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Pmi, le tasse mangiano otto mesi di lavoro. Catania in coda

La pressione fiscale sulle piccole e medie imprese siciliane è, in media, del 60,5 per cento. Ma con grandi differenze tra città e citta. I dati del Rapporto Cna

In Sicilia una Pmi o un artigiano hanno iniziato a lavorare per sé dall’8 agosto. Prima lo hanno fatto per il Fisco: l’incasso di 194 giorni è evaporato in Imu, Tari, Irap e via tassando. Questa è la media dei capoluoghi di provincia analizzati dal Rapporto Cna. E se, come spiega lo studio, “l’ossatura produttiva nazionale continua a essere soggetta a una pressione fiscale molto elevata” (la media è del 59,7 per cento), alla Sicilia va ancora peggio: imprese e artigiani pagano il 60,5 per cento. Ma con alcune differenze rilevanti: a Enna il cosiddetto “total tax rate” è del 57 per cento, mentre a Catania tocca il 65,38 per cento. Che tradotto in giornate, vuol dire un mese in più di lavoro per pagare il Fisco. Colpa di una diversa composizione di imposte nazionali, regionali (con oscillazioni minime) e soprattutto comunali.

Catania la più cara per una Pmi

Catania è in fondo alla classifica: posizione 135 su 141 città analizzate. La pressione fiscale è tale che, ogni tre euro incassati, due finiscono nelle casse dell’erario, della Regione e del Comune. Lontane, lontanissime, sia per cifre che per geografia, le città più virtuose: Bolzano ha un total tax rate del 52,96 per cento, Gorizia del 53,09 e Udine del 53,7. Per trovare la prima meridionale bisogna scendere alla posizione numero dieci: Carbonia, con il 55,04 del fatturato assorbito dal Fisco. Enna, la migliore siciliana, è in 37esima posizione. Seguono Trapani (57,97 per cento), Ragusa (59,24 per cento), Caltanissetta (59,36 per cento). Da qui in poi, le città dell’isola superano la media nazionale: a Palermo se ne va in tasse il 60,04 di quanto incassato. Le altre sono tutte oltre la centesima posizione in classifica: le Pmi di Siracusa pagano il 61,12 per cento, quelle di Agrigento il 61,61 per cento. A Messina vola via il 62,45 per cento dell’incasso e a Catania, come detto, addirittura il 65,38 per cento. Un poco invidiabile primato, guadagnato a colpi di imposte comunali (nel grafico, in blu), che incidono per oltre un quarto dell’intero prelievo. A Enna, si fermano a un quinto. Senza essere bilanciate da quelle regionali (in rosso) o nazionali (in giallo).

Le tasse valgono un mese di lavoro

La Cna non ha solo calcolato quanto il Fisco preme sulle Pmi, ma indicato una data: il tax free day. È il giorno dell’anno in cui un’impresa si “libera” dalle tasse e inizia a destinare il reddito a sé e alla propria famiglia. Indica cioè fino a quando l’imprenditore deve lavorare – ogni anno – per produrre il reddito necessario ad assolvere gli obblighi fiscali e contributivi. Il tax free day fa capire in modo immediato quanto oscillazioni anche minime si trasformino in (tanti) giorni di lavoro. A Bolzano, ad esempio, quelli necessari per pagare il Fisco nel 2019 sono stati 166. Da quelle parti, l’11 luglio hanno festeggiato la “liberazione”. A Reggio Calabria, ultima in classifica, hanno dovuto aspettare fino all’11 settembre. Due mesi tondi in più. E le città siciliane? Enna ha stappato lo spumante il 29 luglio, Trapani il giorno dopo. Ragusa il 3 agosto e Caltanissetta il 4. Il tax free day di Palermo è stato il 6 agosto, quello di Siracusa il 9 e quello di Agrigento il 12. Le Pmi di Messina hanno atteso Ferragosto. A Catania la liberazione è scattata solo il 26 agosto, dopo 212 giorni, 46 in più rispetto a Bolzano e un mese in confronto a Oristano, Potenza o Perugia.

Il pareggio con il 2011

I dati, spiega la Cna sono “tarati sulla dimensione prevalente dell’impresa italiana, contrariamente alle analoghe stime in circolazione, meno aderenti alle specificità dell’apparato produttivo nazionale”. Il Rapporto scatta quindi una fotografia piuttosto fedele di quanto la tassazioni prema sulle Pmi. La buona notizia è che il total tax rate sta calando, più o meno stabilmente, dal 2012. A Palermo, ad esempio, si era raggiunto un picco del 66,2 per cento, a Messina del 69,6 per cento. Catania era arrivata al 73,4 per cento. Confrontati con i dati di quest’anno, ci sarebbe (quasi) da sorridere. Ma è (anche) una questione di prospettiva. Il 2012, infatti, era stato caratterizzato da un balzo. Se si confronta il total tax rate di oggi con quello del 2011, infatti, le principali città siciliane sono attorno al pareggio: su Pmi e artigiani, decimale più decimale meno, le tasse hanno lo stesso impatto di otto anni fa. Con due eccezioni: rispetto al 2011, la pressione fiscale a Catania è aumentata dell’1,6 per cento; a Messina dell’1,1 per cento.

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Paolo Fiore
Paolo Fiore
Leverano, 1985. Leccese in trasferta, senza perdere l'accento: Bologna, Roma, New York, Milano. Ho scritto o scrivo di economia e innovazione per Agi, Skytg24.it, l'Espresso, Startupitalia, Affaritaliani e MilanoFinanza. Aspirante cuoco, sommelier, ciclista, lavoratore vista mare. Redattore itinerante per FocuSicilia.

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