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Aziende a rischio a Ragusa e Siracusa. Impianti obsoleti non sono competitivi

Le due province del Sud-est sono tra le più a "rischio transizione" d'Italia. Lo certifica il Rapporto Cerved sulla sostenibilità in Italia. Il pericolo è legato alla capacità delle imprese di convertire i propri impianti produttivi, programmando investimenti in favore della sostenibilità

Le due province del Sud-est della Sicilia, Siracusa e Ragusa, sono tra le più a “rischio transizione” d’Italia. Lo certifica il Rapporto Cerved sulla sostenibilità in Italia, spiegando che il “rischio transizione” è legato alla capacità delle imprese di convertire i propri impianti produttivi, programmando investimenti specifici in favore della sostenibilità e del miglioramento della propria qualità produttiva, per esempio cambiando i macchinari e i processi o puntando all’obiettivo emissioni zeroUn esempio è Enel Green Power che con il suo investimento “Power3Sun” punta a ridisegnare il layout aziendale del suo stabilimento di Catania per aumentare di 15 volte la produzione di pannelli fotovoltaici bifacciali di altissima qualità e capacità energetica. O la Rossa Srl (che produce l’amaro Amara), tra le tante aziende a ricoprire di pannelli fotoltaici i propri tetti per assicurarsi un’autosufficienza energetica. A Siracusa, invece, tra i vari problemi che sta affrontando il polo petrolchimico c’è anche quello di non reggere il peso dei costi necessari per una riconversione produttiva (come avvenuto invece in parte per il petrolchimico gelese), così come Ragusa potrebbe restare impantanata di fronte alla necessaria modernizzazione dei processi produttivi nelle attività del comparto agricolo e dell’allevamento, tipiche di quell’area.

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Cos’è il rischio di transizione

Il rapporto Cerved classifica le classi di rischio “molto alto” e “alto” che comprendono i settori più esposti al rischio di transizione, che per continuare a operare sul mercato necessitano di ingenti investimenti per riconvertire la produzione o ristrutturare profondamente gli impianti produttivi. Tra i settori a rischio molto alto figurano le attività legate all’estrazione, lavorazione e commercializzazione di combustibili fossili, per i quali è previsto un abbandono graduale della produzione, mentre nella classe di rischio alto sono presenti le attività energivore che operano, ad esempio, nella produzione di energia elettrica da fonti non rinnovabili, nell’industria pesante (come il siderurgico) e nella filiera agricola (in particolare il comparto dell’allevamento), sottoposte a una regolamentazione molto stringente che impone investimenti elevati per allinearsi ai nuovi standard.

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Petrolchimico e allevamento settori molto esposti

“Emerge una maggiore esposizione in alcune province del Centro-sud – si legge nel rapporto – caratterizzate da una bassa diversificazione produttiva e una forte specializzazione in attività ad alto rischio come l’automotive, il siderurgico e il petrolchimico”. Tra le province che nei prossimi anni potrebbero subire i maggiori costi della riconversione produttiva ci sono Siracusa (21,3 per cento), penalizzata del peso occupazionale dell’industria petrolchimica, mentre Ragusa (22 per cento), nonostante disponga di una capacità di investimento superiore alla media nazionale, figura ai primi posti per l’elevata diffusione delle attività a rischio transizione nel comparto agricolo e dell’allevamento. A differenza di province del Centro-nord “maggiormente attrezzate per affrontare i costi della transizione facendo leva sulle risorse interne – scrive ancora Cerved – molte province del Sud potrebbero non disporre di margini di indebitamento adeguati per investire nella riconversione ecologica degli impianti produttivi”. Da questo punto di vista, la capacità di indebitamento nella provincia di Siracusa appare numericamente debolissima, secondo la mappatura di Cerved.

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La crisi energetica allontana gli investimenti

I margini di indebitamento sono già stretti ma soprattutto il momento non permette nemmeno di effettuare gli investimenti programmati in riconversioni produttive. E se da una parte il ricorso a nuove fonti energetiche, come l’installazione del fotovoltaico, potrebbe consentire di abbattere i costi di approvvigionamento energetico, dall’altra gli investimenti restano in sospeso a causa delle incertezze generali. Lo conferma Alessandro Albanese, presidente di Confindustria Sicilia, che ricorda come “l’industria siciliana è in caduta, finiranno gli investimenti, perché il prezzo del gas non è mai stato così alto e le imprese finora hanno resistito eroicamente erodendo i propri margini. Ma lo scenario per l’economia vira la ribasso e l’inflazione record ormai sarà scaricata sui consumi. E saranno colpiti anche i redditi delle famiglie e minacciati i consumi, che finora erano stati protetti (in parte) dal risparmio accumulato. La Bce ha risposto a prezzi alti ed euro debole alzando i tassi, che daranno un ulteriore impulso recessivo”. In questo quadro di insieme Confindustria Sicilia ha chiesto e continua a sollecitare in linea con Confindustria nazionale il Price cap, il tetto al prezzo del gas. “Lo sganciamento dei costi di gas ed energia e una misura straordinaria per tamponare l’emergenza delle imprese siciliane: servono subito due miliardi e mezzo di 500 milioni dalla Regione e 2 miliardi dallo Stato attraverso il Fondo di sviluppo e coesione”, chiede Albanese.

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Agostino Laudani
Agostino Laudani
Giornalista professionista, nato a Milano ma siciliano da sempre, ho una laurea in Scienze della comunicazione e sono specializzato in infografica. Sono stato redattore in un quotidiano economico regionale e ho curato la comunicazione di aziende, enti pubblici e gruppi parlamentari. Scegliere con accuratezza, prima di scrivere, dovrebbe essere la sfida di ogni buon giornalista.

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