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Reddito di cittadinanza? “Solo un bonus, come gli 80 euro di Renzi”

Un contributo economico che “si sovrappone agli altri ammortizzatori sociali”. L'opinione dell'economista Salvatore Spagano, presidente del Centro studi Don Milani

Quasi un milione e mezzo di domande. E fra queste, ben 215 mila in Sicilia. Parliamo del Reddito di cittadinanza i cui numeri, aggiornati al 15 luglio, sono però ancora ben lontani dai 5 milioni ipotizzati dal Movimento cinque stelle. E per Salvatore Spagano, presidente del centro studi Don Milani e docente di Economia politica all’università di Catania, lo scarso successo ha una spiegazione chiara: i cittadini hanno ben capito che “non si tratta di un vero reddito di cittadinanza: quello che è stato raccontato per mesi è ben diverso da quello che è stato fatto. Del resto – spiega l’economista -, una triglia la puoi anche chiamare tigre, ma sempre triglia resta”. Allo stato attuale si tratta solo di un altro generico bonus, un ammortizzatore sociale “non dissimile da un provvedimento come gli 80 euro di credito Irpef in busta paga proposto dal governo di Matteo Renzi”. E nonostante i due provvedimenti  si rivolgano a due classi di popolazione distinte “quella media nel caso degli 80 euro, dove è previsto un reddito minimo, quella medio-bassa oggi”, a restarne fuori sembrano essere proprio i più deboli. 

Un aiuto per tanti, ma non per i più bisognosi

“Un provvedimento del genere – afferma Spagano -, nonostante per valutarne l’impatto reale ci vogliano ancora anni, ha l’immediato riscontro umano di sottrarre migliaia di persone dalla disperazione. Ma chi è veramente un ultimo, un clochard, chi non ha nulla, chi vive in strada o non ha una residenza fissa, non può accedervi. In altri paesi si punta soprattutto agli ultimi”. Una punto di vista, quello di Spagano, certamente ispirato “al cattolicesimo e a Don Milani”, a cui il centro studi di cui è presidente è dedicato. Ma l’esempio che porta è quello della laicissima Danimarca, dove la misura di sostegno di fronte alla disoccupazione va dai 1.325 euro ai 1.760 in caso di figli, al netto del sostegno per l’affitto, mentre in Italia il massimale è 780 euro. “Se si tratta di inabili al lavoro, in Danimarca percepiscono questo sussidio senza obblighi. Gli altri sono tenuti alla ricerca attiva del lavoro, ma l’obbligo di accettazione dipende dalla congruità al curriculum vantato. In Italia non si tratta di una misura assistenziale ma nemmeno di una integrazione al reddito ai fini dell’inserimento lavorativo”. 

Il rapporto con gli altri ammortizzatori sociali

Un supporto alle famiglie in difficoltà che si va a sovrapporre ad altre decine di ammortizzatori sociali, “motivo per il quale c’è solo una parte minoritaria che riceve oltre 700 euro, ma la media è appena sotto i 500 euro e circa l’8 per cento che ne riceve in media 45 al mese”. Questo per il docente di Economia politica dimostra “una implementazione farraginosa, non ben pianificata”. A dimostrarlo come dopo quattro mesi i provvedimenti per la ricerca del lavoro non siano ancora attivi. “Il problema non è certamente il tardivo avvio della selezione dei cosiddetti navigator, perché è evidente che non serve effettuare un matching, un confronto tra domanda e offerta di lavoro, ma proprio la mancanza di opportunità per alcune categorie. Basta vedere – prosegue – come circa il 60 per cento di tutte le domande provenga dalla fascia d’età 40-67 anni, il 22 per cento dalla fascia dai 25 ai 40 anni mentre i giovani sotto i 24 anni sono solo il 3 per cento. Sembra evidente che il rapporto con la disoccupazione non sia diretto”. E, come se non bastasse, “il Reddito di cittadinanza non serve nemmeno a stimolare i consumi. La propensione al consumo generata da questi provvedimenti è marginale: vero è che quanto percepito con il Reddito non si può accumulare, ma il rischio è che chi elude i controlli e magari lavora in nero tratterrà per sé il proprio reddito non dichiarato”. 

Provvedimento farraginoso, ma non da eliminare

Tuttavia, nonostante il quadro delineato, Spagano non crede che abolire il provvedimento sia utile. “Meglio razionalizzare, inserire il provvedimento a sistema. Bisogna raccogliere tutte le norme sparse che ci sono sui mille benefici improduttivi e fare una legislazione organica che possa accompagnare il lavoratore fino al reinserimento lavorativo”. Un’idea certamente non nuova “mutuata dal pensiero di Marco Biagi, la cui riforma del lavoro prevedeva la flessibilità, ma anche robusti ammortizzatori sociali”. Mettere a sistema il Reddito di cittadinanza inoltre consentirebbe di pianificare meglio le spese dello Stato “senza far aumentare il debito pubblico che pagheranno le generazioni future, ma decidendo che si tratta di un servizio essenziale per il bene dei cittadini”. Per fare tutto questo però “non bastano pochi mesi, ci vorrebbe un’intera legislatura”.

I numeri: in Sicilia un sesto delle domande nazionali

Sono 215 mila e 433 le domande di Reddito di cittadinanza presentate all’Inps nell’isola al 15 luglio, secondo i dati ufficiali diffusi dall’Istituto di previdenza. Il 71,7 per cento è stato approvato, con un tasso di rifiuto di poco superiore al 26 per cento, e il resto – il 3 per cento, ovvero le domande presentate nel mese di luglio – ancora in fase di verifica. Palermo è la provincia con il numero di istanze maggiore (63.391), seguita da Catania (49.765), Messina (24.758), Agrigento (16.767), Siracusa (16.876), Trapani (17.791), Caltanissetta (11.525), Ragusa (8.308) e Enna (5.952).

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Leandro Perrotta
Trentasette anni, tutti vissuti sotto l’Etna. Dal 2006 scrivo della cronaca di Catania. Sono presidente del Comitato Librino attivo, nella città satellite dove sono cresciuto.

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