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La mappa delle startup innovative in Sicilia

Palermo è prima sia per numero che per densità di giovani imprese. Ma i capitali scarseggiano e si fatica a crescere

Usato e abusato, il termine “startup” ha attirato – fino a ora – più attenzione che investimenti. Qualcosa, in Italia, si è mosso a partire dallo scorso anno. Anche se, quanto a capitali, il Paese resta periferia europea. Spulciando il registro speciale dedicato alle startup innovative si può capire qualcosa in più di questa galassia, costituita da imprese giovani (fondate da meno di cinque anni), con un valore della produzione inferiore ai 5 milioni di euro e che non abbiano distribuito utili. Il registro è stato pensato per supportare le giovani imprese con vantaggi fiscali e burocratici. Non fotografa l’intero scenario dell’innovazione (che ha un perimetro più sfumato), ma offre comunque qualche indizio. Ecco quelli raccolti sulle startup in Sicilia.

Startup in Sicilia: guida Palermo

Le startup innovative italiane al 30 giugno sono 10.443. Quelle siciliane sono 522, poco meno del 5 per cento. Quasi tre su cinque si concentrano in due provincie: Palermo (dove sono 168) e Catania (che ne ospita 137). Non è una sorpresa: si tratta non solo delle città più popolose, ma anche di quelle in cui hanno sede gli atenei con più iscritti. Al terzo posto c’è Messina, con 92 startup. Seguono Caltanissetta (31), Trapani (28), Siracusa (24), Ragusa (20), Agrigento (12) ed Enna (10). È vero: la popolazione è un fattore fondamentale, ma non è tutto. Basta guardare un altro dato, quello della “densità di startup”, cioè il rapporto tra le nuove imprese di capitali (costituite da meno di cinque anni) e le società innovative iscritte al registro. La peggiore è Agrigento (quarta per popolazione), dove solo lo 0,76 per cento delle nuove società di capitali è una startup innovativa. In Italia sono una provincia fa peggio: Massa Carrara. Nelle ultime dieci posizioni della classifica c’è anche Ragusa, dove le startup innovative non arrivano all’1 per cento.

Il confronto con il sud

Per capire quanto sia capillare la presenza di giovani imprese innovative in Sicilia, è necessario ampliare lo sguardo e aprire il confronto con le altre aree. La geografia italiana delle startup è decisamente sbilanciata verso la Lombardia, che ospita 2676 imprese, più di tutte le regioni meridionali messe insieme. Al sud la capofila è la Campania, con 827 startup. La Sicilia è seconda, con 522. Seguono Puglia (410), Calabria (234), Abruzzo (221), Sardegna (152), Basilicata (113) e Molise (76). Anche in questo caso, è chiaro che la popolazione ha grande peso, ma il quadro cambia se osservato da un’altra prospettiva. La Sicilia è settima per numero di startup innovative, ma solo 16esima per densità. Tra le società di capitali costituite negli ultimi 5 anni, solo il 2,24 per cento è iscritta al registro speciale del Mise. Peggio fanno solo Sardegna, Puglia, Toscana e Campania.    

Giovani e (troppo) piccole

Essere una società giovane è una delle condizioni necessarie per accedere al registro. Quelle siciliane lo sono, molto. Più di una su due si è iscritta dall’inizio del 2017 in poi, 40 delle quali nel 2019. Sono numeri fisiologici. Sia perché il registro si è fatto più attraente negli anni, sia perché le società più anziane tendono a uscire con più facilità dall’elenco. Nel migliore dei casi perché sforano i limiti di fatturato; nel peggiore (e più ricorrente) perché falliscono. Nulla di eclatante. Il tasso di mortalità delle imprese cui si rivolge la normativa è molto elevato. I problemi vanno quindi cercati altrove: non nel fallimento ma nell’incapacità di crescere. Per i suoi sostenitori, il registro è uno strumento in grado di proteggere imprese-girini che altrimenti non ce la farebbero in mare aperto. Per i critici è un regime di cattività che tiene in vita, assieme ad alcune aziende promettenti, altre prive di mercato e potenzialità. Stando ai dati, l’obiezione non è campata in aria. Il limite dei 5 milioni del valore di produzione sembra andare molto largo alle startup siciliane. È possibile che, superato questo tetto, ci siano società uscite dall’elenco o (più probabilmente) passate a quello delle “sorelle maggiori”, dedicato alle Pmi innovative. Nella lista attuale, però, le società sono tutte molto lontane dal limite massimo: 186 startup hanno un valore di produzione sotto i 100.000 euro; 72 tra i 100 e i 500.000 euro. Sono 15 quelle con un valore tra i 500.000 e il milione di euro e solo sei quelle che superano il milione: Itar, Sialab, Intellisync, Gruppo Alimentare italiano, Ne2g e Plus Welcome Sicily. Oltre i 2 milioni, nessuno. Le dimensioni ridotte impattano sull’occupazione. La stragrande maggioranza delle startup in Sicilia non ha dichiarato quanti addetti ha. Che si tratti di reticenza o errore nella compilazione, non è comunque un indizio incoraggiante. Tra le imprese che hanno rivelato il dato, in 140 hanno indicato meno di 4 addetti. Sono 33 quelle che ne hanno tra i 5 e i 9. Solo 11 tra i dieci e i 19. Nessuno ha più di 20 tra dipendenti e collaboratori.

Il capitale scarseggia

L’obiettivo delle startup è crescere. Nel mondo anglosassone è proprio questo (più che l’età) a definirle: sono imprese in grado di espandersi e scalare velocemente, anche se hanno qualche anno in più. La crescita passa da finanziamenti e investimenti, di vecchi o nuovi soci. Avere un capitale sociale ridotto non è, di per sé, un male. Ed è anzi una delle opzioni offerte dalla normativa. Cifre più corpose, però, sono necessarie per avere credibilità e offrire maggiori garanzie. Inoltre, raccontano anche gli appetiti degli investitori, peraltro incentivati dal fisco a puntare sulle startup. È vero che il capitale sociale tende a essere minore per le neo-fondate ed è vero che, a questo stadio di sviluppo, i round d’investimento sono quasi sempre di entità modesta. I dati siciliani però, suggeriscono la penuria di capitale di rischio, un problema che non si limita certo ai confini regionali: quasi tre imprese su quattro hanno un capitale sociale tra i 1000 e i 10.000 euro. Le startup che superano quota 100.000 sono solo solo 22. Solo due (la Biosyntex di Paceco e la Cti di Menfi) vanno oltre il milione.

Paolo Fiore
Paolo Fiore
Leverano, 1985. Leccese in trasferta, senza perdere l'accento: Bologna, Roma, New York, Milano. Ho scritto o scrivo di economia e innovazione per Agi, Skytg24.it, l'Espresso, Startupitalia, Affaritaliani e MilanoFinanza. Aspirante cuoco, sommelier, ciclista, lavoratore vista mare. Redattore itinerante per FocuSicilia.

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