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La guerra in Ucraina minaccia il vino siciliano. “A rischio export da 25 milioni”

Nel 2021 Russia e Ucraina valgono il 2,5 per cento del fatturato. Vendite che oggi sono a rischio, a causa del conflitto e delle sanzioni che per la prima volta toccano anche il settore. Parla il presidente del Consorzio di tutela vini Doc Sicilia Antonio Rallo

In tempi di guerra, si sa, c’è poco da brindare. E non si tratta solo di una metafora, visto che il conflitto tra Russia e Ucraina minaccia seriamente il settore del vino, che in Sicilia vale un miliardo di euro l’anno. “Nel 2021 le esportazioni verso Mosca e Kiev hanno toccato quota 25 milioni, circa il due e mezzo per cento del fatturato dell’Isola”, dice a FocuSicilia Antonio Rallo, amministratore delegato dell’azienda Donnafugata e presidente del Consorzio di tutela vini Doc Sicilia. Una realtà che riunisce quasi ottomila viticoltori, che nel 2021 hanno coltivato oltre 26 mila ettari e imbottigliato 95 milioni di bottiglie, il sei per cento in più rispetto all’anno precedente. Numeri che fotografano un settore in forte crescita, messo a rischio dal conflitto nell’Est europeo. “Perdere il mercato orientale sarebbe gravissimo per le nostre aziende”, avverte Rallo. Che lancia l’allarme sulla tempistica della crisi, in un momento caratterizzato dall’incertezza sulla pandemia e dagli aumenti dei costi di produzione. “Già alla fine dell’anno scorso siamo costretti ad aumentare i prezzi, per ammortizzare le spese. Se continua così saremo costretti a farlo ancora”, dice l’imprenditore.

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I numeri dell’export

Secondo un report di Ismea dedicato alla crisi in Ucraina, il vino rappresenta la voce più consistente delle esportazioni agroalimentari italiane in Russia. Nel 2020 Mosca ha acquistato bottiglie dall’Italia per 296 milioni di euro, su un totale di 900 milioni spesi in cibo, bevande e altri prodotti. Oltre 116 milioni sono stati spesi in “bollicine”, particolarmente apprezzate nella terra degli zar. “L’Italia si colloca tra i principali partner commerciali della Russia in ambito agroalimentare, al settimo posto tra i Paesi fornitori di prodotti e al primo posto per le forniture di vini e spumanti”, scrive l’Istituto. Più contenuti – ma pur sempre significativi – i numeri dell’Ucraina. Nel 2020 Kiev ha acquistato vini in bottiglia per 33 milioni di euro, poco meno dell’otto per cento delle importazioni agroalimentari dall’Italia, che hanno raggiunto i 415 milioni. Da notare anche l’acquisto di sidro, per oltre 16 milioni di euro. “I prodotti esportati dall’Italia verso l’Ucraina sono quasi sempre fortemente legati a made in Italy come il vino, il caffè e la pasta alimentare, anche se la voce più rilevante riguarda il tabacco da masticare o da fiuto”, annota Ismea.

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I “gusti” dei russi

Numeri che testimoniamo uno scambio commerciale molto intenso, ulteriormente migliorato nel 2021. “Lo scorso anno le esportazioni verso Ucraina e Russia hanno toccato i 400 milioni di euro, di cui il sette per cento riconducibili alla Sicilia”, spiega Rallo. Per quanto riguarda i gusti, conferma il presidente, i russi mostrano di apprezzare “in particolare i vini frizzanti, che coprono circa un terzo della spesa complessiva”. A livello nazionale, i più gettonati sono il Moscato d’Asti e il Lambrusco. “Piemonte e Toscana sono le regioni che vendono di più, soprattutto tra la media borghesia russa. La Sicilia vende meno bottiglie, ma tendenzialmente di costo più elevato, visto che spesso sono destinate alla grande ristorazione”, dice il presidente del Consorzio. Le esportazioni dall’Isola riguardano “soprattutto vini fermi, in particolare il Nero d’Avola”, anche se ultimamente il mercato russo ha cominciato ad apprezzare “anche altri vitigni”. Le bottiglie possono raggiungere costi molto consistenti, che da una parte testimoniano l’alta qualità del prodotto, dall’altra rappresentano un rischio in un momento in cui il commercio internazionale è terremotato dalla guerra.

