanno chiariti”.

Chi conserva i dati?

C’è anche un problema di titolarità dei dati che immettiamo nell’applicazione. “Il database in cui andranno a confluire è dell’Istituto superiore di sanità in collaborazione con il ministero dell’Innovazione”, dice Zappalà. “Ma ad oggi non è scritto nero su bianco e non sono pubblicate le specifiche tecniche”, specifica Bertolino. Per l’esperto di protezione dei dati la base di tutto deve essere la trasparenza. “Devo sapere come funziona, per quali finalità e chi sono i soggetti coinvolti”. A tutto questo si aggiunge un problema di correttezza dei dati, secondo Bertolino. “Mettiamo il caso in cui sono intestate più schede usate da membri diversi della famiglia”. Infine, è fondamentale la capacità tecnologica di chi conserva i dati. “Il sito dell’Inps è andato tilt proprio poche settimane fa diffondendo molti dati sensibili”, ricorda Bertolino.

- Pubblicità -
Desirée Miranda
Desirée Miranda
Nata a Palermo, sono cresciuta a Catania dove vivo da oltre trent'anni. Qui mi sono laureata in Scienze per la comunicazione internazionale. Mi piace raccontare la città e la Sicilia ed è anche per questo che ho deciso di fare la giornalista. In oltre dieci anni di attività ho scritto per la carta stampata, il web e la radio. Se volete farmi felice datemi un dolcino alla ricotta

DELLO STESSO AUTORE

LASCIA UN COMMENTO

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui

Iscriviti alla newsletter

Social

20,110FansMi piace
462FollowerSegui
331FollowerSegui
- Pubblicità -

Ultimi Articoli