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Perché il salario minimo legale peserebbe sulle Pmi del Sud

Una proposta del M5S fissava la paga oraria a 9 euro. Una cifra che peserebbe sulle imprese. Il programma di governo, però, punta sulla contrattazione collettiva

Nove euro. È questa la soglia del salario minimo orario fissata dal disegno di legge spinto dal Movimento 5 Stelle. Con la crisi di governo, la proposta è passata in secondo piano. Ma la nomina della prima firmataria, la senatrice catanese Nunzia Catalfo, a ministro del Lavoro e l’inclusione nel salario minimo nel programma del governo M5S-Pd confermano che il provvedimento (da rivedere e correggere) non è finito in fondo ai cassetti. Le cifre sul suo impatto così come concepito dai pentastellati ballano, ma sono consistenti: si va dai 4 miliardi ipotizzati dall’Istat ai quasi 10 indicati dal presidente dell’Inps Pasquale Tridico. Passando per i 6,7 miliardi stimati dall’Istituto Nazionale per l’Analisi delle Politiche Pubbliche (Inapp). Servirà però mediare con il Partito democratico, più orientato a rafforzare la contrattazione collettiva.

Cosa significa salario minimo

Partiamo da un punto: il salario minimo, in Italia, c’è già. Ma passa dai contratti collettivi e, di conseguenza, varia da settore a settore e lascia fuori alcuni lavoratori (secondo i dati Ue del 2013 citati dall’Inapp, circa uno su cinque). Questo modello è minoritario nell’Unione europea. Oltre all’Italia, è adottato in cinque Paesi: Cipro, Danimarca, Finlandia, Svezia e Austria. Gli altri 22 hanno un “salario minimo legale”, quello che punta a introdurre la proposta Catalfo: nessuno, indipendentemente dal tipo di contratto e impiego, dovrebbe incassare meno di 9 euro l’ora lordi. Vale per tutti, dai metalmeccanici agli artigiani, dal neo-assunto a chi è già in azienda da qualche anno. Va però detto che la presenza di un salario minimo “universale” non esclude la contrattazione collettiva. Che così può migliorare, limare, aggiungere. Con l’eccezione di Cipro, nei Paesi dove non c’è un salario minimo legale, la contrattazione collettiva tende a coprire una quota di lavoratori maggiore: supera il 90 per cento in Svezia, Austria e Finlandia, tocca l’84 per cento in Danimarca e l’80 per cento in Italia. Ma anche dove il salario minimo universale c’è, la contrattazione collettiva è presente. A volte con una quota minoritaria (Lettonia, Lituania, Polonia), altre con con livelli vicini o superiori a quello italiano (Spagna, Belgio, Francia, Olanda).

Quanto costa la proposta Catalfo

Sia la storia degli altri Paesi, sia le proiezioni dell’Inapp affermano che il salario minimo sarebbe un vantaggio soprattutto per i meno qualificati, le donne, i più giovani e i più anziani, gli stranieri, i dipendenti delle imprese più piccole. Ne beneficerebbe il 21 per cento dei lavoratori, cioè 2,6 milioni di persone. Si tratta, in sostanza, di chi non è coperto da contratti collettivi o ricopre posizioni che – secondo gli accordi di settore – percepisce meno di 9 euro. Allo stesso tempo, comporterebbe un forte esborso per le imprese. Per la Cgia di Mestre “almeno 1,9 miliardi” solo per quelle artigiane. Secondo l’Inapp, il costo totale sarebbe di 6,7 miliardi di euro. Le stime oscillano anche perché è difficile calcolare un potenziale effetto domino. I contratti collettivi prevedono differenze salariali tra i diversi livelli. Se si vorranno mantenere, potrebbe essere necessario un ritocco al rialzo per chi, già oggi, guadagna più di 9 euro l’ora. Ad esempio: nel contratto del Commercio, l’introduzione del salario minimo livellerebbe le retribuzioni dei livelli dal quinto al settimo (che oggi sono di 8,99, 8,38 e 7,64 euro l’ora). Per mantenere dei gradini salariali, sesto e settimo potrebbero essere arrotondati al rialzo, con un effetto a catena anche su quelli superiori.

Qual è la cifra giusta?

