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Ars, via il numero chiuso dai corsi di laurea. “Rischia di essere un errore”

Il disegno di legge punta a supportare il Sistema sanitario provato dalla pandemia Covid-19. Ma i dubbi sono sulle scuole di specializzazione

Via il numero chiuso dai corsi di laurea. È la sintesi del disegno di legge approvato dall’Assemblea regionale siciliana, che schiaccia l’occhio, in particolare, al settore sanitario provato dalla pandemia da Covid-19. Il ddl approvato a palazzo dei Normanni è di fatto una proposta per il legislatore nazionale, che ha competenza in materia di università. Ma sono molti i dubbi sulla sua efficacia, anche da parte degli addetti ai lavori. Per il professor Alessandro Cappellani, direttore del dipartimento di Chirurgia generale e specialità medico chirurgiche dell’Università di Catania, la legge “rischia di essere un grosso errore”. Le scelte di oggi devono essere accompagnate “da una seria programmazione”, per non rischiare di consegnare al Paese “una generazione di disoccupati”.

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La posizione di Sicindustria

Il Governo regionale difende la legge, per bocca dell’assessore all’Istruzione Roberto Lagalla. “Difficilmente potrà trovare applicazione nell’estensiva formulazione del testo”, ammette l’ex rettore dell’Università di Palermo. Malgrado ciò, il ddl potrebbe alimentare il dibattito nazionale “su più eque modalità di accesso all’università”, guardando a nuovi modelli “sull’esempio di altri Paesi europei”. A condividere l’iniziativa anche Sicindustria. Per il presidente Francesco Ruggeri la pandemia ha evidenziato “il danno prodotto dalle scelte sbagliate degli ultimi vent’anni”. Nell’isola mancano “figure specializzate in ambito medico-sanitario”, quindi è fondamentale “permettere a tanti giovani di specializzarsi in scienze infermieristiche e in medicina”. Il numero chiuso ha prodotto “conseguenze negative in tutto il Paese”.

Le scuole di specializzazione

Secondo il professor Cappellani, l’iniziativa della Regione “nasce da un proposito condivisibile”. Quello di dare “nuove forze al Sistema sanitario”, sottoposto negli ultimi mesi “a uno stress senza precedenti”. L’apertura indiscriminata dei corsi di laurea, tuttavia, non è la soluzione. I cinque anni dell’Università, infatti, sono solo il primo passo. Per formare un medico o un operatore sanitario, ricorda il direttore del dipartimento di Chirurgia generale, servono le scuole di specializzazione. Che a loro volta accettano un numero limitato di studenti, che dovrebbe essere “aperto” proporzionalmente al corso di laurea. Ma pensiamo anche alle borse di studio. “Molti laureandi contano sul contributo dell’Università per portarsi avanti negli studi”, sottolinea Cappellani. Abolendo il numero chiuso, le risorse stanziate sarebbero insufficienti per aiutare gli studenti più meritevoli.

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“Laureati nel limbo”

Gli studenti ammessi al corso di laurea ma privati della specializzazione, “potrebbero finire in un limbo senza molte uscite”. Certo, durante la pandemia queste forze sono utili per effettuare i tamponi e somministrare i vaccini. “La fase di emergenza, tuttavia, non durerà per sempre”, dice Cappellani. Prima o dopo la pandemia si affievolirà e la situazione tornerà gestibile. “Bisogna domandarsi che fine faranno allora tutti questi laureati”. Per farsi un’idea basta guardare all’era precedente al numero chiuso. Trovare un lavoro adeguato ai titoli conseguiti era tutt’altro che scontato. “Ancora oggi mi capita di incontrare colleghi che hanno completato il percorso accademico, ma hanno avuto difficoltà a trovare uno sbocco”. Il numero chiuso non è quindi “il padre di tutti i problemi”, e una revisione va affrontata “con grandissima cautela”.

L'”esperimento” del 2020

L’idea di allargare le maglie del numero chiuso non è affatto nuova. Negli ultimi anni dei ritocchi ci sono già stati. Nel 2020 un decreto del ministero dell’Università guidato da Gaetano Manfredi aveva portato i posti da poco più di 11.500 a 13 mila. “Per la facoltà di Medicina di Catania ciò ha significato un aumento di circa cento studenti”, spiega Cappellani. Peccato che cambiare un numero sulla carta senza fornire gli strumenti adeguati non serva a nulla. A parità di organico, l’aumento delle matricole “ha comportato un carico di lavoro enorme”. Le strutture universitarie “sono riuscite a gestire il surplus di studenti”, ma portare avanti l’anno accademico “non è stato per niente facile”. Eliminare totalmente il filtro, dunque, rischia di compromettere la formazione stessa.

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“Servono scelte ponderate”

Le cose, insomma, sono più complicate di quanto sembrino. Un buon compromesso, suggerisce il direttore del Dipartimento di Chirurgia generale, potrebbe essere quello di allargare la base degli studenti “proporzionalmente ai posti nelle scuole di specializzazione”. I due step del percorso di formazione “devono camminare di pari passo”, e la politica deve compiere “uno sforzo di programmazione”. Solo così sarà possibile compiere scelte “efficaci e sostenibili”, senza rischiare di compromettere il futuro di una generazione di medici. Per Cappellani, tra le tante cose negative, la pandemia ha avuto il merito “di far venire i nodi al pettine”. Il settore sanitario merita attenzione “da tutti i punti di vista”. Per farlo, è necessario compiere “scelte ponderate, e non cedere all’improvvisazione”.

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Valerio Musumeci
Valerio Musumeci
Valerio Musumeci, giornalista e autore. Nel 2015 ha esordito con il pamphlet storico-politico "Cornutissima semmai. Controcanto della Sicilia buttanissima", Circolo Poudhron, con prefazione della scrittrice Vania Lucia Gaito, inserito nella bibliografia del laboratorio “Paesaggi delle mafie” dell'Università degli Studi di Catania. Nel 2017, per lo stesso editore, ha curato un saggio sul berlusconismo all'interno del volume "L'Italia tradita. Storia del Belpaese dal miracolo al declino", con prefazione dell'economista Nino Galloni. Nel 2021 ha pubblicato il suo primo romanzo, "Agata rubata", Bonfirraro Editore.

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