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Rdc promosso contro la povertà. Ma per il lavoro è “una trappola”

Secondo un rapporto del Cnel, la misura sta migliorando le condizioni dei beneficiari, ma disincentiva la ricerca di lavoro (soprattutto nel Mezzogiorno) e penalizza le famiglie numerose

Sì, il reddito di cittadinanza sta attenuando la povertà. No, non ha alcun effetto positivo su consumi, Pil e occupazione. Anzi, per come è strutturato, sta creando alcune storture (svantaggiando le famiglie numerose) e rischia di trascinare in una “trappola della povertà”: i disoccupati non sono incentivati a cercare un impiego. E non sembrano neppure così propensi ad accettare quello che gli si propone. Sono alcune risposte alle domande sulla misura contenute nel rapporto del Cnel sul mercato del lavoro 2019. In particolare, ad analizzare gli effetti del reddito di cittadinanza sono stati Giovanni Gallo (dell’Università di Modena e Reggio Emilia) e Michele Raitano (dell’Università La Sapienza di Roma).

Povertà ridotta, ma non abolita

Gallo e Raitano definiscono il reddito di cittadinanza come “un netto passo avanti”, “necessario a tutela le fasce di popolazione più vulnerabili”. Contro la povertà, pur con qualche crepa, il provvedimento sta funzionando. Le famiglie potenzialmente beneficiarie dovrebbero essere circa 1,51 milioni, corrispondenti a circa 3,56 milioni di individui. Secondo le simulazioni dei due autori, però, ci sono circa 3,9 milioni di nuclei a rischio di povertà, e 1,4 milioni di quelli in grave rischio, che rimangono esclusi dall’erogazione del reddito. In direzione opposta, ci sono circa 174 mila nuclei potenzialmente beneficiari che però non sarebbero in condizioni di povertà. Ci sono quindi dei problemi di “copertura”: la misura raggiunge un cittadino su quattro che si trova in povertà e il 39 per cento di chi è in condizioni più “gravi”. Resta però il fatto che il reddito si stia dimostrano uno “strumento efficace”, soprattutto per chi è nelle condizioni più difficili. L’effetto non è tanto nella riduzione del rischio povertà (che cala di 1,5 punti percentuali) e grave povertà (-2 punti punti percentuali), ma nell’affievolirsi della sua intensità (-11 per cento nei casi più severi). Vuol dire che il reddito ha sicuramente migliorato la condizione di chi lo percepisce. Ma per “l’abolizione della povertà” sentenziata dall’allora vicepremier Di Maio, c’è ancora parecchio da fare.

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La “trappola”: non cercare lavoro conviene

Gli autori, ricordando anche altri recenti studi, hanno indicato un possibile intreccio vizioso: il reddito elevato (specie per i single), le paghe medie basse (specie al sud) e un percorso di reinserimento che non funziona trascinerebbero in una “trappola della povertà”. In sostanza, incentiverebbe il sommerso e non farebbe certo da pungolo alla ricerca di un lavoro. Nel Mezzogiorno, ad esempio, il 28,8 per cento degli occupati ha un salario mensile inferiore ai 780 euro. Cioè sotto il reddito che percepirebbe stando immobile. Il parziale antidoto potrebbe essere un efficace reinserimento nel mondo del lavoro. L’antidoto però non sembra funzionare. Prima di tutto perché solo il 30 per cento di chi percepisce il reddito risulta “attivabile” (cioè nelle condizioni di poter ricevere aiuto per cercare un impiego). Gli altri, per diverse ragioni, nel percorso verso una nuova occupazione non possono neanche entrarci. Secondo problema: “Tra i potenziali beneficiari del reddito di cittadinanza, la disponibilità al lavoro o al trasferimento per motivi lavorativi è tutt’altro scontata: il 14 per cento dichiara indisponibilità al lavoro nell’immediato” e uno su tre “non si trasferirebbe in nessun caso”.

La distorsione: Naspi sfavorita

Gli autori dello studio hanno notato poi una possibile distorsione. Le imprese ricevono sgravi se assumono (a certe condizioni) i beneficiari della misura. In questo modo si creerebbe una disparità tra i disoccupati che percepiscono il reddito di cittadinanza e quelli che incassano l’indennità mensile di disoccupazione (la Naspi). Le crepe legate a occupazione e politiche attive derivano, secondo gli autori, da un errore di fondo: legare “la povertà unicamente dalla mancanza di lavoro e non da un insieme di cause ben più complesse alle quali potrebbe dare spesso una risposta più adeguata”. I dati confermano infatti che “in molti casi la povertà non dipende unicamente dalla mancanza di lavoro e si accompagna talvolta, anziché alla mera disoccupazione, alla diffusione di lavoro molto poco retribuito”.

