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Sicilia, Svimez taglia il Pil 2022: solo più 3,5%. “Serve il ponte sullo Stretto”

L'ultimo Rapporto ridimensiona le previsioni rosee fatte dalla Regione nel Defr. La crescita sarà più bassa, e per ripartire occorre sfruttare al meglio le risorse del Pnrr. Piano che da solo, però, non basta: servono infrastrutture, compresa la mega opera di Messina

Nel dopo pandemia il Pil della Sicilia crescerà, ma a ritmi nettamente più bassi rispetto a quelli immaginati dalla Regione. E la madre di tutte le grandi opere, il ponte sullo Stretto, non è un optional ma una necessità. È quanto emerge dall’ultimo rapporto Svimez sull’economia e la società del Mezzogiorno, presentato ieri a Roma alla presenza dei vertici dell’associazione e del ministro per il Sud Mara Carfagna. La crescita del Prodotto interno lordo stimata dall’Istituto per il 2021 è del 4,3 per cento, mentre per il 2022 scenderà al 3,5 per cento. Un aumento ben più modesto rispetto al 6,2 per cento per il 2021 e al 5,3 per cento per il 2022 messo nero su bianco dalla Regione nell’ultimo Documento di economia e finanza. Il rimbalzo dell’economia post-Covid riguarda tutta Italia, ma per Svimez il Mezzogiorno si mostra “meno reattivo e pronto a rispondere agli stimoli, pur in un quadro generalizzato di ripresa economica”. Le cose potrebbero cambiare con un’efficace gestione del Piano nazionale di ripresa e resilienza, assicura l’Istituto. La sfida è quella di trasformare il 40 per cento di fondi destinati al Sud “in nuova capacità produttiva in grado di intercettare una quota maggiore di domanda, interna ed estera”.

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La resistenza dell’isola

La reazione dell’economia isolana allo shock economico generato dalla pandemia non è stata tra le peggiori. Nel 2020 la Sicilia, secondo Svimez, ha fatto meglio del resto del Sud-Italia, presentando una flessione complessiva del valore aggiunto inferiore di quasi due punti rispetto alla media. Il calo registrato è infatti del 6,2 per cento, contro il 7,9 per cento del Mezzogiorno. Numeri che sono la conseguenza della “minore caduta di servizi (meno 6,6 per cento), agricoltura (meno quattro per cento), industria in senso stretto (meno 8,6 per cento) e del valore positivo delle costruzioni (più 2,9 per cento)”. Valori meno negativi di quelli del Sud, che ha registrato “un calo su base annua molto significativo di industria in senso stretto (meno 10,5 per cento), seguito dai servizi (meno 7,8 per cento), dall’agricoltura (meno 5,1 per cento) e dalle costruzioni (meno 4,5 per cento)”. Come detto, il crollo del Mezzogiorno sfiora l’otto per cento. Fanno peggio la Sardegna (meno 9,4 per cento), la Calabria (meno 9,3 per cento) e la Campania (meno 8,1 per cento), mentre resta in linea la Puglia, dove la perdita è del 7,9 per cento.

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Le conseguenze sull’occupazione

Tra gli effetti principali della crisi, una consistente riduzione dei posti di lavoro. Già negli anni precedenti alla pandemia, ricorda Svimez, il Mezzogiorno aveva dimostrato di camminare a una velocità diversa rispetto al resto del Paese. Tra il 2000 e il 2020 l’occupazione è cresciuta di circa sei punti a livello nazionale, ma “tale dinamica sottende andamenti differenziati a livello territoriale”. Alla crescita delle regioni del Centro-Nord (un milione e mezzo di posti di lavoro, pari al dieci per cento del totale) si contrappone una flessione nel Sud e nelle Isole (200 mila posti persi, oltre il tre per cento). La pandemia, nel 2020, ha portato un ulteriore calo del due per cento degli occupati del Mezzogiorno. Le cose vanno meglio nel 2021. Dopo un periodo di stagnazione nel primo trimestre, nel secondo l’occupazione è tornata a crescere, con una dinamica “più accentuata nel Mezzogiorno”: più 112 mila occupati (più 1,9 per cento), contro più 226 mila nel Centro-nord (più 1,4 per cento). Questa crescita, avverte però l’Istituto, “è in parte connessa al perdurare degli effetti delle misure prese per contrastare l’emergenza sanitaria e potrebbe ridimensionarsi una volta che effetti e misure termineranno”.

