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Ambiente in Costituzione, gli industriali: “Priorità condivisa, no a leggi punitive”

Il presidente regionale Albanese plaude alla modifica della Carta ma chiede di evitare "approcci ideologici" contro le imprese, come quelli riscontrati nel Pnrr. Con norme troppo dure il rischio è quello di fare "macelleria sociale" perdendo al contempo le risorse europee

L’inserimento della tutela dell’Ambiente in Costituzione “è un fatto molto positivo, con cui gli industriali siciliani sono d’accordo”. L’importante è evitare “approcci ideologici, come avvenuto nel recente passato con la transizione ecologica”. Alessandro Albanese, presidente di Confindustria Sicilia, conclude gli approfondimenti dedicati da FocuSicilia alla modifica che ha portato la tutela dell’ecosistema nella Carta fondamentale della Repubblica italiana. Le categorie produttive sono chiamate direttamente in causa, visto che il nuovo articolo 41 afferma che l’iniziativa economica pubblica e privata non possa svolgersi in danno “alla salute e all’ambiente” oltre che “alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana”, come previsto dall’originaria formulazione. Nuovi “paletti” per la liberà di impresa, insomma, in un momento complesso per l’economia tra crisi economica post-Covid e caro bollette inasprito dalla crisi in Ucraina. “Bisogna liberarsi dal pregiudizio che il privato faccia solo profitto. Il privato fa eccellenza, rispondendo alle necessità dei cittadini. Un fatto che non deve essere trascurato, sposando logiche inutilmente punitive”, dice Albanese.

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Regole eque e giuste

Albanese non nega che nel passato alcune aziende dell’isola possano aver agito in modo sbagliato nei confronti dell’Ambiente. “Per vigilare affinché ciò non accada ci sono le forze dell’ordine, e anche Confindustria ha regole molto stringenti che impediscono all’azienda di potersi iscrivere in caso di condanna”. Chi non rispetta le regole, prosegue il presidente, “fa un danno anzitutto a noi, visto che è a tutti gli effetti un abusivo”. Se l’ambiente è una priorità condivisa, dunque, a preoccupare è “la declinazione” del concetto di tutela appena inserito nella Costituzione. Per Albanese “si può conciliare benissimo la difesa dell’ecosistema con la produzione industriale”, a patto che “le regole fissate siano giuste ed eque”, assicurando il funzionamento delle imprese “che producono in base ai fabbisogni delle persone”. Il green deal deve dunque “contemperare” le necessità dell’ambiente e quelle delle imprese, “trovando un punto di caduta per evitare di bloccare energia, agroalimentare, produzione industriale, tutto ciò di cui i cittadini hanno bisogno per vivere”.

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L’esempio delle emissioni

Per Albanese ciò non sempre è accaduto in passato. “C’è stata una spinta demagogica che ha messo la tutela dell’ambiente in contrapposizione con il fare impresa, soprattutto in Sicilia e nelle regioni meno industrializzate”. Le esperienze di regioni come Lombardia ed Emilia Romagna dimostrano il contrario. “Lì, com’è noto, ci sono migliaia di aziende in più, ma le emissioni sono molto più basse che in Sicilia”. La prova che “l’approccio è stato sbagliato”, visto che non basta porre regole stringenti ma tali che “l’azienda le possa realizzare senza chiudere i battenti”. Albanese cita i Piani per le emissioni. “Se si chiede di ridurre linearmente le emissioni di cinque punti, un’azienda che emette 50 resta a 45, che è ancora tanto, mentre un’azienda che emette dieci è costretta a non produrre visto che è già al limite”. Le regole devono essere dunque “proporzionate”, per non essere nocive oltre che inutili per raggiungere lo scopo. “Noi pensiamo che l’adeguamento ambientale si possa e si debba fare, avendo però ben presente qual è il punto di partenza e quello di arrivo”.