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Pil e consumi: effetti nulli

Gallo e Raitano si schierano contro i vincoli al libero utilizzo delle somme erogate, “che solo in minima parte possono essere ritirate in contanti e risparmiate”. Per gli autori dello studio l’approccio “pecca di un eccesso di paternalismo verso i più poveri, che sembrano essere ritenuti dal legislatore non meritevoli, o comunque non capaci, di decidere da sé il migliore utilizzo delle scarse risorse a disposizione”. È probabile, riconosce lo studio, che la ratio derivi dalla volontà di stimolare i consumi. E invece nulla di fatto. Per gli ideatori della riforma, il reddito avrebbe dovuto ridurre la povertà, avere ricadute positive sull’occupazione (grazie al percorso di reinserimento) e sul Pil (tramite il sostegno ai consumi). Se il primo obiettivo è stato centrato, gli altri sono lontani: “Le evidenze relative ai primi due trimestri del 2019 non rilevano effetti congiunturali attribuibili all’introduzione del reddito di cittadinanza: la spesa per consumi è infatti finora risultata sostanzialmente stagnante, nonostante qualche segnale di miglioramento nelle vendite al dettaglio, mentre nessun effetto si rileva per quanto riguarda l’offerta di lavoro”.

Famiglie numerose svantaggiate

L’impianto del reddito di cittadinanza penalizza le famiglie numerose. Il motivo è nella serie di parametri adottati: conteggio dei redditi percepiti, “scala di equivalenza” (che assegna un punteggio ai componenti aggiuntivi al capofamiglia) e contributi per affitti e mutui fisso (quindi non proporzionali alla spesa). Risultato: una coppia con un minore può ricevere al massimo 9.600 euro in un anno, mentre una famiglia composta da più di due adulti e tre minori arriva a 12.600 euro. Il sistema crea però una sorta di appiattimento: “La scala applicata rende meno probabile per una famiglia numerosa soddisfare il requisito di un reddito equivalente non superiore a 6 mila euro annui e, nel caso in cui soddisfi tale requisito, accrescendo il valore del reddito equivalente, tende comunque a ridurre l’importo che viene erogato come reddito di cittadinanza”. In pratica, “l’importo medio ricevuto dai beneficiari cresce limitatamente al passaggio da uno a quattro componenti e rimane successivamente pressoché costante”. Tradotto: conviene di più ai single o alle famiglie con due figli. Un problema, visto che proprio i nuclei numerosi rientrano spesso tra i più poveri. Come nota il Cnel, l’Istat segnala come, dopo un picco fra i single, “l’incidenza della povertà assoluta cresca all’aumentare del numero dei componenti”. È infatti del 7 per cento tra le famiglie di tre componenti, sfiora il 9 tra quelle con quattro e raggiunge il 19,6 per cento tra quelle con cinque e più membri”. In sostanza, quindi il reddito di cittadinanza svantaggia chi (a eccezione dei single) avrebbe più bisogno.

Una scelta politica

Ma perché le famiglie numerose sono penalizzate? Secondo Gallo e Raitano, c’è una ragione di contabilità, ma soprattutto una scelta politica: “Non volendo disattendere la promessa di 780 euro di beneficio per individuo presente nelle prime versioni del disegno di legge presentate dal Movimento 5 Stelle e per non ridurre il numero di potenziali beneficiari del reddito, il governo ha scelto di applicare questa scala di equivalenza così peculiare per massimizzare il numero di nuclei beneficiari senza al contempo generare un esborso troppo elevato per il bilancio pubblico”. Un maggiore equilibrio in favore delle famiglie numerose – spiega lo studio – costerebbe infatti tra 1,7 e 4,4 miliardi l’anno in più. Si è partiti da una promessa, ci si è resi conto che la coperta era – al solito – corta e si è fatta una scelta. A pagarla sono le famiglie numerose.

I più penalizzati: gli immigrati

Quello che è definito “l’aspetto probabilmente più critico” riguarda le condizioni di accesso degli immigrati. Si mescolano infatti requisiti elevati (la residenza decennale in Italia) a obblighi burocratici (l’obbligo di fornire certificati vidimati nel paese d’origine sulla ricchezza patrimoniale). Anche qui: rimane scoperta una fetta di popolazione tra le più esposte: secondo l’Istat il 31,1% dei poveri assoluti è composto da nuclei familiari con stranieri, ma è composto da cittadini extracomunitari solo il 5,7 per cento dei nuclei che beneficiano di reddito o pensione di cittadinanza.

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Paolo Fiore
Paolo Fiore
Leverano, 1985. Leccese in trasferta, senza perdere l'accento: Bologna, Roma, New York, Milano. Ho scritto o scrivo di economia e innovazione per Agi, Skytg24.it, l'Espresso, Startupitalia, Affaritaliani e MilanoFinanza. Aspirante cuoco, sommelier, ciclista, lavoratore vista mare. Redattore itinerante per FocuSicilia.

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