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La Sicilia perde 2 miliardi al mese. Sud, rischio quadruplo

Il blocco delle attività per il coronavirus costa al Paese 47 miliardi. A rimetterci sono soprattutto gli autonomi. E il Cura Italia copre solo metà delle perdite. Il rapporto Svimez

Due miliardi e cento milioni in Sicilia, dieci al Sud, 47 in Italia. Al mese. È il conto delle restrizioni legate al coronavirus secondo le stime dello Svimez. L’epidemia sta disegnando uno scenario molto diverso e più cupo rispetto alla crisi del 2008. E se in termini assoluti sono le imprese del Centro-Nord a soffrire di più, il Mezzogiorno “rischia di accusare una maggiore debolezza nella fase della ripresa”. Per le imprese meridionali, infatti, le probabilità di fallimento sarebbe addirittura quadruple. Il Cura Italia sarebbe quindi poco più di un cerotto: è in grado di coprire circa metà delle perdite (ma solo un terzo di quelle accusate da autonomi e partite Iva).

L’impatto sul Pil

Il rapporto Svimez stima una riduzione del Pil nel 2020 dell’8,4 per cento per l’Italia, del 8,5 per cento al Centro-Nord e del 7,9 per cento nel Mezzogiorno. È una previsione che tiene conto di una (non scontata) “ripresa delle attività nella seconda parte dell’anno”. In Sicilia la perdita è di 2,1 miliardi di euro al mese, che equivalgono a 420 euro procapite. “L’emergenza sanitaria colpisce più il Nord, ma gli impatti sociali ed economici ‘uniscono’ il Paese”. In Italia un impianto produttivo su due è fermo e si sono bloccate. E se a livello territoriale “sono più interessate le regioni del Nord soprattutto in termini di valore aggiunto”, quando si parla di occupati “la forbice si annulla”. È a casa, in entrambe le aree, oltre il 53 per cento degli addetti. Andando oltre i soli impianti produttivi e tenendo conto anche del lavoro nero, il rapporto stima che a essere interessato dal blocco delle attività sia un terzo dei lavoratori. Ma dietro questo numero c’è una differenza: i dipendenti (cioè chi è spesso più tutelato a livello contrattuale) sono anche i meno esposti al fermo.

Pagano soprattutto autonomi e partite Iva

È stato interessato dal lockdown il 28 per cento dei dipendenti siciliani, mentre la quota degli “indipendenti” fermi arriva al 42,3 per cento. Si tratta di 164.649 persone (800 mila in tutto il Mezzogiorno) bloccate, quasi tutte autonome e partite Iva. La tendenza che vede queste categorie più esposte è comune a tutto il Paese, ma al Sud è ancor più pronunciata: Motivo: “Al Nord l’impatto sull’occupazione dipendente risulta più intenso che nel Mezzogiorno (36,7 per cento contro 31,4 per cento) per l’effetto della concentrazione territoriale di aziende di maggiore dimensione e solidità. Mentre “la struttura più fragile e parcellizzata dell’occupazione meridionale si è tradotta in un lockdown a maggiore impatto sugli occupati indipendenti (42,7 per cento rispetto al 41,3 per cento del Centro e del Nord)”. Autonomi e partite Iva ci rimettono 25,2 miliardi, 7,7 dei quali nel Mezzogiorno. La compensazione statale di 600 euro prevista dal Cura Italia copre solo il 30 per cento della perdita di reddito lordo mensile (attorno ai 2 mila euro).

Rischio fallimento (molto) più alto al Sud

Se si ferma la produzione, è chiaro che i maggiori danni – nell’immediato – vengano subiti dalla aree più produttive. Cioè quelle del Centro-Nord. Ci sarà però anche un “dopo”. Ed è qui, nella fase di ripresa, che il Sud “rischia di accusare una maggiore debolezza”. La ragione è chiara: le aziende non hanno fatto in tempo a rialzarsi che finiscono di nuovo al tappeto: l’area “sconta la precedente lunga crisi, prima recessiva, poi di sostanziale stagnazione, dalla quale non è mai riuscito a uscire del tutto”. Ecco perché “il rischio di default è maggiore per le medie e grandi imprese del Mezzogiorno”. Più precisamente, “c’è una probabilità di uscita dal mercato quattro volte superiore rispetto a quelle del Centro-Nord”. Lo Svimez trae questa conclusione leggendo i bilanci: guardando alle imprese con fatturato superiore agli 800 mila euro, il rapporto tra redditività operativa e indebitamento è positivo solo per le imprese del Centro-Nord. Tradotto: quello che guadagnano le imprese meridionali non basta neppure a ripagare i debiti.