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Le criticità del Pnrr

Anche il Pnrr, per Albanese, risente della stessa impostazione. “Il governo Conte ha commesso un errore madornale, legando i prestiti ai tempi di adeguamento”. Circa il 70 per cento dei quasi 200 miliardi messi a disposizione dell’Italia con il Next generation Eu, ricorda il presidente, è fatto di prestiti. “Oltre alle sacrosante riforme, a partire da quella della giustizia, il governo di allora ha negoziato limiti temporali, costringendo molte imprese a chiudere o a delocalizzare”. Albanese fa l’esempio delle raffinerie. “Chiedere di realizzare la transizione verso l’idrogeno in dieci anni significa non capire nulla, perché l’azienda chiude in Italia e riapre in Slovenia”. Altra cosa, prosegue il presidente, “è porre un tempo giusto ed equo, che potrebbe essere di 30 anni, tutelando cosi l’ambiente ed evitando di perdere risorse preziose per rimettere i piedi l’economia”. Con le regole fissate il rischio è quello di fare “macelleria sociale”, lasciando migliaia di perone senza lavoro. “Queste cose bisogna avere il coraggio di dirle, perché tutti siamo ambientalisti ma poi ci piace tornare a casa e trovare tutto ciò che è fatto con la raffinazione sacrosanta del petrolio”.

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Rinegoziare il Piano di ripresa

La logica “propagandistica” con cui è stato formulato il Piano, secondo Albanese, potrebbe mettere in difficoltà la Sicilia. “Molte imprese rischiano di non riuscire a rispettare le regole, con il risultato che le risorse vengano dirottate verso regioni più capaci”. Il famoso 40 per cento dei fondi per il Mezzogiorno, aggiunge il presidente, “significa che le risorse dovranno essere spese nelle regioni del Sud, quindi non necessariamente in Sicilia”. Per Albanese alcune regioni come Puglia e Campania “schizzeranno”, mentre l’Isola e la Calabria “potrebbero rimanere indietro” ed essere costrette a pagare i debiti. A proposito di debiti, anche quelli contratti nell’ambito del Pnrr “rischiano di andare a ingrossare il debito pubblico”, se l’Italia non riuscirà a mantenere “ritmi consistenti di Pil, parliamo di sette, otto per cento l’anno”. Risultati che sembrano abbastanza distanti, visto che il 2021, considerato l’anno del “rimbalzo” dopo la crisi economica generata dalla pandemia, si è fermato al 6,5 per cento a livello nazionale. In Sicilia, secondo le stime della Regione, si è superato di poco il sei per cento, dato rivisto al ribasso dallo Svimez che ha parlato di poco più del quattro per cento.

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La questione della sanità

“Il Pnrr ha senso se gli investimenti generano una fortissima espansione economico-finanziaria, altrimenti è vano. Su questo bisogna fare una grandissima attenzione, anche a costi di andare a rinegoziare alcune regole in sede europea”, dice Albanese. Un altro modo per non perdere le risorse è quello di rafforzare la sinergia pubblico privato. A tal proposito Albanese cita il documento preparato da Confindustria Sicilia in tema di sanità. “Invece di andare a costruire grandi ospedali, cerchiamo di rimanere senza il personale necessario per farli funzionare, bisognerebbe favorire l’interazione con l’ospedalità privata, puntando sulla telemedicina, sul telecontrollo, sulla medicina domiciliare”. Per fare tutto ciò, secondo Albanese, occorre uscire dal pregiudizio. “Come ho detto, il privato non fa soltanto profitto, il privato fa eccellenza. Di questo gli enti locali dovrebbero tenerne conto, soprattutto se lamentano di non avere le risorse e gli organici per affrontare modo adeguato il Pnrr”.

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Valerio Musumeci
Valerio Musumeci
Valerio Musumeci (Catania, 1992), è giornalista pubblicista e scrittore. Nel 2015 ha esordito con il pamphlet storico-politico "Cornutissima semmai. Controcanto della Sicilia buttanissima", Circolo Poudhron, con prefazione della scrittrice Vania Lucia Gaito, inserito nella bibliografia del laboratorio “Paesaggi delle mafie” dell'Università degli Studi di Catania. Nel 2017, per lo stesso editore, ha curato un saggio sul berlusconismo all'interno del volume "L'Italia tradita. Storia del Belpaese dal miracolo al declino", con prefazione dell'economista Nino Galloni. Nel 2021 ha pubblicato il suo primo romanzo, "Agata rubata", Bonfirraro Editore.

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