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Caro energia, imprese e sindacati etnei in piazza. Ma divisi sulle proposte

L'aumento dei prezzi medio ha raggiunto nel capoluogo etneo l'11 per cento, più della media nazionale. Una situazione insostenibile per associazioni datoriali e sindacali, unite in piazza ma non nelle proposte. "Faremo un nostro documento", spiega il segretario Cgil De Caudo

Un’inflazione record che tocca a Catania l’11 per cento, contro una media in Italia dell’otto, trainata dalla corsa inarrestabile dei prezzi dell’energia. E il caro bollette e la carenza di materie prime mettono in crisi imprese e lavoratori. Un’emergenza che ha portato questa mattina a manifestare in piazza a Catania le associazioni datoriali Assoesercenti, Cia, Cidec, Cna, Upia, Casartigiani, Confagricoltura, Confcooperative, Confcommercio, Confindustria, Confesercenti, Legacoop, Upla-Claai, insieme ai sindacati Cgil, Ugl e Uil.

Eroso il 15 per cento del valore aggiunto

Secondo i manifestanti il caro energia sta comprimendo i già bassi margini operativi di molte aziende e che rischia di portare alla chiusura tante realtà imprenditoriali del nostro territorio. Solo a Catania, secondo le recenti stime, si potrebbe erodere più del 15 per cento del valore aggiunto prodotto dalle imprese, azzerando gli sforzi fatti durante l’emergenza Covid. In vista della mobilitazione regionale in programma a Palermo il prossimo 7 novembre. “Non stacchiamo la spina. Catania vuole vivere”, è stato il grido di aiuto lanciato dai manifestanti che presenteranno al prefetto Maria Carmela Librizzi un documento unitario di proposte per fronteggiare il caro energia.

Uniti nella protesta, divisi nella proposta

Il documento non è però stato firmato da Cgil, come spiega il segretario etneo Carmelo De Caudo: “Ci sono delle richieste dalle associazioni datoriali che cozzano con quello che chiediamo da tempo negli interessi dei lavoratori, pur capendo le esigenze delle aziende, per questo siamo qui in piazza a menifestare. Come organizzazioni sindacali ci riserviamo di fare un nostro documento con le nostre rivendicazioni e richieste”.

Le richieste da presentare al prefetto

“Il Governo italiano – si legge nel documento da presentare al prefetto – solo nel 2022 ha messo in campo 54,4 miliardi che hanno attutito lo shock energetico, anche se per una platea limitata di aziende, ma che verosimilmente non avranno efficacia sul medio e lungo termine. Per evitare un ulteriore dispendio di fondi pubblici si devono, a nostro avviso, indirizzare meglio le risorse anche con interventi ‘tailor made‘, su misura, al fine di rafforzare le misure già esistenti ed introdurne altre che possano incidere realmente sulla capacità di liquidità delle nostre imprese e sulla loro stabilità economica”. Obiettivo principale l’accelerazione del processo autorizzativo per l’utilizzo delle fonti rinnovabili e sganciare il costo dell’energia prodotta da queste fonti da quello del gas, le associazioni hanno pensato a delle misure “tampone” che possano nell’immediato evitare la chiusura delle attività.

Obiettivo finale e misure tampone

Le proposte sono divise in tre grandi punti. Il primo riguarda L’Europa, che deve “trovare urgentemente unità di intenti sul tema del Price Cap, azione da cui non si può prescindere per pensare ad un contenimento efficace dei prezzi dell’energia e del gas nei Paesi membri”. Con magari un “un vero e proprio Energy recovery fund con il quale si stabilisca un tetto al prezzo del gas e dell’energia e la riforma dei meccanismi di formazione del prezzo dell’elettricità”. Necessaria secondo i firmatari è inoltre la rimodulazione dei fondi Pnrr e della nuova programmazione fondi Ue 2021-27. “Bisogna prevedere – si legge nel documento – dei capitoli specifici sulla programmazione europea 2021-2027 destinati alla questione energetica. Queste risorse potrebbero essere utilizzate sia come incentivo diretto alle imprese che per la costituzione di un fondo di garanzia, in modo da avere un effetto moltiplicatore che ne ottimizzi l’utilizzo”.

Misure da attuare urgentemente

La parte più corposa del documento è dedicata alle “misure da attuare urgentemente”. Le associazioni chiedono di reintrodurre per almeno sei mesi la proroga del pagamento delle cartelle esattoriali e l’eventuale rottamazione, al fine di fornire alle imprese la possibilità di stabilizzare la propria situazione finanziaria; sarebbe poi utile annullare o quantomeno sospendere il secondo acconto Ires, Irap, Irpef e sospendere per un periodo di 4/6 mesi il pagamento delle addizionali Irpef, Irap e Ires in modo da dare un immediato ristoro alle imprese. Un’altra misura suggerita è quella di ampliare l’orizzonte temporale per la rateizzazione delle bollette per tutta la durata dell’emergenza energetica. Infine si chiede di prorogare la validità del Durc di 120 giorni. Oltre a queste, le associazioni hanno chiesto attraverso il documento firmato congiuntamente di rafforzare le misure già esistenti (come ad esempio aumentare la percentuale del credito d’imposta sia per le imprese energivore che non energivore ed estendere la platea dei beneficiari anche alle imprese che usufruiscono di una potenza installata inferiore a 16,5 KW).

Preoccupano le conseguenze occupazionali

Grande preoccupazione c’è anche per le conseguenze occupazionali legate al caro bollette. Nel 2023, perdurando il problema, viene stimato il forte e concreto rischio di un’emorragia occupazionale del tessuto produttivo italiano che conterebbe circa 600 mila lavoratori in meno, di cui quasi 165 mila nel territorio siciliano. E così torna d’attualità, come durante la crisi pandemica, la possibilità di ricorrere più facilmente agli ammortizzatori sociali. In particolare secondo le associazioni firmatarie questi dovrebbero essere consentiti per una durata minima di almeno 6 mesi. Inoltre si dovrebbero prorogare oltre il 31 dicembre le modalità semplificate di utilizzo e comunicazione dello smart working. Utilissimo sarebbe anche il rifinanziamento degli esoneri contributivo per le assunzioni di under 36 e delle donne e l’attuazione della misura “decontribuzione Sud” per tutto il 2023. Infine, ma non per ultimo, la riduzione del cuneo fiscale del costo del lavoro. Le idee ci sono e tante. Ora la palla passa inevitabilmente al governo nazionale (e in misura minore a quello regionale) per mettere in atto queste e altre soluzioni che possano evitare un nuovo dramma per imprese e lavoratori.

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