Il “processo di selezione” istantaneo

Facendo un parallelo con il 2008, il rapporto sottolinea molte differenze. Una su tutte: “Il processo di selezione, allora dispiegatosi lungo un arco temporale ampio, oggi è anticipato all’inizio della crisi con un’interruzione improvvisa”. “Processo di selezione” è un’espressione felpata per dire che ci sono imprese che reggono e altre che falliscono. Solo che, di solito, la “selezione” è una maratona in cui i caduti si contano strada facendo. In questo caso, invece, è una gara di cento metri in cui la pistola dello starter è stata puntata contro i partenti. Le vittime sono sui blocchi di partenza.

Cura Italia, il decreto dimezzato

Il decreto Cura Italia, spiega il rapporto, “esplica maggiori effetti al Sud in rapporto al Pil” (l’1,4 per cento contro l’1,2 per cento nel Centro-Nord) ma destina al Mezzogiorno meno risorse procapite (251 euro contro 372). Vuol dire che, in termini assoluti e in base alla popolazione, arrivano più fondi al Centro-Nord, ma il Meridione riceve una copertura più che proporzionale rispetto al proprio prodotto interno lordo. Ecco perché, guardando alle perdite subite, il decreto “compensa” più il Sud (tamponando il 50 per cento delle perdite) che il Centro-Nord (dove il Cura Italia copre il 40 per cento di quanto evaporato con il lockdown). Nel complesso, afferma lo Svimez, il decreto di marzo è in grado di coprire appena la metà delle perdite. A rimetterci di più, come detto, sono gli autonomi e le partite Iva, compensate con meno di un terzo delle perdite. Ma ci sono anche categorie estranee al Cura Italia, soprattutto al Sud.

Leggi anche Lavoro, imprese, Fisco. Cura Italia: tutto ciò che c’è da sapere

Nero e precari: chi è senza paracadute

Nonostante il decreto abbia esteso gli ammortizzatori sociali da una platea di circa 10 milioni di dipendenti privati a 14,7 milioni, rimangono ancora 1,8 milioni di lavoratori privati dipendenti senza rete. Si tratta, in particolare, di 800 mila lavoratori domestici (200 mila al Sud e 600 mila nel Centro-Nord) e di circa un milione a termine, “che pur avendo lavorato in passato non erano occupati il 23 febbraio (350 mila al Sud e 650 mila nel Nord)”. Il rapporto ricorda inoltre i circa 2 milioni di lavoratori irregolari. Tra loro, circa 800 mila (500 mila dei quali al Sud) sarebbero “disoccupati in cerca di prima occupazione che, per effetto della crisi, presumibilmente non potranno accedere al mercato del lavoro nei prossimi mesi”. Il tema degli scoperti, spiega il rapporto, è più sentito nelle regioni meridionali, dove il mercato del lavoro, caratterizzato da “maggiore fragilità e precarietà”, “rende più difficile assicurare una tutela a tutti i lavoratori, precari, temporanei, intermittenti o in nero”. Il problema non è solo economico: può avere “impatti rilevanti sulla tenuta sociale dell’area”. Ecco perché, secondo lo Svimez, “occorre dare risposta con uno strumento universale di tutela dalla disoccupazione”.

Paolo Fiore
Leverano, 1985. Leccese in trasferta, senza perdere l'accento: Bologna, Roma, New York, Milano. Ho scritto o scrivo di economia e innovazione per Agi, Skytg24.it, l'Espresso, Startupitalia, Affaritaliani e MilanoFinanza. Aspirante cuoco, sommelier, ciclista, lavoratore vista mare. Redattore itinerante per FocuSicilia.

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