La verità sta nei numeri. Ma questa volta, ancora di più, nelle parole: tra le 59 pagine del rapporto di Banca d’Italia sull’economia siciliana, compare 11 volte il termine “rallentamento”, si parla 14 volte di “debolezza” e tre di “peggioramento”. Una valanga di segni meno. Nella quale, però, si può scavare per trovare un po’ di luce.

Il cattivo: un 2018 nero

Se si dovesse riassumere il rapporto in una frase sarebbe questa: “I principali indicatori dell’attività produttiva sono peggiorati”. Entrando più nello specifico: “Si è esaurita la fase espansiva del settore dei servizi, mentre nell’edilizia è proseguita la riduzione dell’attività”. Male anche l’agricoltura: la produzione è calata del 4,9 per cento. È diminuita quella di cereali e ortaggi. Giù anche la produzione di agrumi, per il secondo anno consecutivo. Si è contratto il raccolto di olive, dopo l’incremento del 2017. Si è affievolita la spinta dell’industria, con una crescita del valore aggiunto passata dal 3,4 all’1,8 per cento. Il fatturato, spiega Bankitalia, “ha ristagnato”. Stesso discorso nel settore dei servizi. Un dato parla più di altri: nel commercio, il numero delle aziende con fatturato in calo ha superato quello delle imprese in crescita. Aumentano del 2,9 per cento le presenze turistiche, un tasso più che dimezzato rispetto al balzo del 7,3 per cento del 2017. L’occupazione regionale è rimasta stabile, anche se “nel corso del 2018 sono emersi segnali di indebolimento delle condizioni occupazionali”. Dopo quattro anni di avanzamento, frena l’occupazione delle donne. Mentre sale la disoccupazione giovanile.

Il brutto: cresce il divario con il Paese

Dal punto di vista economico, nessuna regione è un’isola. Neppure la Sicilia. Che infatti nel 2018 ha risentito, spiega Bankitalia, di un quadro nazionale ed europeo per nulla brillante, soprattutto nella seconda parte dell’anno. Il problema, però, è che la regione non fa male come gli altri. Fa peggio. “L’economia siciliana – afferma il rapporto – continua a caratterizzarsi per un divario di produttività molto ampio nel confronto con la media nazionale”. La distanza si allarga. La crisi ha colpito la Sicilia con più violenza: tra il 2007 e il 2014 il valore aggiunto è calato del 13,7 per cento, contro il 7,7 per cento in Italia. Come un pugile suonato: se finisci al tappeto, non solo ti fai male ma impieghi anche più tempo a rialzarti. Il pugile-Sicilia è ancora malconcio: i valori pre-crisi sono lontani, mentre l’Italia è più vicina al pareggio. Vale anche per il lavoro: “In Sicilia – conferma Bankitalia – il numero di occupati rimane ancora sensibilmente inferiore a quello del periodo pre-crisi, a fronte di ulteriori aumenti nel Mezzogiorno e a livello nazionale”. È invece cresciuto il tasso dei “Neet”: il 41,8 per cento dei siciliani tra i 15 e i 34 anni non studia né lavora. È il dato peggiore tra le regioni italiane, lontano 17 punti percentuali dalla media nazionale. Per il terzo anno consecutivo, lievita la disoccupazione di lunga durata: il 14,8 per cento della forza lavoro non ha un impiego da più di un anno. La media del Mezzogiorno è al 12 per cento, quella nazionale al 6,2.

Il buono: da dove ripartire

Dopo qualche secondo al buio, l’occhio si adatta e inizia a distinguere sagome e riflessi. È più o meno quello che succede scorrendo le pagine del rapporto. Tra “debolezze” e “rallentamenti”, ci sono anche punti di luce. Continua, prima di tutto, “il contributo positivo dalle esportazioni, cresciute in tutti i maggiori comparti di specializzazione regionale”. L’export è cresciuto del 15,3 per cento. In un’agricoltura impoverita, “è in controtendenza la produzione vinicola, in particolare per le varietà DOP e IGP”. I vini sono una ricchezza, specie se protetti da un disciplinare o con una precisa indicazione geografica. Vuol dire che la Sicilia, abbinata a prodotti di qualità, è una marchio che funziona. L’industria rallenta, ma non regredisce. Così come il turismo: le presenze hanno frenato ma continuano comunque a crescere grazie alla clientela internazionale. Con Palermo (+10,3 per cento) e Ragusa (+13,2 per cento) che guidano la fila. Se in altri settori preoccupa la stasi, il turismo è in piena trasformazione. Tra il 2000 e il 2017 i posti letto sono aumentati del 60 per cento, a un ritmo doppio rispetto alla media italiana. C’è ancora margine: “L’offerta turistico-ricettiva in regione – sottolinea Bankitalia – risulta ancora inferiore a quella media nazionale: nel 2017 nelle strutture alberghiere e in quelle complementari erano disponibili poco più di 400 posti letto ogni 10mila abitanti, rispetto agli oltre 800 in media in Italia”. L’offerta turistica non si è solo ampliata, ma si è anche “rimodulata”, con il moltiplicarsi di “strutture extra alberghiere” che abbracciano “le tendenze del settore e le nuove modalità di alloggio”. Anche se Banca d’Italia non lo dice, è “l’effetto AirBnB”. E va gestito con cautela. Se gli arrivi internazionali sono cresciuti e la permanenza media (5,1 giorni) è rimasta stabile, “la spesa media dei turisti stranieri è diminuita”. Va quindi raggiunto un maggiore equilibrio tra la capacità di attrarre e quella di guadagnare. Guardando alle casse delle imprese, nonostante un 2018 opaco, “negli ultimi anni le condizioni economiche e finanziarie sono comunque migliorate”, grazie a una migliore redditività. È proseguita l’espansione della spesa per investimenti, che dura dal 2016. E si è arrestata la contrazione dei prestiti bancari. Tutti fattori che spingono le imprese ad attendersi “il ritorno a una crescita delle vendite nel 2019”.

Paolo Fiore
Leverano, 1985. Leccese in trasferta, senza perdere l'accento: Bologna, Roma, New York, Milano. Ho scritto o scrivo di economia e innovazione per Agi, Skytg24.it, l'Espresso, Startupitalia, Affaritaliani e MilanoFinanza. Aspirante cuoco, sommelier, ciclista, lavoratore vista mare. Redattore itinerante per FocuSicilia.

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