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Poche piogge, colture a rischio. E gli invasi pieni non servono

Le dighe sono piene: 500 milioni di metri cubi, uno dei dati migliori degli ultimi anni. Ma gli agricoltori devono attendere l'acqua dal cielo. Che non arriva. E Coldiretti lancia l'allarme siccità

“Clima pazzo”, campagne a secco. L’allarme lo lancia Coldiretti Sicilia: in questi giorni invernali insolitamente caldi “la siccità sta provocando danni gravissimi in tutta l’isola. Il grano non cresce, per gli ortaggi e nuovi impianti di vigneto si procede con irrigazioni di soccorso che fanno lievitare i costi aziendali”. La mancanza di pioggia, la più grave nell’ultimo secolo secondo i dati pluviometrici, non è però un problema dell’inverno 2020. “È da almeno cinque anni che la situazione si ripete. Nella mia zona molti hanno deciso di vendere i terreni”, afferma Emanuele Feltri che in contrada Sciddicuni, a Paternò, cerca soluzioni alternative ai consorzi di bonifica. Nella sua zona, così come in molte altre della Sicilia, l’acqua necessaria non viene distribuita dagli enti pubblici. Lo scorso settembre ha anche avviato una raccolta fondi per finanziare un progetto di collegamento di un pozzo distante un chilometro. “Purtroppo non siamo arrivati alla quota necessaria, circa ventimila euro. L’unica soluzione è provare a riattivare un vecchio pozzo in un terreno vicino non più utilizzato, in accordo con il proprietario”, spiega.

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Invasi pieni, ma l’acqua non viene distribuita

Ma se l’acqua manca nei campi, lo stesso non avviene negli invasi. Secondo i dati riportati dall’Osservatorio acque del Dipartimento regionale dell’Autorità di bacino del distretto idrografico Sicilia, il volume totale di acqua invasata presente nelle dighe ammonta a 539 milioni di metri cubi. Una quota in calo rispetto allo scorso anno, quando i metri cubi erano 612 milioni, ma ben sopra la media degli ultimi anni: nel 2018 i metri cubi erano appena 255 milioni, dato peraltro migliore rispetto ai 180 milioni previsti inizialmente. Nel febbraio 2017 la quantità d’acqua era di 373 Mmc, e nel 2016 di 469. Per trovare una quota maggiore di quella attuale bisogna tornare al 2010, con 626 milioni di metri cubi. “Gli invasi sono pieni secondo le capacità stabilite, grazie all’acqua raccolta a novembre”, spiega Ignazio Gibiino, presidente di Coldiretti Agrigento. Ma il rifornimento idrico avviene in modo inefficiente. “I consorzi sono stati commissariati per trent’anni, con problemi di rete e manutenzioni. E in ogni caso, quell’acqua può essere utilizzata solo per colture a reddito, come i frutteti”. Grani, cereali, legumi rischiano, quindi, di restare a secco. “In zona Cammarata ci sono i terreni aridi spaccati come fosse giugno. Gli agricoltori hanno concimato con molto ritardo, solo in questi giorni in vista delle piogge previste a breve. Ma se non dovessero arrivare sarà inutile”.

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Cartelle pazze dai consorzi: “Anche diecimila euro”

Per gli agricoltori si aggiunge poi una beffa: in questi giorni a centinaia stanno ricevendo cartelle esattoriali dai consorzi di bonifica per il “beneficio irriguo, quando nessuno è in grado di avere nessun apporto”, spiega Gibiino. Nella zona di Paternò “le cartelle hanno raggiunto cifre altissime, anche di diecimila euro”, racconta Feltri. Per l’agricoltore l’unica soluzione alla “perenne emergenza” è quella di ripensare al sistema. “Nessuno ascolta le esigenze degli agricoltori nei territori: tutto è calato dall’alto mentre qui l’ultima volta che si è affrontato il problema della canalizzazione è stato a fine Ottocento”. Feltri chiede più interventi dai comuni, magari coinvolgendoli “nella gestione dei fondi Psr, che al momento vengono dati a pioggia”. Gli interventi che nel resto d’Italia vengono effettuati regolarmente, in Sicilia mancano non per questione di fondi ma per una carenza di organizzazione. “Si parla tanto di vendita diretta ma ci vorrebbero anche dei magazzini gestiti a livello locale. Chi tra i piccoli agricoltori ha la capacità di affrontare le emergenze e poi gestire anche trasformazione e distribuzione?”, conclude.

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Fondi dallo Stato. Ma la diga Gibbesi resta chiusa

La Regione ha annunciato di aver ricevuto risorse dal governo nazionale per 150 milioni di euro. Queste, inserite nel decreto “milleproroghe” approvato in Parlamento, dovranno servire a recuperare progetti di bonifica fermi dal 1999. “Resta il problema degli invasi: sono troppo pochi e molti hanno ormai capacità ridotte rispetto a quella del progetto iniziale, per via della scarsa manutenzione”, spiega Gibiino. L’acqua piovana raccolta è al momento solo una piccola parte. Alcuni invasi nell’agrigentino sono pronti da anni ma non sono mai stati utilizzati. Come la diga sul fiume Gibbesi, nel territorio di Sommatino, “incompleta: l’acqua c’è ma non è mai stata canalizzata”, conclude il presidente di Coldiretti Agrigento.

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Leandro Perrotta
Leandro Perrotta
Trentasette anni, tutti vissuti sotto l’Etna. Dal 2006 scrivo della cronaca di Catania. Sono presidente del Comitato Librino attivo, nella città satellite dove sono cresciuto.

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