Le critiche al ddl vanno in due direzioni: da una parte c’è chi rifiuta il salario minimo in ogni sua forma, convinto che depotenzi la contrattazione collettiva e limi le differenze di settore; dall’altra c’è chi discute l’entità fissata dalla proposta: 9 euro sarebbero troppi. Chiaro: l’idea di “troppo” è soggettiva, scivolosa. Ma per capire se si tratta di una proposta equilibrata, basta fare un confronto con gli altri Paesi. In particolare con il rapporto tra la cifra fissata dal salario minimo e il valore mediano della paga oraria. Cioè quello intermedio tra la più bassa e la più alta. In Italia, spiega l’Inapp, la mediana dei dipendenti nei settori privati non agricoli è di 11,2 euro l’ora. La proposta del M5S vale quindi poco più dell’80 per cento. Confcommercio ha sottolineato che nei Paesi Ocse oscilla tra il 40 e il 60 per cento. Se anche in Italia fossero adottati parametri simili, il salario minimo sarebbe di 5-7 euro. In Germania, ad esempio, è pari al 48 per cento della mediana. Era stato fissato a 8,5 euro l’ora nel 2015, ritoccato poi a 8,84 euro nel 2018 e a 9,19 euro nel 2019. Un livello vicino a quello italiano, ma con una differenza: le buste paga tedesche sono assai più robuste. In proporzione agli stipendi attuali, quindi, il salario minimo italiano sarebbe il più elevato tra i Paesi Ocse. L’Inapp non dice se 9 euro l’ora sono troppi. Si limita a fornire altri due scenari: un salario minimo di 8,5 euro lordi inciderebbe su oltre 1,9 milioni di lavoratori, con un costo per le imprese di 4,4 miliardi di euro. A 8 euro, riguarderebbe 1,2 milioni di lavoratori e alle aziende costerebbe 2,7 miliardi di euro.

Il peso sulle Pmi del Sud

È una questione di equilibrio. Ci sono milioni di lavoratori che guadagnerebbero di più. Ma ci sono anche 6,7 miliardi di euro che peserebbero sulle imprese. Per di più non in misura omogenea. È tra le Pmi e le aziende del Sud che “la spesa per l’adeguamento risulterebbe maggiore”. In altre parole: pagherà di più chi oggi offre salari più lontani dai 9 euro. Per dirla con i numeri: restringendo il campo ai soli dipendenti a tempo pieno, il salario minimo costerebbe 5,2 miliardi. Sud e Isole dovrebbero sborsarne 1,4, cioè esattamente quanto il Nord-Ovest e più del Nord-Est. Non solo: le imprese italiane con meno di dieci dipendenti pagherebbero metà del conto (2,6 miliardi). Un peso che potrebbe incentivare il lavoro nero: “Anche in virtù della relazione stretta con i propri dipendenti – afferma l’istituto di ricerca – si può ipotizzare che un innalzamento del costo del lavoro non si traduca in una dismissione di manodopera, ma piuttosto in una riduzione o sotto-dichiarazione delle ore lavorate”. Non licenzio, ma pago una parte fuori busta (e sotto il limite di legge). Il salario minimo, ribadisce l’Inapp, “inciderebbe in modo particolare su imprese piccole e piccolissime nel Mezzogiorno, tipicamente a conduzione familiare”. Il rischio è che buona parte della zavorra debba essere trasportata da chi già fatica in fondo al gruppo. Per evitarlo, l’istituto di ricerca propone che “durante una fase transitoria i costi per le imprese vengano attutiti con l’introduzione di un credito di imposta, calibrato sui soli dipendenti beneficiari del salario minimo”.

La mediazione con il Pd

Nei 29 punti del programma presentato alla Camere da Giuseppe Conte, sembra esserci già un consistente cambio di rotta, più vicino all’orientamento del Pd. Il “salario minimo” va ottenuto “anche” (quindi non solo) “attraverso il meccanismo dell’efficacia erga omnes dei contratti collettivi sottoscritti dalle organizzazioni sindacali maggiormente rappresentative”. In altre parole: si estenderebbero a tutti i lavoratori (“erga omnes”) le condizioni ottenute da Cgil, Cisl e Uil. In questo modo – almeno in teoria – le grandi organizzazioni tornerebbero al centro (con le più piccole ai margini), si manterrebbero le distinzioni di settore e si discuterebbe non solo la paga oraria ma anche l’ampliamento di diritti come ferie e malattie a chi oggi non è garantito. Sindacati e Confindustria, contrari al salario minimo universale, hanno aperto alla discussione.

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Paolo Fiore
Paolo Fiore
Leverano, 1985. Leccese in trasferta, senza perdere l'accento: Bologna, Roma, New York, Milano. Ho scritto o scrivo di economia e innovazione per Agi, Skytg24.it, l'Espresso, Startupitalia, Affaritaliani e MilanoFinanza. Aspirante cuoco, sommelier, ciclista, lavoratore vista mare. Redattore itinerante per FocuSicilia.

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