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Remote workers, libertà e solitudine, in cerca di spazio

Lavorare da casa, magari per un committente estero, è una condizione sempre più diffusa, tra vantaggi economici e il rischio di isolarsi. A Catania una community in due anni ha riunito oltre 600 membri

Chi è un remote worker? “Una persona che non è vincolata a lavorare in un posto fisso e libera di scegliere da dove connettersi”. A inizio 2018 è nata la community Remote workers Catania, che alle falde dell’Etna in meno di due anni ha raccolto oltre 600 di questi lavoratori senza un vincolo a un posto fisico. “Quando sono ritornato a Catania dall’Irlanda, dove ho lavorato per alcuni anni, è nata l’esigenza di confrontarmi con qualcuno con la mia stessa paura: quella di dover stare soli senza poter conversare con qualcuno. Così con altri professionisti ho fondato la community”, racconta Giuseppe Virzì, informatico catanese di 37 anni, che lavora da casa come dipendente di una società americana che si occupa di automotive, Cerence Inc. Il gruppo dei remote workers etnei in questi due anni si è evoluto in un luogo dove scambiare opportunità di lavoro e consigli con chi condivide lo stesso stile di vita, ma magari svolge tutt’altra professione, scegliendo di giorno in giorno “se lavorare da casa o magari uscire, in totale libertà. Ma con la consapevolezza che uno spazio di confronto, e magari un co-working a Catania, sarebbe utilissimo”.

Giuseppe Virzì

I vantaggi, anche economici, di lavorare da casa

Ma come si diventa un lavoratore da remoto? Nel caso di Virzì tutto è partito da una esigenza “ritrovare gli affetti, tornando a Catania quando ne ho avuto l’opportunità”. Ma per Danilo Allegra 37 anni e originario di Noto, dottore di ricerca in Medicina molecolare, è stata invece una scelta di vita: dal laboratorio a Ulm, in Germania, è passato alle traduzioni mediche e scientifiche come libero professionista. “Tutto è iniziato scrivendo la tesi di dottorato. Dopo anni passati in laboratorio ritrovarmi per oltre un mese a scrivere da casa, potendo magari interrompere per fare una passeggiata, e magari continuare il lavoro in pigiama, mi ha fatto pensare alla possibilità di poter specializzarmi nel campo delle traduzioni, partendo da un’ottima conoscenza dell’inglese e del tedesco, con una solida conoscenza dei termini tecnici scientifici”, racconta Allegra, che oggi lavora per alcune società farmaceutiche svizzere. Nel suo curriculum anche traduzione di libri divulgativi, la realizzazione dei testi per alcune campagne Airc, l’Associazione italiana per la lotta al cancro, e il blog Biocomiche dove tramite i fumetti tratta argomenti scientifici. “Non ho mai studiato da traduttore, quindi ho dovuto imparare molto da autodidatta, mandando decine di curriculum per iniziare a lavorare e iscrivendomi a portali dedicati alla traduzione”. Un lavoro che gli consente “di vivere in modo molto tranquillo in un contesto che mi piace, quello di Catania dove ho deciso di trasferirmi definitivamente”. Con compensi parametrati ai professionisti che lavorano all’estero. “Chiaramente lavorare da casa può essere frustrante perché non ci sono stimoli esterni e riscontri diretti con i colleghi, ma personalmente non sento la necessità di trovarmi un ufficio”.

Coniugare una scelta di libertà con la solitudine

L’esigenza di trovarsi uno spazio c’è stata invece per Vincenzo De Naro Papa, 42 anni, anche lui informatico e libero professionista. “Ho preso una stanza in affitto qui a Catania all’interno di uno studio professionale, che divido con un altro lavoratore da remoto. Nella mia vita professionale è già la mia seconda esperienza del genere: nella prima – spiega De Naro Papa -, che è andata avanti dal 2012 al 2016, non avevo orari e ho voluto evitare di fare gli stessi errori. Per me lavorare da casa era diventato alienante. Le chiacchiere con un collega sono fondamentali”. Un contesto, quello dell’ufficio, che De Naro Papa ha ritrovato nel 2016 “quando sono ritornato a lavorare in sede per una società catanese ho riscoperto il piacere di stare insieme agli altri”. Nel 2018 l’arrivo di una nuova opportunità di lavorare da remoto, con un compenso sempre riparametrato a quello di un lavoratore che vive all’estero. “In questa nuova esperienza ho voluto evitare gli errori del passato, dandomi degli orari fissi per parlare con i team in America e in Australia con cui mi coordino e appunto cercando un ufficio dove andare a lavorare. Adesso rarissimamente, nonostante mi occupi di amministrazione di sistema con supporto 24 ore su 24 per una società Svizzera che si chiama Amazee.io, devo prendere il computer da casa. Dove posso godermi il tempo con la mia famiglia”.

L’idea: uno spazio per i remote workers

“In realtà quello che cerchi di ottenere lavorando da remoto è proprio questo: coniugare un lavoro di un certo livello con le esigenze personali: all’estero ci sono stipendi migliori, ma la qualità della vita qui in Sicilia, almeno per me, è migliore”, spiega Virzì. Non solo per gli affetti “che sono un parametro soggettivo”, quanto perché “con una spesa inferiore si riesce ad avere un tenore di vita migliore”. A mancare, adesso, a Catania è però uno spazio che consenta ai lavoratori da remoto di “spostarsi dal contesto casalingo, dove magari hai già il tuo spazio di lavoro ben definito, ma è importante incontrare altre persone anche per scambiare due chiacchiere nella pausa caffè”. Un co-working per singoli lavoratori, diverso quindi dai luoghi già presenti in Sicilia come Tim Wcap o Vulcanic a Catania o il Lumsa di Palermo che si occupano anche di far crescere le aziende all’interno con programmi dedicati. “E su questa idea, di un posto dove magari pagando giornalmente hai la tua scrivania, ci stiamo confrontando come gruppo di remote workers catanesi”, conclude Virzì.

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Leandro Perrotta
Trentasette anni, tutti vissuti sotto l’Etna. Dal 2006 scrivo della cronaca di Catania. Sono presidente del Comitato Librino attivo, nella città satellite dove sono cresciuto.

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