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Non essenziali ma aperte. Sicilia, mille imprese in deroga

Nonostante il blocco per coronavirus, le aziende possono chiedere di continuare a produrre. Lo hanno fatto in 1098 in sei province. Il via libera delle prefetture arriva quasi sempre

Un terzo delle attività è fermo (più della metà se si guarda solo agli impianti produttivi) a causa del coronavirus. Ma ci sono oltre mille imprese siciliane che hanno chiesto di continuare a lavorare nonostante siano fuori dai settori ritenuti indispensabili dal dpcm del 22 marzo. Per l’esattezza sono 1098. Una cifra da valutare per difetto, perché mancano le province di Agrigento, Enna e Ragusa, i cui dati non sono al momento disponibili.

Quante sono in Italia

Uno degli interventi del governo nazionale ha riguardato il blocco delle attività non essenziali. Hanno avuto il via libera alcuni settori, individuati tramite codici e sottocodici Ateco. Allo stesso tempo, però, il provvedimento indicava una via per le aziende escluse ma funzionali alle filiere necessarie. Imprese, cioè, senza le quali quelle dei comparti essenziali non starebbero in piedi. In questi casi, la società, senza interrompere la propria attività, deve richiedere alla prefettura di poter continuare a operare. Ci sarà una verifica (coinvolgendo anche i sindacati), il cui esito poggia sul principio del silenzio-assenso: se la prefettura non si fa sentire, l’azienda ha ottenuto il via libera. Altrimenti riceverà la comunicazione che la obbliga a chiudere. Secondo i dati dell’Ufficio organizzazione della Uil, al primo aprile le imprese che hanno avanzato richiesta in tutta Italia sono state 70.927. Oltre il 60 per cento delle comunicazioni è arrivato dalle tre regioni più colpite dall’epidemia: Lombardia (16.740 richieste), Emilia Romagna (15.980) e Veneto (10.600). Nel Mezzogiorno, molte sono state le domande delle imprese pugliesi: 5.366.

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Le richieste in Sicilia

Le richieste siciliane al primo aprile sono state 665: 223 a Catania, 200 a Siracusa, 140 a Trapani, 60 a Messina e 42 a Caltanissetta. A queste vanno aggiunte le 433 arrivate alla prefettura di Palermo, non conteggiate dalla Uil perché l’aggiornamento è datato 2 aprile. Non si sa quante di queste richieste siano state rifiutate. Alcune indicazione arrivano però dalla prefettura del capoluogo regionale. Delle 250 pratiche esaminate, le attività sospese sono state appena 13. Si trattava, scrive la prefettura in una nota, di aziende di “pubblicità per imprese commerciali, attività di organizzazione di stage, nonché di aziende che non hanno indicato per quali committenti devono operare”. Mentre, tra le altre, è arrivato il via libera per quattro imprese “nel campo dell’industria dell’aerospazio e della difesa”. Insomma, c’è chi si muove sul filo delle norme e chi ci prova nonostante sia chiaramente oltre il perimetro del necessario. Ma nella stragrande maggioranza dei casi, le richieste sono fondate e le imprese continuano a lavorare. Solo per avere un’idea e, visti i dati parziali, senza la pretesa di essere precisi: se la percentuale di “no” registrati a Palermo (poco superiore al 5 per cento) fosse confermata nel resto della Sicilia, le prefetture imporrebbero il fermo solo a 58 imprese su 1098.

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Come viene valutata l’impresa

Una volta arrivata la richiesta di deroga, la prefettura verifica la completezza della domanda. Se non manca nulla, valuta la sua fondatezza, anche con eventuale presenza “sul campo”, in base ad alcuni parametri: ci deve essere, spiega la prefettura di Ragusa, un impianto a “ciclo produttivo continuo” o, in alternativa, uno la cui interruzione provocherebbe “danni all’impianto stesso, pericoli di incidenti o alterazioni del prodotto”. Il nulla osta arriva anche nel caso in cui la produzione sia “finalizzata alla erogazione di un servizio pubblico essenziale” o se “l’esercizio è regolato da contratti collettivi nazionali di lavoro o da norme di legge, sulle 24 ore per cicli settimanali”. Resta comunque primaria “l’esigenza di garantire al massimo l’efficacia delle misure di contenimento” dell’epidemia. Andrà quindi accertata “l’indifferibilità della attività”, “la possibilità di garantire la prosecuzione limitatamente alle attività a ‘ciclo continuo’ e a quelle strettamente correlate in presenza di più linee di produzione” e “il rispetto delle disposizioni per la tutela della salute dei lavoratori”.

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Paolo Fiore
Paolo Fiore
Leverano, 1985. Leccese in trasferta, senza perdere l'accento: Bologna, Roma, New York, Milano. Ho scritto o scrivo di economia e innovazione per Agi, Skytg24.it, l'Espresso, Startupitalia, Affaritaliani e MilanoFinanza. Aspirante cuoco, sommelier, ciclista, lavoratore vista mare. Redattore itinerante per FocuSicilia.

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