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Aumentano le disuguaglianze: lavoro, i precari pagano la crisi

Con la riapertura del quattro maggio aumentano le differenze tra lavoratori stabili e precari come quelle tra Nord e Sud. È quanto emerge dall'analisi congiunta di Inps e Inapp

Donne, lavoratori a tempo determinato e part time, giovani, stranieri e dipendenti di piccole imprese. Sono queste le categorie più deboli nel mercato del lavoro italiano. Sono anche quelle costrette ancora a casa e sono soprattutto al Sud. Le aperture della fase due, quelle che partono oggi quattro maggio, non li riguardano. Sono loro quelli più colpiti dalla crisi pandemica e “ciò implicherà un ulteriore peggioramento delle dinamiche di disuguaglianza, di povertà sul posto di lavoro (working poor), e di instabilità lavorativa”. È quanto emerge dall’analisi congiunta di Inps e Inapp. In luce le differenze individuali e strutturali fra i lavoratori impiegati nei settori essenziali, soprattutto nel Nord-Ovest, e tutti gli altri.

Donne, giovani e stranieri i più precari

I settori bloccati, perché mostrano indici di rischio più elevati, sono anche quelli che garantiscono meno i lavoratori . Contano una percentuale di contratti a tempo determinato e part time “decisamente superiore nei settori bloccati dopo il 4 maggio”. Si tratta del 56 per cento dei contratti a termine e del 48 di quelli a tempo parziale. E per lo più sono applicati alle donne (56 per cento contro il 44 nei settori essenziali), agli under 30 (44 per cento) e agli stranieri (20 per cento). Inoltre riguardano soprattutto piccole realtà imprenditoriali, ovvero con meno di cinque dipendenti (46 per cento). I settori bloccati e più precarizzanti sono legati ad alloggi e ristorazione (settore bloccato all’82 per cento), attività artistiche e sportive (totalmente bloccato), e in altre attività di servizi (41 per cento di bloccati). “Settori che mostrano salari medi annuali, settimanali e ore lavorate di gran lunga inferiori rispetto ai valori nazionali”.

Salari più bassi

Per queste categorie, il lavoro è mediamente di 19 settimane annue contro le 31 dei dipendenti dei settori in attività perché considerati essenziali. Hanno anche una retribuzione inferiore. Inps e Inapp stimano che “il salario medio annuo nei settori essenziali è del 127 per cento più elevato rispetto a quello dei settori bloccati”. La differenza è di circa 10 mila euro all’anno considerando che lo stipendio medio nei settori bloccati è di 7.805 euro lordi, mentre per i settori essenziali è di 17.759. Una situazione che porta i più precari ad avere più rapporti lavorativi nello stesso anno. In questo modo si riducono le differenze a livello economico fra settori essenziali e bloccati ma non solo non si riesce a coprire totalmenete la distanza “il fatto di avere più contratti nello stesso anno è un indice di instabilità lavorativa e incertezza”.

Leggi anche – La Sicilia perde 2 miliardi al mese. Sud, rischio quadruplo

Più servizi essenziali al Nord-Ovest

La maggior parte dei settori essenziali sono al Nord, in particolare nel Nord-Ovest. La stessa zona in cui c’è ancora maggiore rischio di diffusione. Secondo l’indagine, comunque, le riaperture sono legate più ai piccoli centri che alle grandi città dove il pericolo contagio è superiore. In testa c’è la Lombardia (85 per cento), il Piemonte (85 per cento), il Veneto e l’Emilia Romagna (83 per cento per entrambe). Le regioni d’Italia in cui c’è maggiore incidenza di aziende bloccate anche dopo le aperture del 4 maggio sono invece la Sardegna (74), la Puglia (76), la Calabria (75) e la Valle D’Aosta (72). La Sicilia sta in mezzo con il suo 78 per cento di attività nei settori che hanno ricominciato. Va però va sottolineato che già alla data del 22 marzo, quando è stata stilata la prima lista delle attività produttive, industriali e commerciali considerate essenziali, “era presente una forte dimensione di agglomerazione, con quote elevate per i settori essenziali a Milano, Roma, Napoli, Palermo, Genova, Catania”. Dopo il 4 maggio invece, la dinamica legata all’agglomerazione diminuisce e aumenta il divario Nord-Sud.”Probabilmente a causa del fatto che il settore della ristorazione e degli alloggi è maggiormente concentrato nelle grandi città”.

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Desirée Miranda
Desirée Miranda
Nata a Palermo, sono cresciuta a Catania dove vivo da oltre trent'anni. Qui mi sono laureata in Scienze per la comunicazione internazionale. Mi piace raccontare la città e la Sicilia ed è anche per questo che ho deciso di fare la giornalista. In oltre dieci anni di attività ho scritto per la carta stampata, il web e la radio. Se volete farmi felice datemi un dolcino alla ricotta

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