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Vastedda e piacentinu, Dop in crisi per il coronavirus

I formaggi Dop della Valle del Belice e dell'ennese risentono maggiormente della crisi a causa del mercato di nicchia. E i consorzi, composti da piccoli produttori locali, chiedono aiuto

Nella valle del Belice e nella zona di Enna si producono due dei formaggi più pregiati della Sicilia. La “vastedda del Belice” e il “piacentinu ennese” sono due formaggi Dop, fiore all’occhiello della produzione casearia siciliana. La crisi determinata a seguito dell’emergenza Covid-19 ha colpito soprattutto i piccoli produttori siciliani che, da decenni, garantiscono la produzione di formaggi di alta qualità. Un mercato destinato soprattutto alla ristorazione gourmet e alle catene alimentare di nicchia che oggi sono in piena crisi.

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Piccoli consorzi per un prodotto a breve scadenza

“La nostra rete – spiega Massimo Todaro – presidente del Consorzio di tutela della  Vastedda della valle del Belìce Dop – è fatta di piccoli allevatori e produttori. I nostri caseifici curano direttamente la qualità delle materie prime, di cui sono produttori, creando formaggio a latte crudo, non pastorizzato, che poi viene immesso nella catena di distribuzione. Al 70 per cento i nostri formaggi sono destinati al canale Horeca, cioè alla ristorazione. Ovviamente, abbiamo avuto una grossa riduzione delle vendite”. Una situazione di crisi che accomuna tutti i produttori della Valle del Belìce, che aderiscono al Consorzio (dieci aziende casearie), ma che è identica a quella dei nove produttori del “piacentinu ennese” (anch’essi riuniti in consorzio) ed ai diciotto produttori del pecorino siciliano, sparsi in varie zone dell’isola. La situazione di crisi si determina soprattutto per i formaggi freschi. La “vastedda” viene destinata al consumo appena due giorni dopo la produzione: è un formaggio fresco, a pasta filata, con un tipico sapore leggermente acidulo. Il “piacentinu” viene consumato due mesi dopo la produzione, il “pecorino viene destinato alla vendita cinque mesi dopo. Quasi tutti i produttori, per ora, stanno riconvertendo la produzione verso i formaggi stagionati, ma questo è possibile solo in parte. Tutti i produttori, anche di formaggi soggetti a stagionatura, affiancano alla produzione i formaggi freschi a pasta filata, la caratteristica “tuma”, la cui vendita, per ora, segna il passo.

Da marzo a maggio la maggiore produzione

“I nostri produttori – spiega Todaro – sono piccoli e non organizzati. Hanno diversi canali di vendita, la maggior parte verso la ristorazione, solo parzialmente verso la Gdo o altri negozi specializzati – questo accade nel periodo di maggiore produzione di latte e, quindi, di formaggi. Nei mesi di marzo, aprile e maggio, si produce circa il 50 per cento del latte di provenienza ovina che, a differenza del latte di mucca, è tipicamente stagionale. Quindi rischiamo di vedere inutilizzato e invenduto la maggior parte del nostro prodotto. Produciamo anche tanta ricotta, destinata anche alle pasticcerie, e questa fascia di mercato oggi ci è preclusa”. Solo parzialmente la ricotta può essere destinata alla produzione di ricotta salata, che però è presente soprattutto nella Sicilia orientale, meno nel versante ovest dell’isola. 

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“La zootecnica non può andare in cassa integrazione”

Per il settore zootecnico, un problema in più. Il settore, infatti, non può far ricorso alla cassa integrazione. “Gli allevamenti vanno curati costantemente, non possiamo fermarci – spiega Todaro – le pecore producono latte per 240/250 giorni. Gli agnellini vengono venduti dopo un mese dalla nascita”. E il latte, comunque, deve essere munto, “altrimenti le pecore rischiano di ammalarsi e di andare incontro alla mastite (l’infiammazione delle mammelle)”. L’alternativa? “Destinarle al macello, anche qui con gravi conseguenze, perché il valore di una pecora da macello è appena di 20 euro”.

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La richiesta di aiuto alla Regione

Todaro, che è anche coordinatore dei tre consorzi di tutela dop, ha scritto al presidente della Regione Nello Musumeci e ad alcuni assessori del governo isolano per segnalare quanto sta accadendo e chiedere interventi. Le piccole aziende zootecniche e casearie, custodi di una grande tradizione per la produzione di formaggi di qualità, assolutamente unici e molto richiesti, non hanno la forza per reggere il peso della crisi. In Sardegna e nel lazio, la produzione casearia è affidata a grandi produttori che raccolgono gran parte della produzione di latte. In Sicilia, tutto è ancora affidato alle piccole aziende. Che, da sole, non hanno la forza per rialzarsi.

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