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Beni culturali, sui restauri la Sicilia arranca: “Capitoli di spesa azzerati”

Dal 2018 sono state soppresse molte voci dedicate alla manutenzione del patrimonio. Così i nostri tesori si deteriorano e i visitatori calano. Parlano i restauratori

Tanti tesori da mostrare, pochi soldi per mantenerli. Può essere sintetizzata così la situazione del restauro dei beni culturali in Sicilia. Nella finanziaria miliardaria del 2020 erano stanziati circa 50 milioni per “interventi di manutenzione straordinaria, restauro e risanamento conservativo degli immobili appartenenti al patrimonio e al demanio regionale”. “Le risorse sono poche, e vengono impiegate soprattutto per finanziare gli interventi di somma urgenza, sugli edifici storici e sui parchi archeologici”, dice Giovanna Comes, portavoce dei restauratori catanesi della Cna. “I finanziamenti per le opere mobili e le superfici decorate sono del tutto inesistenti”. Per fare un confronto, secondo una ricerca del centro studi Cresme, nel 2019 la filiera del restauro italiana ha mosso oltre 630 milioni di euro. “In Sicilia, da alcuni anni a questa parte, il sistema appare bloccato”, dice ancora Comes.

I costi dell’autonomia

Il patrimonio di cui si parla è imponente. Secondo alcune stime, riportate dalla Cna, i beni culturali siciliani sarebbero oltre un quarto di quelli italiani. A partire dal 1975, con l’attuazione dell’autonomia regionale, la competenza su di essi non spetta più al ministero nazionale ma all’assessorato regionale ai Beni culturali. E la gestione è stata in chiaroscuro. Confartigianato Sicilia calcola che tra il 2009 e il 2015 la spesa nell’isola sia stata inferiore di oltre 700 milioni rispetto alla media nazionale. Quella per l’acquisto di beni e servizi – in cui rientrano gli interventi di manutenzione, protezione e restauro – si è più che dimezzata. Dal 2018 in poi, interi capitoli di spesa “sono stati eliminati o azzerati”. Si attende la finanziaria 2021, in discussione all’Assemblea regionale siciliana, “per sapere cosa verrà stanziato per il futuro”. Le priorità della categoria “sono le stesse da anni”, chiarisce Comes.

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Da un estremo all’altro

E sono state portate all’attenzione dell’assessore regionale Samonà, e prima di lui al presidente Musumeci e all’assessore Tusa, scomparso tragicamente nel 2019. “Bisogna riattivare i capitoli di spesa sul restauro dei beni mobili e delle superfici decorate, dei beni librari e degli organi”, spiega la portavoce dei restauratori. Molte di queste voci, oggi, “sono a zero”. Le difficoltà della categoria non sono legate soltanto agli stanziamenti. Per lungo tempo, ammette Comes, il settore “è stato una sorta di giungla”. A partire dagli anni Ottanta chiunque facesse dei lavori su beni sotto tutela, anche di piccola entità, “poteva iscriversi alla Camera di commercio come restauratore”. Con la legge 42 del 2004 – meglio nota come Codice dei beni culturali – la professione è stata finalmente regolata, ma la cosiddetta “fase transitoria” è durata 14 anni, e si è conclusa soltanto nel dicembre 2018. “Oggi siamo inseriti in un elenco nazionale, con i rispettivi settori di competenza”. Ai vecchi problemi, però, ne sono subentrati altri.

Spazio (poco) ai giovani

“Un giovane che oggi volesse avviare un laboratorio di restauro non ha molte possibilità. Le piccole imprese non possono crescere, perché il Codice degli appalti lo impedisce”, assicura Comes. Per ottenere la certificazione Soa, necessaria per partecipare agli appalti pubblici sopra i 150 mila euro, bisogna raggiungere un fatturato minimo fuori dalla portata della maggior parte delle nuove imprese. Il perché è presto detto. “Le gare sul Mepa (Mercato elettronico della Pubblica amministrazione, ndr) al di sotto di quella soglia sono pochissime. È raro che le stazioni appaltanti – Sovrintendenze, parchi archeologici e comuni – commissionino opere per importi così ridotti”, spiega la restauratrice. La sua azienda, nata nel 1985, ha i requisiti per partecipare agli appalti più importanti, su tutto il territorio nazionale. I piccoli, invece, “lavorano soprattutto con i privati”, o con lavori commissionati dalle parrocchie, “dal valore di poche migliaia di euro”. Raggiungere la soglia per la certificazione “è quasi impossibile”. Come in un paradosso, valido per molte categorie, “per iniziare a lavorare è richiesta esperienza lavorativa”.

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Potenziare l’Art bonus

Tornando alla Regione, per rimpinguare le casse vuote ormai da qualche anno si punta sul cosiddetto “Art bonus”. La norma che garantisce un credito d’imposta del 65 per cento sul valore delle donazioni liberali per la cultura e lo spettacolo. Una misura che ha dato qualche risultato. Tra gli interventi finanziati ci sono quelli sul Teatro greco di Siracusa (donazioni per 280 mila euro), sul Palazzo Lampedusa di Palma di Montechiaro (237 mila euro), sul Giardino della Kolymbethra di Agrigento (215 mila euro). Non tutti i siti resi finanziabili dalla Regione, però, hanno ricevuto donazioni. Secondo la Cna, infatti, la misura nell’isola non è ancora decollata. L’auspicio è che i numeri crescano. Nell’attesa, i restauratori hanno lanciato l’iniziativa “Dona per l’arte”, che punta a mettere insieme maestranze e proprietari di beni, soprattutto ecclesiastici, per “fare sistema” nella ricerca di sponsorizzazioni private.

Le speranze sul Recovery fund

Un obbiettivo tanto più importante “con l’arrivo delle risorse del Recovery fund”, che dovrebbero spingere l’economia “e stimolare gli investimenti, anche privati”. Da questo punto di vista, una richiesta della Cna “è la revisione del Codice degli Appalti”, non solo per i restauratori “ma per tante altre categorie che vengono penalizzate”. Il rischio è che a beneficiare di questa opportunità “siano soltanto i grandi gruppi”. Per Comes occorre “rivedere i criteri di aggiudicazione, incrementare le gare al minor prezzo e stabilizzare le offerte economiche più vantaggiose solamente sopra la soglia comunitaria”. Sul restauro, ricorda l’esponente della Cna, si gioca una partita fondamentale. “Se davvero questa pandemia finirà, la gente vorrà tornare a godere della bellezza”. La Regione siciliana, che di quella bellezza è tra le principali depositarie, “deve farsi trovare pronta” per non rischiare di sprecare “un’occasione unica che la Storia ci sta regalando”.

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Valerio Musumeci
Valerio Musumeci (Catania, 1992), è giornalista pubblicista e scrittore. Nel 2015 ha esordito con il pamphlet storico-politico "Cornutissima semmai. Controcanto della Sicilia buttanissima", Circolo Poudhron, con prefazione della scrittrice Vania Lucia Gaito, inserito nella bibliografia del laboratorio “Paesaggi delle mafie” dell'Università degli Studi di Catania. Nel 2017, per lo stesso editore, ha curato un saggio sul berlusconismo all'interno del volume "L'Italia tradita. Storia del Belpaese dal miracolo al declino", con prefazione dell'economista Nino Galloni. Nel 2021 ha pubblicato il suo primo romanzo, "Agata rubata", Bonfirraro Editore.

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