Catania, Siracusa e altri disastri. Tutta la Sicilia è a rischio inondazioni

Catania piange i danni del maltempo, la tragedia dei morti, la devastazione delle coltivazioni, ma tutta la Sicilia è un immenso territorio a rischio. Tutta la regione è potenzialmente soggetta ad alluvioni, inondazioni, frane, erosione costiera. Lo dimostra il disastro nella zona di Siracusa ieri, lo dimostra la storia, ma lo dimostrano soprattutto i dati. La situazione del dissesto idrogeologico è stata fotografata più volte negli anni passati, e i numeri sono impietosi e drammatici. Solo per quanto riguarda il rischio idraulico, cioè la possibilità che si verifichino inondazioni e alluvioni, i “nodi” critici sono 7.178. Una cifra spaventosa, costituita da tutte quelle situazioni in cui i corsi d’acqua naturali (fiumi, torrenti, fiumare) sono ostacolati a volte da vegetazione, ma più spesso da elementi antropici. Strutture edificate dall’uomo come case, strade, restringimenti di alveo, copertura, deviazioni, sbarramenti. Il censimento è contenuto in un rapporto della Protezione civile regionale che risale al 2014. Nei giorni scorsi il presidente della Regione Musumeci ha rivendicato di avere già speso 421 milioni di euro per la mitigazione del dissesto e “pulito 87 fiumi che non vedevano un escavatore da 40 anni”, ma nella sostanza il quadro resta allarmante. Lo stesso Musumeci ha denunciato di aver visto con i suoi occhi “case costruite a un metro dall’alveo di un fiume”. Una approfondita ricognizione delle opere più urgenti da realizzare contro il dissesto del territorio è stata fatta, in tempi più recenti, anche da #Italiasicura, “struttura di missione” istituita dal governo Renzi nel 2014 e andata avanti fino al 2018 con il governo Gentiloni. In uno studio presentato nel 2017, la struttura aveva individuato 962 opere “urgenti” nell’isola, analizzando anche lo stato delle pratiche e l’iter dei progetti. Inoltre aveva stimato la spesa necessaria a completare quei cantieri in 2 miliardi e 802 milioni di euro. Le opere censite da #Italiasicura riguardavano 153 interventi per la mitigazione delle alluvioni con un fabbisogno di 684 milioni, 718 per frane che richiedevano la spesa di 1 miliardo e 665 milioni, 27 per la mitigazione di rischio misto per circa 74 milioni e 64 per l’erosione costiera con spesa prevista di circa 380 milioni. Coordinatore di quella struttura, che dipendeva direttamente dalla presidenza del Consiglio, era Erasmo D’Angelis, oggi Segretario generale dell’Autorità del distretto idrografico Italia centrale. Secondo lui la situazione della Sicilia è gravissima e richiede interventi immediati e di lungo respiro: “Negli ultimi 10 anni in Sicilia ci sono stati 121 eventi estremi, di cui 63 alluvioni, 27 trombe d’aria e 24 cicloni mediterranei con danni a case e infrastrutture. E poi ci sono le frane, i prolungati periodi di siccità e gli incendi furiosi”. La Sicilia, secondo D’Angelis, avrebbe bisogno immediato di un “progetto clima, perché i problemi sono immensi: ondate di calore, zone in desertificazione, invasione di acqua salmastra che entra nelle falde costiere di acqua dolce, dighe insufficienti e con scarsa manutenzione. Insomma è necessario un grande piano per la difesa degli impatti del cambiamento climatico”. L’acqua è uno dei problemi principali: “In Sicilia non piove poco, ma i modelli previsionali indicano che diminuiranno i giorni di pioggia e aumenterà l’intensità dei fenomeni. Bisogna fare in modo di recuperarne il più possibile”. Recuperare e cercare di immagazzinare quanta più acqua possibile si può fare in vari modi: “Con la costruzione di piccoli e medi invasi per esigenze locali, e poi con la creazione nelle città di ‘Rain garden‘ e di parcheggi drenanti”. Il futuro, all’insegna dei cambiamenti climatici, presenta molte sfide a parere di D’Angelis, e forse non siamo in grado di affrontarle adeguatamente: “L’Italia è un hot spot nel Mediterraneo, ma la Sicilia è davvero la frontiera dove si verificano molti fenomeni estremi. I fondi del Pnrr potrebbero essere di grande aiuto, ma il rischio è che gli uffici tecnici non riescano a preparare i progetti”. Un problema,quello dei progetti, che ha ben chiaro anche il Presidente della Regione, e che dovrebbe essere alleviato dall’assunzione di nuovo personale qualificato. Bisogna fare presto. Ma bisogna anche fare bene, perché le emergenze create di continuo dal dissesto del territorio non aspettano la burocrazia. Il lavoro è enorme e riguarda tutta l’Isola. Dati e conoscenze ci sono: nel citato rapporto della Protezione civile sono indicati i nodi critici dal punto di vista idraulico provincia per provincia e comune per comune. Catania non è messa bene, ma la situazione peggiore è altrove. La classifica con il maggior numero di punti a rischio è Messina: nella provincia sono stati individuati ben 2.057 situazioni pericolose, pari al 29 per cento di tutta la Regione. Segue Palermo e provincia con 1.214 criticità che corrispondono al 17 per cento regionale, poi Agrigento con 830 punti a rischio, che rappresentano il 12 per cento del totale. Al quarto posto c’è Catania, nel cui territorio ci sono 721 nodi pericolosi, pari al 10 per cento dell’intera regione. Seguono Caltanissetta (700 nodi), Enna (627), Trapani (426), Siracusa (338), Ragusa (266).