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Scontro Primitivo: il vitigno che fa litigare Puglia e Sicilia

Nell'isola si potrà coltivare il vitigno reso famoso dai viticoltori pugliesi. Che parlano di "scippo". Luigi Salvo (Ais Palermo): "È un urlo preventivo" per i timori di una Doc (che non c'è)

Il Primitivo fa litigare Puglia e Sicilia. Dopo l’autorizzazione regionale alla coltivazione del vitigno nell’isola, i produttori e le cantine pugliesi hanno gridato allo scandalo. Temono che una decina d’anni di lavoro intorno al nome Primitivo vadano in fumo. Eppure non si può vietare di coltivare un vitigno in una regione, dopo aver condotto le sperimentazioni necessarie. Ciò che invece non può essere autorizzata è una Doc che non ricada nel disciplinare di legge. Quindi perché tanto fermento?

Primitivo siciliano: dove eravamo rimasti

Il dibattito era nato dopo la volontà espressa della Regione Siciliana di procedere alla coltivazione del vitigno “Primitivo N. – cod. 199”. La ministra Teresa Bellanova si era detta contraria: “Mai consentirò che una bottiglia di vino siciliano Dop o Igp possa chiamarsi ‘Primitivo’ esattamente come solo le Dop Igp Siciliane possono utilizzare il nome del vitigno ‘Nero d’Avola’. E questo nonostante quel vitigno possa essere coltivato in altre regioni che lo hanno inserito nell’elenco delle varietà raccomandate e autorizzate”. Il governatore pugliese Michele Emiliano aveva fatto eco alla ministra, dicendo che la regione Puglia avrebbe fatto “una dura opposizione”. Ma l’assessore regionale per l’Agricoltura, Edy Bandiera, aveva risposto parlando di “procurato allarme” e di “poca conoscenza della materia”. Come spiega Luigi Salvo, delegato Ais Palermo, non si può vietare di coltivare un vitigno. Tutt’altra storia è creare una bottiglia di Primitivo Doc Sicilia.

Perché il Primitivo in Sicilia

Il Primitivo è rientrato tra i vitigni presi in considerazione trent’anni fa per una sperimentazione avviata sul suolo siciliano dall’Istituto Regionale della Vite e del Vino (Irvv). Negli anni Novanta furono chiamati esperti del calibro di Giacomo Tachis, inventore del Sassicaia, per studiare le performance di queste piante sul suolo siciliano, considerato tra i migliori per la coltivazione della vite. “Nell’agosto scorso il Primitivo è rientrato tra i vitigni autorizzati dall’Irvv a essere coltivati in Sicilia”, dichiara Luigi Salvo. Nell’isola “si esprime molto bene perché ci sono somme termiche e luminose che permettono una grande maturazione del frutto, oltre allo sviluppo di grande acidità. In più, quest’uva, utilizzata in blend, apporta colore, morbidezza, corpo, frutto, piacevolezza al vino”. Il vitigno ha una produttività abbastanza contenuta, indizio di qualità. Ciò infatti permette all’uva di esprimere un’intensa aromaticità. Il colore del vino è rosso intenso. Al naso sprigiona profumi di frutta rossa, piccoli frutti di bosco, con un sottofondo speziato. Al palato risulta ricco, caldo, profondo, con aromi fruttati avvolgenti, un tannino levigato ed equilibrata freschezza. La persistenza finale chiude i pregi di questo prodotto.

I vigilantes del Primitivo

Dal dicembre 2015 il ministero delle Politiche Agricole e Forestali ha riconosciuto in via esclusiva al Consorzio l’incarico di coordinare tutela, promozione, valorizzazione, vigilanza e cura degli interessi legati alla Doc Primitivo di Manduria. L’obiettivo è bloccare marchi ingannevoli e verificare che nelle bottiglie non ci siano incongruenze con il disciplinare. Ora, con la possibilità di impianto delle viti di Primitivo in Sicilia, questa attività di sorveglianza è stata intensificata. “Abbiamo allertato i nostri rappresentati politici e amministrativi affinché possano segnalarci se il nome Primitivo compare in altre Regioni, in progetti che possano ledere l’immagine della produzione pugliese”, spiega Mauro Di Maggio, presidente del Consorzio di Tutela del Primitivo di Manduria.

