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Export, la Sicilia cresce. Ma il peggio deve ancora arrivare

L'isola è una delle sette regioni con esportazioni in crescita nel primo trimestre. Tengono tutti i settori principali. Ma l'effetto coronavirus deve ancora essere registrato

Nel primo trimestre 2020 l’export siciliano è cresciuto del 5,1 per cento, in controtendenza rispetto al dato nazionale, calato dell’1,9 per cento. Bene. Ma vuol dire che le esportazioni dell’isola sono passate indenni dalla buriana Covid? No, calma. Per quanto i dati dell’Istat siano positivi, tutto indica che i trimestre non è stato così brillante come sembra. E che il peggio debba ancora venire.

Chi sale e chi scende

Tra i settori più consistenti (quindi meno esposti a oscillazioni minime e con peso maggiore sul conto totale), hanno avuto una forte crescita le esportazioni di agricoltura, silvicoltura e pesca (+19,2 per cento) e di prodotti petroliferi (+12,6 per cento). I prodotti dall’estrazione di minerali hanno invece perso un quarto dell’export. Cresce il manifatturiero (+4 per cento) ma, com’è normale che sia in un settore cosi variegato, con indicazioni contrastanti: bene alimentari e tabacco (+7,7 per cento), gomma e plastica (+12,9 per cento), apparecchi elettrici (+78,6 per cento). Male invece tessile e abbigliamento (-20 per cento), prodotti chimici (-22,6 per cento), computer e apparecchi elettronici (-21,6 per cento).

Chart by Visualizer

Effetto coronavirus da Nord a Sud

Nel Paese in frenata, ci sono state sette regioni capaci di aumentare le esportazioni nel corso del primo trimestre: Molise, Liguria, Sardegna, Campania, Sicilia e (con passi avanti più modesti) Umbria e Toscana. Confrontando l’export su base annua, soffrono il Nord-Est (-2,5 per cento) e il Nord-Ovest (-2,2 per cento). Tiene invece il Centro (-1,5 per cento), mentre il Mezzogiorno segna un lieve aumento delle vendite (+1,1 per cento), sintesi del calo dell’1,3 per cento per il Sud e della crescita del +7,5 per cento per le Isole. Come sempre, i numeri crudi non dicono tutto. Innanzitutto, le cinque regioni con le migliori performance del trimestre (Molise, Liguria, Sardegna, Campania, Sicilia) mettono insieme appena il 7 per cento dell’export nazionale. Sono piuttosto chiuse. E potrebbero quindi aver avuto ripercussioni minori (o quantomeno ritardate) rispetto ad altre con scambi più intensi.

Il numero dei contagi conta?

I dati sembrano indicare una proporzionalità tra la diffusione dell’epidemia e l’impatto sulle esportazioni (più severo al Nord). Difficile, però, dire se si tratti solo di questo. Le regioni più colpite sono anche quelle che rappresentano la quota maggiore dell’export italiano (la Lombardia, da sola, vale un quarto delle esportazioni). Al di là del numero dei contagiati, quindi, pagano le aree del Paese che più di guardano all’estero. L’export del Lazio verso gli Stati Uniti si è contratto di un terzo. La Lombardia ha esportato l’8,2 per cento in meno verso la Germania, il 7,8 per cento verso la Spagna e il 7 per cento verso la Francia.

Perché non c’è niente da festeggiare

A raccomandare cautela ci sono poi altri due elementi. Le esportazioni di Sud e Isole hanno perso il 5,4 per cento rispetto all’ultimo trimestre del 2019. La crescita siciliana anno su anno si deve quindi anche alla debolezza del periodo di riferimento, che era stato pessimo. Va infine ricordato che l’Istat si riferisce al primo trimestre. Per quanto gli scambi internazionali abbiano rallentato già prima del lockdown, la clausura (anche produttiva) è entrata in vigore solo a metà marzo (cioè nelle ultime settimane del trimestre). E nei Paesi che comprano dall’Italia, i provvedimenti sono arrivati ancora dopo. In breve: questi dati dell’Istat sono solo un primo segnale, ma per capire quanto il coronavirus abbia pesato sulle esportazioni sarà più indicativo (e probabilmente più negativo) il secondo trimestre.

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Sprofonda la produzione industriale

Le prime indicazioni di aprile sono tutt’altro che confortanti: la produzione industriale è calata del 19,1 rispetto a marzo. Nella media del periodo febbraio-aprile, la produzione industriale ha perso un quarto del proprio peso, con cali tendenziali in tutti i comparti. I più accentuati sono quelli di tessili, abbigliamento, pelli e accessori (-80,5 per cento), mezzi di trasporto (-74 per cento), industrie (-57 per cento) e articoli in gomma e materie plastiche (-56,3 per cento). Meno rovinosa la caduta di prodotti farmaceutici (-6,7 per cento) e alimentari (-8,1 per cento).

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Paolo Fiore
Paolo Fiore
Leverano, 1985. Leccese in trasferta, senza perdere l'accento: Bologna, Roma, New York, Milano. Ho scritto o scrivo di economia e innovazione per Agi, Skytg24.it, l'Espresso, Startupitalia, Affaritaliani e MilanoFinanza. Aspirante cuoco, sommelier, ciclista, lavoratore vista mare. Redattore itinerante per FocuSicilia.

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