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La gestione delle risorse europee

Per risollevarsi, come detto, la Sicilia guarda soprattutto al Pnrr. Svimez dà conto della gestione delle risorse europee della programmazione 2014-2020. L’Istituto riscontra “un miglioramento generalizzato nei Programmi operativi regionali (Por) di Basilicata, Calabria, Campania, Puglia e Sicilia”. Il dato medio di attuazione “si avvicina alla media registrata a livello nazionale”, con impegni e pagamenti rispettivamente pari al 76,3 per cento ed al 45,4 per cento delle dotazioni finanziarie”. A influire su questo risultato, precisa l’Istituto, sono le ottime prestazioni della Puglia, che si allinea alle percentuali dell’Emilia Romagna, la regione più virtuosa in Italia. Buone anche le performance della Basilicata, mentre i Por della Sicilia e della Campania “sperimentano un avanzamento inferiore al dato medio delle regioni meno sviluppate”. Per la programmazione 2021-2027, ancora in fase di definizione, le dotazioni finanziarie per i Por di Sicilia, Campania e Puglia, circa 25 miliardi di euro, “rappresentano il 75 per cento delle dotazioni totali di questa tipologia di regioni”, con un aumento “quasi doppio” rispetto al ciclo 2014-2020.

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Un esagono per rilanciare il Sud

Fondi a cui vanno a aggiunti quelli del Pnrr. Secondo Svimez, le risorse dovrebbero essere usate per “mettere rapidamente a frutto l’enorme rendita fin qui dissipata della posizione strategica del Mezzogiorno nel Mediterraneo”. Il report propone di creare un “esagono della Portualità”, basato sulle Zone economiche speciali del “quadrilatero continentale” (Napoli, Bari, Taranto, Gioia Tauro) a cui andrebbero ad aggiungersi i porti di Catania/Augusta e Palermo in Sicilia. Questo “esagono” dovrebbe innescare “una reazione a catena che rimetta in moto il Sud, contrastando anche la fragilità e crescente marginalità di estese aree interne e imprimendo un deciso salto qualitativo alle politiche di coesione territoriale”. Tale strategia comporterebbe inoltre “estremi risparmi di tempi, costi, sicurezza ed abbattimento delle emissioni inquinanti”, realizzando un sistema di portualità del Mezzogiorno “che integra e completa quello centro-settentrionale”. Un piano che non esclude altri interventi sulla mobilità locale, anzi. Per Svimez sarebbe necessario completare l’Alta velocità nel percorso Roma-Salerno-Reggio-Messina-Catania, con l’obbiettivo di “collegare la Sicilia all’Italia e ricongiungere Nord e Sud del Paese”.

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Il ritorno del ponte sullo Stretto

Per farlo, prosegue il report, non si può prescindere dalla realizzazione del ponte sullo Stretto. Il progetto andrebbe rivisitato rispetto a quello del 2008, “in quanto opera non più di ingegneria civile ma di ingegneria industriale”. Se la realizzazione dell’opera andasse a buon fine, osserva l’Istituto, “la Città metropolitana dello Stretto Messina-Reggio Calabria, potrebbe aspirare al rango di Capitale del Mediterraneo”. Il rilancio del Sud non si nutrirà soltanto di infrastrutture materiali, ma di consistenti interventi sul settore dell’energia. Da questo punto di vista, il rapporto segnala “la costruzione del Tyrrhenian Link, infrastruttura del valore di 3,7 miliardi di euro e della lunghezza di 950 chilometri, con una capacità di mille megawatt”. L’elettrodotto, costruito dalla società Terna, “collegherà Campania, Sicilia e Sardegna”, e sarà di importanza fondamentale per la decarbonizzazione di quest’ultima. Infine, l’infrastruttura energetica avrà un ruolo importante nella gestione dei flussi economici, che secondo Svimez “saranno sempre più marcatamente da Sud verso Nord”.

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Valerio Musumeci
Valerio Musumeci
Valerio Musumeci (Catania, 1992), è giornalista pubblicista e scrittore. Nel 2015 ha esordito con il pamphlet storico-politico "Cornutissima semmai. Controcanto della Sicilia buttanissima", Circolo Poudhron, con prefazione della scrittrice Vania Lucia Gaito, inserito nella bibliografia del laboratorio “Paesaggi delle mafie” dell'Università degli Studi di Catania. Nel 2017, per lo stesso editore, ha curato un saggio sul berlusconismo all'interno del volume "L'Italia tradita. Storia del Belpaese dal miracolo al declino", con prefazione dell'economista Nino Galloni. Nel 2021 ha pubblicato il suo primo romanzo, "Agata rubata", Bonfirraro Editore.

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