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Il (presunto) “scippo”

Il primo maggio scorso il Consorzio ha detto “basta allo scippo del Primitivo”. Dopo decenni di investimenti da parte delle cantine, l’interesse è far sì che nessun altro possa rivendicare quelle nove lettere in etichetta . È vero, si tratta di un vitigno e una pianta che può essere coltivata ovunque. Ma il terroir è una miscela di fattori che rende ogni legame tra uva e luogo unico. Il problema, quindi, è nel nome. Perché per trasformare un vitigno in un marchio attrattivo è stato necessario costruire una reputazione. E a farlo sono stati i produttori pugliesi. “Se i viticoltori lo vogliono piantare per trarre giovamento dalla bontà di quest’uva, ben venga. Ma se vogliono indicare la parola Primitivo in etichetta, lo consideriamo un abuso”, spiega Di Maggio. Secondo Di Maggio impiantare Primitivo in Sicilia significherebbe aumentare l’offerta di questo vino sul mercato, ma con criteri qualitativi inferiori. “Svilirebbe il prodotto, collocandosi in una fascia bassa di mercato. Ci piacerebbe capire come mai i siciliani hanno fatto questa mossa. Quando ci sono queste precise richieste non si è davanti alla costruzione di identità. È più probabile si tratti di un’operazione che mira a usurpare una reputazione costruita altrove”.

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“Dalla Puglia un urlo preventivo”

“Il Primitivo non è un vitigno di estrema nicchia”, replica Salvo. “È presente in alcune Doc in Campania, in Basilicata, persino in Umbria. Andare a fare polemica intorno all’impianto del vitigno come uva migliorativa, mi sembra eccessivo. Siccome la Sicilia del vino ha successo e funziona, non significa che si miri a fare una bottiglia di Primitivo Doc Sicilia. Ma se in una bottiglia si utilizza primitivo in uvaggio, può esserci un vantaggio tecnologico che non va a danneggiare la Doc pugliese”. Molto diverso sarebbe il discorso in caso di nome in etichetta. “Se dovesse uscire una bottiglia con scritto Primitivo Doc Sicilia, sarei il primo a contestarla”, sottolinea Salvo. “Quello del Consorzio è un urlo preventivo, privo di fondamento perché non si può vietare di coltivare un vitigno. Credo che la situazione sia stata anche l’occasione per la ricerca di visibilità da parte di qualche politico pugliese”.

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Se il vitigno non è esclusiva

Non c’è un solo “Primitivo”. Lo stesso vitigno è alla base di diverse denominazioni, che hanno quindi disciplinari differenti: Primitivo di Manduria Dolce Naturale Docg, Colline Joniche Tarantine Primitivo Doc, Gioia del Colle Doc, Gravina Doc, Primitivo di Manduria Doc, Terra d’Otranto Doc, Daunia Igt, Murgia Igt, Puglia Igt, Salento Igt, Tarantino Igt, Valle d’Itria Igt. La Doc Primitivo di Manduria risale al 1974. Il Consorzio di Tutela è arrivato solo nel 1998. Partito con dieci aziende tra cooperative e private, ha ottenuto il riconoscimento legislativo nel 2002. Oggi conta 57 cantine, 144 società imbottigliatrici e oltre a mille soci viticoltori. L’aerale riguarda 18 comuni tra Taranto e Brindisi e la sua produzione è suddivisa in Primitivo di Manduria Dop, Primitivo di Manduria Dop Riserva e Primitivo di Manduria Dolce Naturale Docg. Attualmente ci sono 4.810 ettari di vigneti che rispondono alla denominazione Primitivo di Manduria. Nel 2019 sono stati prodotti 17 milioni di litri legati a marchio Doc, per 23 milioni di bottiglie, con un aumento del 28 per cento rispetto al 2018. Il fatturato 2019 è stato di 140 milioni di euro, per il 70 per cento concentrato all’estero. È vero che le denominazioni firmate “Primitivo” sono solo in Puglia (e da lì non si muovono). Ma il decreto ministeriale del 13 agosto 2012 indica senza equivoci come il vitigno legato alla sperimentazione siciliana possa essere usato non solo nei vini con etichetta Dop o Igp, ma anche in Basilicata, Campania, Abruzzo, Umbria, Lazio e Sardegna. Il nome è un’esclusiva pugliese, il vitigno (già adesso) no.

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Stefania Leo
Stefania Leo
Classe 1982, ho prima imparato a mangiare e poi a scrivere. Le due passioni si sono fuse nel giornalismo. Oggi mi occupo di enogastronomia e tutto ciò che ruota intorno a vino, cibo e territorio.

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