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Startup: Catania perde punti ma “resta una piazza interessante”

L'Italia delle imprese innovative indietreggia a livello mondiale. In Sicilia spicca Catania che nonostante faccia qualche passo indietro rimane territorio fondamentale per lo sviluppo di nuove imprese

Il treno delle startup corre e Catania è vagone di coda: nel 2022 è all’ultimo posto tra le prime dieci città italiane nella speciale classifica mondiale delle nuove imprese ad alto contenuto di innovazione, realizzata da Startupblink. Nel report, “Startup Ecosystem index 2022”, la città etnea perde tre posizioni e si ritrova ben distante dal podio sul quale svettano Milano, Roma e Torino. Il trend leggermente negativo, qualora possa consolare, riguarda anche l’Italia al confronto internazionale: quest’anno la nostra nazione continua a scendere in classifica e stavolta perde due posizioni rispetto al 2021, ritrovandosi al 31esimo posto nel mondo e al 15esimo posto (una posizione in meno) nella macroregione Europa Ovest. 

Sotto l’Etna, la maggiore concentrazione di start up

In Sicilia, Catania gioca un ruolo di primo piano: sotto il vulcano si contano 16 start up attive, mentre a Palermo sono la metà, otto, a Siracusa cinque e a Ragusa quattro, per un totale di 34 imprese che l’indice internazionale ha censito nell’Isola. Le prime tre start up catanesi si occupano di software & data: Ludwig (un motore di ricerca che aiuta a scrivere meglio in inglese), Flazio (creazione assistita di siti web) e Seo Tester Online (analisi Seo avanzata). A seguire, Spidwit (social media), Sicyling (booking online), Bizon Srl (social network per il business), Morpheos (intelligenza artificiale), Solarinvent (tecnologie termiche), Beentouch (soluzioni VoIP), Looki.me (social), Horavision (intelligenza artificale), Tripow (comparatore viaggi), Prestofood (consegne cibo), Behaviour Labs (robotica per la salute). Chiudono l’elenco Meedori (software) e Bleenka (marketing). 

Tanti indicatori parziali

“Non deve preoccupare più di tanto la perdita di tre posizioni – commenta l’economista Rosario Faraci – nel ranking di Startup Ecosystem Index sugli ecosistemi delle start up in Italia. L’indicatore globale di Startupblink è costruito sulla base di tanti indicatori parziali ed è sufficiente che un parametro, ad esempio la presenza di incubatori certificati, sia sotto la media nazionale perché la posizione in graduatoria scenda di qualche posto. Catania era al nono posto due anni fa, al settimo lo scorso, adesso è decima. Piuttosto, con 212 start up innovative ad oggi iscritte nell’apposito registro del Mise (Ministero dello sviluppo economico), Catania – che è comunque fra i primi dieci ecosistemi in Italia – si conferma una piazza interessante per chi vuol fare nuova impresa innovativa. Ci sono diverse strutture di supporto, un hub internazionale di innovazione, un centro di co-working e di south-working nel territorio e non dimentichiamo il ruolo propulsivo dell’Università di Catania che registra, nell’indicatore di imprenditorialità accademica, un valore superiore alla media nazionale. Secondo una ricerca Almalaurea, infatti – aggiunge Faraci – i laureati che hanno dato vita ad un’impresa fra il 2004 e il 2018 sono stati pari all’8,4 per cento contro una media nazionale del 7,1. Si può e si deve fare di più ovviamente per acquisire una dimensione ancor più autenticamente nazionale ed auspicabilmente estera, ma da dieci anni a questa parte le start up sono una delle pagine più belle del fare nuova impresa innovativa a Catania”.

Come funziona l’indice di Startupblink

Startup Ecosystem Index è un report annuale stilato da StartupBlink, centro di ricerca per startup e innovazione, che classifica l’ecosistema delle start up in 100 Paesi e 1000 città al mondo. Un algoritmo si basa su dati provenienti da varie fonti: governi, Comuni, società di sviluppo economico e migliaia di start up, acceleratori e spazi di coworking, oltre a partner di riferimento in ogni nazione (quelli italiani sono Aa Startup, Italian Angels, Giffoni e Wesportup). Tra i criteri di valutazione presi in esame, ci sono il numero di startup e organizzazioni di supporto, (in grado di fornire risorse, networking e accesso al capitale), il contesto economico e imprenditoriale, le infrastrutture, la capacità di operare liberamente. 

In Italia le start up risentono di uno slancio negativo

L’Italia – emerge dal report – è scesa di 2 posizioni in classifica, posizionandosi al 31° posto nel mondo, con un punteggio di poco superiore a quello della Repubblica Ceca, al 32° posto. Lo scorso anno aveva perso 4 punti. Il nostro Paese potrebbe tornare tra i primi 30 se migliorasse il proprio punteggio qualitativo, producendo maggiori investimenti o start up a maggiore impatto. A livello di settore, il Paese spicca in ambiente ed energia (con Roma classificata 15° nel mondo). L’Italia ha ora solo sei città tra le prime 500 rispetto a 10 città nel 2021. Anche Milano, ecosistema al top nazionale, ha perso 9 punti e scende nell’Indice alla posizione 65. Improbabile – osservano gli analisti – che la sua posizione possa essere eguagliata nel breve termine da Roma (classificata 143esima) o Torino (273esima). 

Contesto non sempre favorevole e la palla al piede della burocrazia

Importante osservazione contenuta nel report riguarda le prospettive nazionali. Le principali sfide che l’Italia deve affrontare per migliorare le proprie performance in fatto di startup, sono: costruzione di un contesto normativo più favorevole per stimolare le startup e le politiche fiscali, coinvolgere maggiormente il settore privato (Pmi in particolare), stabilire una prospettiva globale più forte, semplificare l’iter burocratico, che è attualmente tra i più pesanti oneri che le startup devono affrontare.

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Agostino Laudani
Agostino Laudani
Giornalista professionista, nato a Milano ma siciliano da sempre, ho una laurea in Scienze della comunicazione e sono specializzato in infografica. Sono stato redattore in un quotidiano economico regionale e ho curato la comunicazione di aziende, enti pubblici e gruppi parlamentari. Scegliere con accuratezza, prima di scrivere, dovrebbe essere la sfida di ogni buon giornalista.

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