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Né autonomi né dipendenti: dependent contractor, i più deboli

Secondo l'Istat sono 452 mila. Non hanno né contratti stabili né libertà di scelta. Lavorano e guadagnano meno, sono insoddisfatti. Ed è spesso sulle loro spalle che si scarica ii rischio d'impresa

“È sempre più chiaro come la distinzione tra lavoro dipendente e indipendente non sia più adeguata”. Parola dell’Istat, che nel suo rapporto sul mercato del lavoro 2019 dedica un intero capitolo a una figura ibrida: i dependent contractor. Una categoria distinta rispetto alle due tradizionali, frammentata ma con proprie caratteristiche. Non è nuova, ma è sempre più numerosa: nella media dei primi tre trimestri del 2019, si stima sia costituita da 452 mila occupati (l’11,5 per cento degli autonomi senza dipendenti). Sono spesso giovani e insoddisfatti. Una metà abbondante lavora per un solo committente. Tradotto: si tratta (a seconda dei punti di vista) di falsi dipendenti o falsi autonomi, che (nella maggior parte dei casi) non possono permettersi di bilanciare la stabilità e le tutele con la libertà di scelta. Non hanno né le une né l’altra. E in questi momenti di crisi da virus, in cui gli autonomi (nel breve periodo) sono più esposti, la situazione peggiora.

Chi e quanti sono i “dipendenti autonomi”

Lo status di dependent contractor (“dipendente autonomo”) descrive già dal nome le proprie peculiarità. Secondo l’Organizzazione internazionale del lavoro (Ilo), sono “occupati formalmente autonomi ma di fatto vincolati da rapporti di subordinazione con un’altra unità economica (cliente o committente) che ne limita l’accesso al mercato e l’autonomia organizzativa”. Pur non avendo tutele dei dipendenti, non decide né il prezzo delle proprie prestazioni né l’organizzazione del proprio tempo (come invece fanno gli autonomi puri). Secondo l’Istat, gli oltre 450 mila dependent contractor italiani sono, punto più punto meno, distribuiti in porzioni simili tra collaboratori, lavoratori in proprio e liberi professionisti.

Non più uno status di passaggio

I dependent contractor sono più concentrati al Nord. Solo il 22 per cento lavora nel Mezzogiorno, dove invece si concentra oltre il 30 per cento degli autonomi puri. In numeri assoluti, operano sopratutto nel commercio e nella sanità, ma mostrano le quote più significative nelle professioni qualificate e tecniche e tra quelle esecutive del commercio e dei servizi. Rispetto agli altri autonomi, tra i dependent contractor c’è una maggiore presenza di donne e e giovani: uno su quattro ha tra i 15 e i 34 anni (contro il 15,8 per cento degli autonomi puri). Sono mediamente più istruiti. Per l’Istat, questo dato suggerisce che “siano, almeno in parte, nella fase iniziale della loro carriera lavorativa”. E che quindi “una parte di essi sia in una traiettoria di miglioramento della propria condizione professionale, verso forme più solide del lavoro indipendente o in transizione verso il lavoro dipendente”. Allora tutto bene? Solo qualche sacrificio in attesa di una brillante carriera? No. “Per una quota rilevante di dependent contractor la condizione di fragilità sul mercato non rappresenta una fase transitoria ma una caratteristica pregnante del lavoro”.

Una categoria per scaricare i rischi d’impresa

Di solito sono impiegati nelle mansioni “tipiche del lavoro indipendente”. Ma con con una configurazione diversa. Sono utilizzati, spiega l’Istat, per “esternalizzare funzioni marginali o collaterali della produzione” e per “scaricare una parte dei rischi di impresa”. Le aziende non assumono perché un contratto da dipendente sarebbe troppo oneroso. E così affidano il lavoro a collaboratori esterni. Che però non sono poi sempre così esterni. È il caso di operatori di call center, venditori a domicilio, addetti alle consegne, conduttori di mezzi pesanti. Come ammette l’istituto nazionale di statistica, non è semplice “isolare in modo univoco” i tratti che distinguono autonomi puri e dependent contractor. Se definire i dipendenti è molto più semplice, il confine tra gli altri due status è più sfumato. La differenza, infatti, sta soprattutto nella libertà di scelta, costruita non tanto dalla forma contrattuale ma dalle prassi, che consentono più o meno malleabilità di tariffe, orari, luoghi di lavoro.

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Monocommittenza: la finta autonomia

La debolezza si spiega soprattutto con la monocommittenza, descritta come un “tratto distintivo” dei dependent contractor: circa la metà ha un unico cliente. Per gli autonomi puri la quota è del 15,3 per cento. In sostanza: pur non avendo dipendenti, dipendono comunque da un unico datore di lavoro. Non è solo una questione economica, ma una condizione che espone a diversi rischi: gli occupati sono soggetti a vincoli organizzativi (che lo portano negli uffici del committente). In un terzo dei casi ci sono obblighi sia di orario che di luogo (una condizione che invece riguarda solo un autonomo su 40). E ad aggiungere incertezza c’è un altro fattore: chi è alle prese con la monocommittenza tende a svolgere mansioni meno qualificate. Quindi più sostituibili.

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Insoddisfatti e preoccupati

Un’altra caratteristica dei dependent contractor sta in un limitato volume di lavoro. Uno su cinque lavora meno di venti ore a settimana. Un part-time, a volte di fatto e a volte contrattualizzato, ma molto spesso “involontario”: il 65 per cento dei lavoratori con questo status ambisce infatti a un tempo pieno. Poche ore, abbinati con guadagni limitati e alla monocommittenza espongono a una minore capacità negoziale. Tra i dependent contractor è infatti “diffuso il lavoro serale e nel fine settimana”. Alla luce di questo quadro, non sorprende che questi occupati esprimano la più bassa soddisfazione tra i lavoratori italiani. La media nazionale di chi si definisce “molto soddisfatto” è del 57 per cento. Per i dependent contractor si abbassa al 53 per cento. Il 5,8 per cento si dice invece “per nulla soddisfatto”. Nessuna categoria arriva a tanto. Non solo: c’è un altro record. Il 9 per cento teme di perdere il lavoro e di non trovarne uno analogo. Una quota tripla rispetto agli autonomi puri.

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Paolo Fiore
Paolo Fiore
Leverano, 1985. Leccese in trasferta, senza perdere l'accento: Bologna, Roma, New York, Milano. Ho scritto o scrivo di economia e innovazione per Agi, Skytg24.it, l'Espresso, Startupitalia, Affaritaliani e MilanoFinanza. Aspirante cuoco, sommelier, ciclista, lavoratore vista mare. Redattore itinerante per FocuSicilia.

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