Non si nasconde Salvatore Cobuzio: “Partire in Sicilia è stato un bel casino”. Poi però la startup che ha co-fondato, Martha’s Cottage, è diventata la prova che “si può fare anche qui”. Nonostante tutto. Nonostante istituzioni disattente nei confronti dell’innovazione, professionalità che non è semplice trovare e un’idea singolare: creare, a Siracusa, un’e-commerce dedicato ai matrimoni.

Come nasce Martha’s Cottage

Cobuzio studia architettura a Reggio Calabria, marketing e comunicazione a Roma e lavora come autore televisivo. Che c’entra con i matrimoni? C’entra che s’è sposato, con Simona Canto (prima diventata moglie e poi socia). “Come tutti, abbiamo fatto il giro delle bomboniera e trovato sempre gli stessi prodotti. Cercando qualcosa di diverso, abbiamo comprato online da posti sparsi per il mondo e ci siamo resi conto che non esisteva un sito che riunisse in un unico contenitore quello che andasse oltre la bomboniera della nonna”. Dopo il viaggio di nozze, Cobuzio e Canto mollano lavoro e città (abitavano a Roma) e si trasferiscono a Siracusa. Con Laura Bevelacqua e Tiziana Mendolia, fondano nel 2014 Martha’s Cottage. Nome volutamente “internazionale”, che sostituisce la prima idea: “Ci chiamavamo Progetto Wedding. Brutto”, ammette Cobuzio. Per cambiare, “volevamo il nome di una donna e, facendo una ricerca, abbiamo visto che Martha era il quello più popolare al mondo. Ci è piaciuto”.

Partire? “Un dramma”

Il ritorno nella terra d’origine, la Sicilia, è soprattutto una questione di costi: ufficio e personale sono più leggeri per le casse di una società neonata. Particolare non trascurabile, soprattutto perché i fondatori lavorano senza stipendio e devono fare i conti con i capitali che hanno: dopo essere passata da un programma di accelerazione di B-Ventures, Martha’s Cottage ottiene un primo finanziamento da 250 mila euro sottoscritto da Capital B!, Withfounders e alcuni investitori privati. Costi esclusi, all’inizio “è stato un dramma”, ricorda Cobuzio. “È stato tutto complicato, dall’apertura della partita Iva a trovare il commercialista giusto. Ne abbiamo cambiato uno l’anno. E poi ottenere le autorizzazioni, far capire che ci occupavamo di e-commerce, avere internet con una certa velocità. Affrontare la burocrazia è stata tosta, non ci aspettavamo di trovare così tante difficoltà”. La nuova impresa digitale che prova a crescere da Siracusa non è stata accolta con coriandoli e stelle filanti. Anzi, come dice il suo fondatore, “non è stata accolta. Amministrazione e territorio sono stati completamente assenti. Ancora oggi molti non sanno della nostra esistenza né che siamo siciliani. Da questo punto di vista, la regione è ancora molto indietro. Le imprese dovrebbero essere valorizzate perché dimostrano che si può fare anche in Sicilia”. Neppure trovare figure professionali all’altezza è stato semplice, “perché molti dei migliori se ne sono già andati”. Nonostante tutto, però, oggi Martha’s Cottage ha quasi 20 dipendenti, con un’età media di 28 anni, spesso alla prima occupazione. Lavorano in una sede con vista mare, senza orari e senza cartellino, con spazi dedicati ai figli dei dipendenti e riunioni aziendali aperte a tutti.

Non solo confetti

Dal 2016, la società ha accelerato. È andato oltre il mercato italiano, puntando sull’Europa (che oggi vale un quinto del fatturato, con in testa Francia, Spagna e Germania). Ed è cresciuto anche l’interesse degli investitori. È arrivato un aumento di capitale di 500 mila euro, sottoscritto anche da nuovi azionisti, tra cui Neokero, Capital B! e Borealis Tech Ventures. Poi, nel 2019, sono arrivati altri 520 mila euro, grazie a una campagna di equity crowdfunding e al successivo contributo di investitori privati. Fondi che, sottolinea Cobuzio, “servono per crescere e non per pagare gli stipendi”. Nel 2017 Martha’s Cottage ha superato il milione di fatturato, con ebitda positivo. Una rarità in una startup, che di solito brucia molto capitale e impiega più tempo per trovare equilibrio nella gestione. Nel 2019 si attende una crescita attorno al 20 per cento, con l’obiettivo di fare “il vero salto” nel 2020: “Siamo leader in Italia e ci aspettiamo di diventarlo in Europa entro due anni, per poi guardare all’America”. Ormai l’e-commerce dei matrimoni non è solo bomboniere e confetti. Anzi, non è più solo matrimoni, cui è dedicato circa il 30% dei prodotti in catalogo. Il resto punta su ogni tipo di feste e cerimonie. E nella sezione “Dopo il sì” vende anche tecnologia (grazie a un accordo con Xiaomi) e piccoli elettrodomestici (Smeg). C’è stato anche un test con Lastminute.com per collaborare nella vendita di pacchetti viaggio. Non solo altare, quindi. Anche se quello resta un pilastro: intercettare gli sposi vuol dire “avere il database di una famiglia che sta per nascere. E intorno alla famiglia ruotano molti business”, spiega Cobuzio.

Serve contaminazione

Se partire è stato complicato, “rimanere è stato più semplice”. Per gli investitori, sostenere una società con sede in Sicilia, geograficamente lontana dai soliti circuiti, “non è stato un problema”. Anzi, “ad alcuni piace che stiamo crescendo muovendoci da qui”. Certo, chi deve investire va incontrato e la rete di contatti resta sopratutto tra Milano e Roma. “Ma per andarci basta un’ora di aereo”, spiega Cobuzio. “L’idea – afferma – adesso è proprio creare una rete. Dal prossimo anno vogliamo fare nella nostra struttura eventi e corsi di formazione per il territorio. Spesso una persona che voglia frequentarli spende, oltre ai soldi per l’iscrizione, anche quelli per rimanere nella città dove si tengono. È quindi penalizzato dai costi che deve sostenere. L’idea è di fare corsi più accessibili e al Sud, orfano di iniziative di livello come queste”. Vuole essere anche un modo per dare uno scossone: “C’è un sacco di gente che si piange addosso. Ha un’idea ma non sa di quanti soldi ha bisogno. Non è uscita dall’Italia, a volte neanche dalla Sicilia, e non può quindi capire che la sua idea non è nuova”. I capitali scarseggiano, la burocrazia frena, ma al Sud manca anche un’altra cosa: “La contaminazione”. A volte, sottolinea Cobuzio, “ci sono progetti interessanti, ma non la consapevolezza che cedere quote in cambio di soldi aiuta a crescere”. Dall’altra parte, “le poche aziende che hanno raccolto risorse si sentono Dio in Terra e diventano delle isole”. Eccola una ragione per tornare (o restare): “Ci spinge la voglia di contaminare. Le amministrazioni non lo fanno senza avere un ritorno. Alcune startup ci stanno provando”.

Paolo Fiore
Leverano, 1985. Leccese in trasferta, senza perdere l'accento: Bologna, Roma, New York, Milano. Ho scritto o scrivo di economia e innovazione per Agi, Skytg24.it, l'Espresso, Startupitalia, Affaritaliani e MilanoFinanza. Aspirante cuoco, sommelier, ciclista, lavoratore vista mare. Redattore itinerante per FocuSicilia.

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