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Pesca, è crisi in Sicilia. “Servono almeno 50 milioni”

Il settore, formalmente, non si è mai fermato. Ma con i ristoranti chiusi non c'è più mercato. E, al di là della crisi, restano regole europee penalizzanti secondo Fedagripesca e Flai Cgil

La Regione siciliana chiederà lo stato di crisi anche per il settore ittico, in difficoltà dall’inizio del lockdown anti contagio da Covid-19. “Ma questo significa attendere le decisioni comuni a livello nazionale ed europeo. Credo sia il momento di usare risorse siciliane. E subito”. A parlare è Nino Accetta, presidente di Fedagripesca, che per un “settore travolto da uno tsunami”, chiede di dichiarare lo stato di calamità naturale. Si tratta di un’ipotesi prevista dall’ultima legge del settore emanata in Sicilia, la numero 9 del 2019. “Questo è il momento di fare debiti per aiutare il comparto: siamo o no una Regione a statuto speciale?”. Secondo Accetta lo stop durerà due o tre mesi “ma ci vorrà almeno un anno per riprendersi. Nel frattempo bisognerà non chiudere, perché così si va in mare con costi enormi”.

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Cinquanta milioni subito. Ma resta il nodo Ue

Secondo Accetta, serviranno almeno cinquanta milioni di euro, in gran parte recuperabili “dai fondi strutturali europei ancora non assegnati. Parliamo di almeno quaranta milioni su una dotazione complessiva di 120 per la programmazione 2014-2020”. Secondo il presidente della federazione legata a Confcooperative “basta individuare i tanti progetti idonei ma non finanziati. Penso a un bando per l’attrezzatura selettiva che ha finanziato tre milioni di euro di progetti su otto giudicati idonei”. Sul tema il dialogo con il governo regionale, e con l’assessore al ramo Edy Bandiera in particolare, è stato avviato, pur con difficoltà. “Il banco è saltato, i parametri sono saltati, la politica comune della pesca è saltata: rincorriamo principi che non ci serviranno domani”, afferma Accetta. La sfida per i pescatori, a livello europeo, non è tanto sui fondi ma sui regolamenti. Un esempio è la pesca a strascico: secondo un regolamento dell’Unione europea, il 508, vi è un obbligo di fermo di tre mesi in sei anni. “Siamo quasi al termine del periodo, e non c’è più spazio. Chiediamo di portare il fermo a sei mesi, e di estenderlo anche agli altri tipi di pesca”.

Gambero invenduto: andare in mare non conviene

La pesca in Sicilia, formalmente, non si è mai fermata. “Siamo un settore primario fondamentale, ma il problema è la vendita: i ristoranti sono chiusi e le sale matrimoniali hanno annullato gli eventi, anche in estate. I magazzini dei commercianti sono pieni di invenduto anche perché almeno la metà di solito va al Nord, in Lombardia e Piemonte soprattutto”, spiega Giovanni Di Dia, segretario di Flai Cgil Trapani e responsabile regionale del settore pesca per il sindacato. Il problema riguarda da vicino proprio la sua città, Mazara del Vallo, prima marineria della Sicilia, dove in questo periodo il gambero rosso è quasi totalmente invenduto. “Parliamo di una pesca di 800-1000 chili a barca. Se normalmente lavorano una cinquantina di imbarcazioni ora in mare ce ne sono tre o quattro”. Gli addetti del settore pesca sono circa seimila in tutta la Sicilia. E a parte le grandi marinerie (Mazara, Porticello, Pozzallo e Sciacca), nel resto dell’Isola si pratica “pesca locale, con piccole imbarcazioni da due o tre persone”. Pescatori che, al momento, possono contare o sulla cassa integrazione in deroga o su un fondo di integrazione salariale da 900 euro. “Solo per nove settimane. Soldi che comunque non arriveranno realisticamente prima di fine maggio”, afferma Di Dia.

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La concorrenza internazionale

Se andare in mare in questo momento appare un costo più che una opportunità, ad approfittarne potrebbero essere i pescatori extra Ue, ovvero quelli dei Paesi nordafricani. “In Tunisia o in Egitto ci sono ormai da anni flotte immense rispetto alle nostre. E loro non hanno i regolamenti che impongono l’uso, ad esempio, di maglie non strette, o limiti per la raccolta di pesce come il merluzzo. Ci vorrebbero quote internazionali, come per il tonno”, conclude Di Dia. Una concorrenza sleale, anche secondo Accetta, che non ha dubbi: la colpa è dell’Unione europea. “In oltre vent’anni di regolamenti, ho visto il settore perdere il 50 per cento degli addetti e delle imbarcazioni. Mentre la vendita è scesa del 70 per cento, abbiamo aumentato le importazioni. Quando passerà quest’onda anomala vedremo cosa sarà rimasto tra le macerie”, conclude Accetta.

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Leandro Perrotta
Leandro Perrotta
Catanese, mai lasciata la vista dell'Etna dal 1984. Dal 2006 scrivo della cronaca cittadina. Sono presidente del Comitato Librino attivo, nella città satellite dove sono cresciuto.

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