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Cosa è davvero “smart working”. Complessità e sfide nel post Covid

Parola d'ordine nell'anno del Covid-19, ma decisamente mal interpretata. Perché il "lavoro agile" italiano ha ben poco di "intelligente" e richiederebbe un ripensamento profondo

Da quando il coronavirus ha varcato i confini del nostro Paese lo smart working è diventata la misura adoperata da moltissime realtà italiane per tentare di ridurre al minimo le probabilità di diffusione. Ciò rende necessario un ripensamento generale del lavoro, in termini di elasticità e flessibilità, allo scopo di renderlo più conforme alla accresciuta complessità del contesto emergenziale in cui esso si inserisce. L’Osservatorio smart working del Politecnico di Milano, stimava la presenza di circa 570 mila lavoratori in modalità smart work prima del Covid-19; durante il lockdown il numero di italiani che hanno sperimentato il lavoro a distanza è salito a 6,58 milioni. In questi ultimi mesi sono circa 8 milioni i lavoratori italiani che hanno sperimentato un telelavoro. 2 aziende su 3 si stima, continuerà con forme di lavoro più o meno agile, anche dopo l’emergenza. 

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Lavoro agile, ma ben poco “smart”

La Legge 81 del 2017 definisce lavoro agile, sia a tempo determinato che indeterminato: una “modalità di esecuzione del rapporto di lavoro subordinato stabilita mediante accordo tra le parti, […] senza precisi vincoli di orario o di luogo di lavoro, con il possibile utilizzo di strumenti tecnologici per lo svolgimento dell’attività lavorativa” (Art. 18), che di Smart ha ben poco. Sebbene ”smart” equivalga letteralmente al termine “intelligente” sicuramente non sarà né il luogo né l’orario di lavoro a rendere intelligente un lavoro. Non è solo il luogo di lavoro a dover essere riprogettato ma anche tutto ciò che sta attorno, sia dal punto di vista fisico, sia, soprattutto, da un punto di vista di comunicazione e relazioni. 

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Il lavoro “intelligente” tende al benessere

Un lavoro, per essere smart=intelligente, deve produrre cose e idee che siano esse stesse intelligenti usando nuove modalità anch’esse intelligenti. L’aggettivo smart anteposto al lavoro rimanda al modo e al come si fanno le cose e non solamente al che cosa si fa, né tantomeno dove. Lo smart working non è solo, dunque, un tentativo di regolamentare la flessibilità (Art. 18) ma dovrebbe essere un nuovo modo di operare e di funzionare delle organizzazioni. È solo pensando al lavoro come responsabilità, autonomia, fiducia, flessibilità, orientamento al risultato che il lavoro diventa realmente smart, solo allora diviene un importante strumento in grado di favorire il benessere organizzativo, contribuendo ad aumentarne l’efficacia. Per tutti questi motivi lo smart working ai tempi del coronavirus non è affatto lavoro agile.

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Il lavoro da casa funziona solo se

Senza dubbio lo smart working porta a tutta una serie di vantaggi in termini di sostenibilità ambientale, tempo impiegato (e risparmiato) negli spostamenti, tempo per stare in casa con la famiglia, non ultimo un enorme risparmio di risorse per le aziende. Il coronavirus ha però anche mostrato che il lavoro da casa in modalità “smart” non funziona appieno nel momento in cui è l’unica regola. Nonostante lo smart working permetta di avere maggior tempo libero durante la giornata, raramente questo momento è usato per sé. La mancanza sul fronte della conciliazione dei tempi di vita e di lavoro (work-health balance) porta le persone a sovralavorare, di fatto sottraendo tempo ad altre attività come l’accudimento dei figli. 

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La perdita dell’aspetto sociale

L’ambito forse più critico del lavoro in modalità smart working ha a che fare con la perdita dell’aspetto sociale del lavoro. L’ organizzazione virtuale è rappresentata da tutto un tessuto di “conversazioni”, ove si innescano processi decisionali più aperti, flessibili e collaborativi, sostituendo quelli di stampo tradizionale basati sul rispetto delle gerarchie. L’impresa virtuale implica le relazioni nuove e innovative tra le organizzazioni e gli individui, diventa più sottile, i legami meno stretti, la possibilità di condivisione e inserimento nella cultura aziendale meno ampia. Oggi le organizzazioni sono espressioni non tanto della loro struttura formale, un aspetto potrebbe, ad esempio, essere quello legato alla mancanza di agilità nelle comunicazioni; ma sono caratterizzate da un’organizzazione interna, nel cercare di fare “rete” con esperienze relazionali connesse ai problemi delle persone.

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Necessario un ripensamento del lavoro

Questo contesto di generalizzata incertezza legata a situazioni emergenziali di diffusione del Covid-19, rende necessario un ripensamento generale del lavoro, in termini di elasticità e flessibilità, allo scopo di renderlo più adeguato alla accresciuta complessità del contesto in cui esso si inserisce. Sebben lo smart working non possa, da solo, essere considerato la soluzione per “bloccare” la diffusione del contagio da coronavirus, certo è che con l’impegno di tutti, può rappresentare una misura per ridurre il rischio della propagazione, attenuare i non pochi disagi ad esso connessi e, contenere gli enormi danni economici e sociali che questa emergenza rischia di causare.

Tiziana Ramaci
Tiziana Ramaci
Professore Associato di Psicologia del lavoro e delle organizzazioni presso l'Università degli Studi di Enna "Kore". I suoi interessi di ricerca si concentrano prevalentemente sulla Psicologia della salute occupazionale e promozione della sicurezza negli ambienti di lavoro. Lavora costantemente sui temi dell’orientamento professionale e delle carriere internazionali. È membro dell’International Commission on Occupatinal Health - ICOH; Commission Internationale de la Slaute au Travail – CIST;

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