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Catania, l’ex ospedale affidato a Unict. “Cittadini esclusi e zero pianificazione”

Dopo la scelta di destinare parte del complesso al Museo dell'Etna, la Regione ha deciso di affidare all'Ateneo catanese un'area di 12 mila mq. I dubbi del presidente del comitato Antico Corso Salvo Castro: "Così il quartiere diventa una succursale dell'Università"

L’affidamento di un’ala dell’ex Vittorio Emanuele all’Università di Catania “non rappresenta una soluzione per il quartiere”. Anzi, il metodo adottato dalla Regione siciliana “dimostra per l’ennesima volta la volontà di non coinvolgere i cittadini e la totale mancanza di pianificazione”. Salvo Castro, presidente del comitato popolare “Antico Corso”, commenta con FocuSicilia le ultime novità sull’ex struttura ospedaliera di via Plebiscito a Catania. Dopo la scelta, contestata da molti, di destinare parte del complesso al Museo dell’Etna, nei giorni scorsi il governatore Nello Musumeci e il rettore Francesco Priolo hanno firmato la convenzione con la quale la Regione affida all’Ateneo un’area di 12 mila metri quadri. Spazi da destinare “alla didattica e allo studio”, scrivono da Palazzo d’Orléans, ma soprattutto “come residenze universitarie”. Una prospettiva che non convince le associazioni. “Così il quartiere diventa una succursale dell’università, con una desertificazione completa di tutte le attività commerciali e senza nuove prospettive”, dice Castro. Il Comitato aveva presentato delle proposte alternative, aggiunge il presidente, “ma non sono state nemmeno discusse nel luogo della democrazia che dovrebbe essere il Consiglio Comunale”.

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Quartiere senza sanità

Per Castro la questione presenta problemi di metodo e di merito. “Nel merito, queste decisioni non rispettano né il Piano regolatore generale, che detta criteri precisi per la costruzione e la rimozione di grandi strutture, né il Piano nazionale di ripresa e resilienza che prevede la realizzazione delle ‘case di comunità’ ogni 20 mila abitanti”. Il riferimento è al Piano regionale per l’utilizzo della parte sanitaria del Pnrr, approvato nelle scorse settimane dall’Assemblea regionale siciliana. Sul tavolo, per l’Isola, ci sono quasi 800 milioni di euro da spendere, tra le altre cose, per strutture di prossimità che ospitino medici di base, laboratori analisi e diagnostiche. “Il nostro quartiere ha 60 mila abitanti, quindi avrebbe diritto a tre case. Al momento non ce n’è nemmeno una”, dice il presidente del comitato. Per questo l’associazione aveva proposto di usare l’ex ospedale per mantenere attiva “la sanità di vicinanza”, aiutando a prevenire numerose patologie “che gravano comunque sulle casse dello Sato, anche quando ci si rivolge alla sanità privata che è convenzionata”. il tutto senza rinunciare alla possibilità di “destinare alcuni spazi agli studenti”, senza farne però una succursale dell’Ateneo, “modello bocciato dalla moderna disciplina urbanistica”.

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Un’economia “devastata”

Si arriva così al problema di metodo, che riguarda molte azioni messe in campo ultimamente nell’Antico Corso. Castro parte dal principio. “Negli ultimi sessant’anni il quartiere è stato appesantito dalla presenza di grandi strutture pubbliche, Vittorio Emanuele, Santo Bambino, Santa Marta. Ciò ha fatto nascere un’economia di recupero, che oggi viene devastata dalla loro chiusura”. Il presidente fa degli esempi concreti. “Ci sono anzitutto le residenze di medici e infermieri, che avevano preso le case per essere vicini al posto di lavoro e adesso non hanno ragione di mantenerle”. Il problema riguarda anche la chiusura di “una miriade di piccole attività” sorte intorno agli ex ospedali, “comprese quelle sommerse, penso al classico posteggiatore abusivo e che adesso non ha più cosa parcheggiare”. Un paradosso che dimostra “l’impatto delle decisioni calate dall’alto” sulla vita dei cittadini. Quanto alla possibilità che il maggiore afflusso di universitari porti “vita” nel quartiere, Castro è scettico. “Sono decenni che abbiamo gli studenti al monastero dei Benedettini, e il risultato è che la zona è vissuta di giorno e deserta la sera, per non parlare dei periodi in cui la Facoltà è chiusa e l’intero quartiere va in letargo”.