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I danni delle sanzioni

Per quanto riguarda la Russia, già all’indomani dell’annessione della Crimea era stata interessata da sanzioni. “Le importazioni russe di prodotti, materie prime e generi alimentari provenienti da Stati Uniti d’America, Unione Europea, Canada, Australia e Norvegia hanno subito una violenta battuta d’arresto e ancora non raggiungono i livelli antecedenti il 2014”, scrive infatti Ismea. Tali misure non avevano riguardato però il vino, come dimostrano i 300 milioni di esportazioni dall’Italia nel 2019. Da allora è passata molta acqua sotto i ponti, e purtroppo anche molti carri armati. Le misure varate nelle ultime settimane dall’Unione europea hanno toccato anche il settore vinicolo, introducendo il divieto di vendita per le bottiglie dal valore commerciale superiore ai 300 euro. Sanzioni che danneggiano Mosca, osserva il presidente del Consorzio di tutela vini Doc Sicilia, ma anche i venditori italiani. “Il rischio maggiore è che arrivino contro sanzioni che rendano difficile continuare a commerciare con quel Paese”, spiega Rallo, che ricorda come anche l’esclusione della Russia dal sistema di pagamento Swift “ha reso difficili molte transazioni”.

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La congiuntura economica

La crisi, ribadisce il presidente del Consorzio, preoccupa anche per via del contesto economico in cui è avvenuta. “Da una parte abbiamo il tema dell’energia, con le ovvie conseguenze sui costi di produzione e sui trasporti. Dall’altra c’è quello delle materie prime, che riguarda in particolar modo le confezioni”. A livello internazionale beni come carta, cartone e vetro, indispensabili per l’imbottigliamento del vino, cominciano a scarseggiare. “Alcune delle maggiori prodizioni europee si trovano proprio in Ucraina”, ricorda Rallo. In un quadro così difficile, ricorda l’imprenditore, “le piccole realtà sono svantaggiate rispetto alle grandi”, cosa che rende ancora più difficile procurarsi alcuni beni. “Pensiamo soltanto alle bottiglie di vetro, che potrebbero essere rastrellate dalle multinazionali ai danni delle nostre imprese”, dice Rallo. Per questo non è escluso che dopo gli aumenti di fine 2021, che hanno toccato il dieci per cento, le aziende vinicole siano costrette a “ritoccare” ulteriormente i listini. “Speriamo di no, perché significherebbe che la spirale recessiva non si ferma, con conseguenze per tutta l’economia e anche per le famiglie”.

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Le speranze per il futuro

Il domani, insomma, appare incerto. Malgrado ciò Rallo non perde la speranza. “Io rappresento la quinta generazione di viticoltori della mia famiglia, che ha iniziato a produrre vino circa 170 anni fa. Abbiamo superato due guerre mondiali, la guerra fredda, crisi economiche di ogni tipo”, ricorda l’imprenditore. L’auspicio è che si riesca a passare anche questa, contando sul fatto che il vino siciliano partiva da una posizione di forza. “Da una parte è un peccato che la spinta del 2021 debba essere briciata, visti i risultati che stavamo raggiugendo. Dall’altra è un bene, perché speriamo che il vantaggio accumulato lo scorso anno ci aiuti a superare questa crisi e a rimetterci in piedi”. Nella speranza che il conflitto si possa risolvere il prima possibile, “anzitutto per gli abitanti dell’Ucraina, e dopo, molto dopo, anche per noi che ne paghiamo le conseguenze economiche”, conclude il presidente.

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Valerio Musumeci
Valerio Musumeci
Valerio Musumeci, giornalista e autore. Nel 2015 ha esordito con il pamphlet storico-politico "Cornutissima semmai. Controcanto della Sicilia buttanissima", Circolo Poudhron, con prefazione della scrittrice Vania Lucia Gaito, inserito nella bibliografia del laboratorio “Paesaggi delle mafie” dell'Università degli Studi di Catania. Nel 2017, per lo stesso editore, ha curato un saggio sul berlusconismo all'interno del volume "L'Italia tradita. Storia del Belpaese dal miracolo al declino", con prefazione dell'economista Nino Galloni. Nel 2021 ha pubblicato il suo primo romanzo, "Agata rubata", Bonfirraro Editore.

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