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Incassi persi e costi: fondazioni lirico-sinfoniche, che tragedia

Un mese di blocco è costato 20 milioni. C'è incertezza sulle stagioni estive e preoccupazione sui mancati incassi. Tra mascherine e posti vuoti, anche la sicurezza avrà un prezzo

“Esaurito in ogni ordine di posti” è ormai diventata una frase tabù. Quando si potrà tornare a riempire almeno in parte i teatri d’opera? Il settore dello spettacolo dal vivo sarà quasi uno degli ultimi a riaprire. Il timore però è che le fondazioni lirico-sinfoniche resteranno ai blocchi di partenza ancora più a lungo degli altri, dato che dovranno fare i conti con gli assembramenti in platea e in palcoscenico, dove solitamente tra artisti, coro e maestranze si muovono almeno 120 persone, senza contare gli orchestrali in buca. Il grido d’allarme riecheggia da settimane, mentre le perdite crescono. “Da una prima valutazione, stimata al 3 aprile, abbiamo subito una perdita di 20 milioni di euro a livello nazionale”, spiega Francesco Giambrone, presidente dell’Anfols (Associazione nazionale fondazioni lirico-sinfoniche). “Il dato è relativo a un solo mese e qualora dovessero saltare, speriamo di no, il Festival di Caracalla dell’Opera di Roma o peggio la stagione all’Arena di Verona è evidente che queste cifre diventerebbero molto più grandi”.

Verso nuove regole (e nuovi costi)

Con la fase due si spera di poter fare teatro almeno all’aperto, tenendo presente che d’ora in avanti si dovranno considerare nuove questioni pratiche: “Abbiamo dato vita a un gruppo di lavoro tecnico che sta cercando di capire come organizzare in sicurezza le esecuzioni musicali”, afferma Giambrone. “Il distanziamento interpersonale, le mascherine, i guanti sono tutte misure incompatibili con il nostro settore, quindi stiamo collaborando con il governo e le autorità sanitarie affinché si arrivi a definire dei protocolli”. La messa in sicurezza riguarderà anche la platea: “Deve essere chiaro il messaggio che il teatro è un posto sicuro”. La passione degli spettatori è forte, ma lo è altrettanto l’esigenza di tutele. Secondo un sondaggio online promosso da alcuni operatori culturali, il 48 per cento dei partecipanti afferma che tornerebbe in teatro “senza problemi”, ma il 41 per cento lo farebbe solo se fosse assicurata la distanza di un metro. Solo uno su dieci non tornerebbe in platea in nessun caso. La definizione delle nuove regole non ha quindi solo un valore sanitario ma anche economico: “Se ci sarà una misura che imporrà di sanificare i locali almeno due volte al giorno, di fornire mascherine e guanti, di contingentare il pubblico e i dipendenti, di usare rilevatori della temperatura avremo una mole di costi nuovi, imprevisti, che nessuno di noi è in grado al momento di calcolare ma che avranno un impatto sui bilanci”.

Francesco Giambrone, foto: Rosellina Garbo

Meno posti: incassi più che dimezzati

Giambrone è sovrintendente dell’unica fondazione lirica in Sicilia, il Massimo di Palermo. Oggni anno gestisce circa 30 milioni di euro: 14 milioni arrivano dal Fus (Fondo unico spettacolo), quasi otto milioni provengono dalla Regione (tramite il Fondo unico regionale e il contributo ordinario destinato ai grandi teatri della Sicilia) e tre milioni dal Comune. Sulla carta sembrano grandi numeri, ma se paragonati ai 43 milioni del San Carlo di Napoli e ai 60 dell’Opera di Roma si ridimensionano, perché il melodramma è una macchina complessa, che allestisce grandi spettacoli utilizzando imponenti scenografie e avendo nell’organico fisso coro, orchestra e corpo di ballo. “I fondi bastavano appena per vivere in condizioni normali, ma se pensiamo che tutte le entrate extra saranno falcidiate, la situazione si fa preoccupante”, dice Giambrone. E non solo adesso che il teatro è chiuso, ma anche quando, alla riapertura, si dovrà rispettare il distanziamento sociale. “Non potendo più accogliere 1200 ma solo 400 spettatori, la biglietteria sarebbe molto più che dimezzata, così come verranno meno 800 mila euro d’incasso che ottenevamo dalle 130 mila visite guidate nell’edificio”.

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Dipendenti e precari: quali tutele

Le fondazioni lirico-sinfoniche, istituite in Italia con la legge 800 del 1967, sono state a lungo considerate fonti di sprechi. “Ma da parecchi anni hanno recuperato una dimensione virtuosa. Forse – afferma il sovrintendente – quando usciremo da questo tunnel tutti si renderanno conto di quanto siano importanti per una comunità sotto tanti punti di vista: sociale, culturale ma anche economico”. Il Massimo dà lavoro, tra tempo determinato e indeterminato, a 350 dipendenti. Alcuni hanno già iniziato la cassa integrazione mentre altri sono in attesa di riceverla. La preoccupazione, come già accaduto al Carlo Felice di Genova o all’Arena di Verona, cresce per i lavoratori più fragili. “I danzatori del Massimo, che purtroppo sono in maggioranza precari, con la cancellazione per Covid-19 del balletto Coppelia sono stati licenziati. È solo grazie al decreto Cura Italia, che ha valenza retroattiva, se anche loro oggi possono godere di qualche tutela”. Per Giambrone, le istituzioni si sono dimostrate attente alle necessità del comparto: “Il ministro della Cultura Franceschini ha già trovato delle risorse che serviranno alla ripartenza e anche l’assessore regionale Messina ha previsto interventi significativi, che in questi giorni verranno discussi dall’assemblea regionale”.

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Le incertezze e l’aiuto della tecnologia

Per sostenere il teatro, molti spettatori hanno già rinunciato al rimborso di abbonamenti e biglietti. Gli altri avranno un voucher. Un buono da spendere in futuro permette di mantenere liquidità nelle casse dei teatri, ma rappresenta un mancato guadagno nella stagione 2021. Un’incognita in più, che si aggiunge a una programmazione che solitamente lavora su triennalità, alla mobilità internazionale bloccata e alle tante incertezze normative. In questo quadro, il contatto virtuale con il pubblico diventa fondamentale: “Dal 2015, grazie a sei telecamere in hd, mandiamo in diretta le nostre produzioni sulla web tv e dal quattro marzo stiamo trasmettendo spettacoli d’archivio e progetti appositi”. Lo streaming, per un periodo non ancora quantificabile, potrebbe essere l’unica alternativa. Tuttavia, chiarisce Giambrone, nonostante l’innovazione sia utili e “molti dei linguaggi della scena usino elementi tecnologici”, il teatro “va fatto dal vivo”.

Foto: Teatro Massimo di Palermo, Franco Lannino

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Laura Cavallaro
Laura Cavallaro
Giornalista pubblicista e critica teatrale, associata all’Anct (Associazione Nazionale dei Critici di Teatro), si è laureata con lode in Comunicazione all’Università di Catania scrivendo una tesi dal titolo “Mezzo secolo di teatro: l’avventura dello Stabile catanese”. Da oltre dieci anni collabora con diverse testate giornalistiche, cartacee e online, di approfondimento culturale ed economico

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