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Un (solo) esempio virtuoso

Secondo il comitato tra Università e quartiere non c’è alcun dialogo. “Le due realtà sono completamente scollegate, a parte pochi esempi virtuosi come il progetto archeologico Montevergine diretto dalla professoressa Simona Todaro, che vive e ama questo quartiere”. L’iniziativa, in collaborazione con la Sovrintendenza ai Beni Culturali, il Parco Archeologico di Catania e il supporto logistico del Comune, prevede lo scavo nei giardini di Palazzo Ingrassia e la valorizzazione dell’area, “anche attraverso specifiche azioni di archeologia partecipata dirette agli abitanti del quartiere e ai visitatori”. Un caso raro di integrazione tra Ateneo e quartiere, ribadisce Castro, a cui anche il comitato Antico Corso sta dando il suo contributo. Per il resto, il giudizio sugli interventi nel quartiere è molto critico. “Anche ciò che sta accadendo con l’abbattimento del Santa Marta è emblematico di un modus operandi da parte delle istituzioni, che punta a fare senza programmare”, dice il presidente. E senza ascoltare “oltre quaranta tra associazioni e professionisti, che hanno scritto una lettera alla Regione chiedendo di essere ascoltati. Anche in questo caso non c’è stata alcuna risposta”, dice Castro.

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La questione “Santa Marta”

I dubbi sull’ex “ospedale degli occhi” – questo il soprannome dato dai catanesi alla struttura, specializzata in oculistica – riguardano sia la demolizione sia la destinazione dell’area. Il progetto della Regione prevede la realizzazione di una piazza, ma secondo i firmatari ciò non rientra nella storia del quartiere. “Il prospetto di quella via, già nel 1700, era con gli edifici sulla strada. Non ci sono mai state, nel barocco, piazze o giardini prospicenti alle ville aperti al pubblico”. Quanto all’immobile abbattuto, le associazioni avevano previsto altre soluzioni. “Si sarebbe potuta sventrare la parte inferiore, lasciare la pilastratura e rendere visibile l’interno, riadattando l’edificio magari destinandolo proprio agli studenti”. Per Castro la decisione della regione ha ragioni essenzialmente economiche. “Hanno avuto accesso a un finanziamento con il quale hanno pagato la demolizione, ne stanno chiedendo un altro per consolidare l’edificio settecentesco in fondo al viale, che dovrebbe andare alla Sovrintendenza”. Il tema di fondo resta lo stesso. “Non c’è un progetto d’area complessivo. Noi abbiamo partecipato il 4 febbraio 2021 a un webinar pubblico, poi non abbiamo saputo più nulla”.

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Una “manovra a tenaglia”

I dubbi riguardano anche il Santo Bambino, la struttura pediatrica appartenuta al Vittorio Emanuele e recentemente destinata all’Ersu, Ente regionale per il diritto allo studio universitario. Il complesso dovrebbe essere riadattato a residenza studentesca, attingendo per il 75 per cento ai fondi del Pnrr. Una mossa che permetterebbe all’Ateneo di accrescere la sua capacità di accoglienza, visto che al momento, scrive la Regione, “a fronte di circa tremila richieste solo 600 possono essere soddisfatte”. Per Castro investire sull’accoglienza “è giusto”, visto che Catania “è in ritardo da questo punto di vista”. Peccato che per il Santo Bambino “l’Asp avesse detto che non poteva essere utilizzato perché non antisismico. Adesso improvvisamente lo è diventato”. Il timore dell’associazione è che la “manovra a tenaglia” sul quartiere possa portare in un futuro non troppo lontano a interventi invasivi, “come quello già bloccato vent’anni fa sulla domus romana della Purità, un luogo unico al mondo”. Un’eventualità su cui il comitato Antico Corso intende vigilare, conclude il presidente, “tenendo gli occhi aperti perché il quartiere, già economicamente depresso, non riceva il colpo di grazia”.

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Valerio Musumeci
Valerio Musumeci
Valerio Musumeci (Catania, 1992), è giornalista pubblicista e scrittore. Nel 2015 ha esordito con il pamphlet storico-politico "Cornutissima semmai. Controcanto della Sicilia buttanissima", Circolo Poudhron, con prefazione della scrittrice Vania Lucia Gaito, inserito nella bibliografia del laboratorio “Paesaggi delle mafie” dell'Università degli Studi di Catania. Nel 2017, per lo stesso editore, ha curato un saggio sul berlusconismo all'interno del volume "L'Italia tradita. Storia del Belpaese dal miracolo al declino", con prefazione dell'economista Nino Galloni. Nel 2021 ha pubblicato il suo primo romanzo, "Agata rubata", Bonfirraro Editore.

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