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Chiuso per coronavirus: imprese, aumenta il rischio fallimento

In caso di un'epidemia sotto controllo entro sei mesi, il pericolo di default passerebbe dal 4,9 al 6,8 per cento. Ma un altro scenario, descritto da Cerved, avrebbe ricadute ancora peggiori

Con il coronavirus la probabilità di fallimento per le imprese italiane rischia di raddoppiare. È il quadro più pessimistico stimato da un’analisi di Cerved Rating Agency, quello che si verificherebbe nel caso in cui l’epidemia si trasformasse in pandemia e se l’emergenza attuale proseguisse (o peggiorasse) per più di sei mesi. Le ripercussioni potrebbero essere acute anche senza spingersi allo scenario peggiore. Se lo stato attuale si prolungasse per tre-sei mesi, il rischio default salirebbe dal 4,9 al 6,8 per cento. E chi non finisce con i bilanci per aria, dovrà comunque resistere a forti pressioni sui margini. Con alcune differenze di settore: a pagare il prezzo più alto potrebbero essere costruzioni, tessile, gestione dei rifiuti, turismo e ristorazione. Sarebbero invece avvantaggiati la farmaceutica e l’Ict. Ma se si dovesse concretizzare lo scenario più cupo, nessun comparto sarebbe immune.

Dalla stagnazione alla recessione?

L’analisi parte dalla fotografia economica dell’Italia prima che spuntasse il coronavirus. Non era uno scatto a colori: la stime di crescita erano già molto deboli. Ma i piccoli passi avanti avrebbe almeno ridotto i fallimenti delle imprese. Gli effetti dell’epidemia, sia sugli scambi internazionali che sul mercato interno, rischiano di cancellare anche questo segnale di risveglio. Per capire come potrebbe andare, Cerved individua due scenari: uno “soft”, nel quale la situazione torni vicina alla normalità entro un semestre; uno “hard”, nel quale l’espandersi e il prolungarsi dell’emergenza avrebbe “severe ripercussioni”, aggravate da un mix di oggettiva difficoltà, “comportamenti irrazionali” e “isteria collettiva”.

A chi manca la Cina

A oggi, turismo, moda e lusso e manifatturiero hanno avuto le ripercussioni più visibili. Sono stati infatti i settori più esposti al rallentamento degli scambi con la Cina. L’Italia è la seconda destinazione europea preferita dai turisti cinesi dopo la Francia. Spesso si tratta di un turismo che si concentra nelle città d’arte (in cima ci sono Lazio, Veneto e Toscana) e con un occhio riservato alla moda. Il rischio, però, si è moltiplicato da quando il virus è arrivato in Italia, con misure di contenimento che hanno rallentato o bloccato l’attività delle imprese. Adesso, quindi, al fattore esterno va aggiunto quello interno. Che a sua volta potrebbe irrigidire gli scambi con l’estero. Si espandono così al contagio imprese e settori che non hanno un legame significativo con Pechino.

Chart by Visualizer

Lo scenario soft

Nel caso di scenario cauto, il rischio default per le imprese aumenterebbe di oltre un terzo. Si tratta di una media che vede alcuni settori molto esposti e altri che potrebbero beneficiare dell’epidemia. Le probabilità di fallimento nelle costruzioni supererebbero il 10 per cento. Registrano oltre l’8 per cento la gestione di servizi come sistemi idrici e rifiuti, il settore alberghiero e la ristorazione. Il tessile arriva poco oltre il 6 per cento, ma partendo da un “rischio base” minore. Discorso simile per le attività legate al turismo. Il fallimento non è l’unica prospettiva: un calo del fatturato inciderebbe sui margini. L’Ebitda (cioè quanto resta in cassa dopo aver sottratto i soli costi operativi) rischia di passare dal 6,1 al 4,2 per cento. L’impatto sarebbe particolarmente severo sui servizi turistici, che vedrebbero l’indicatore praticamente azzerato. Vuol dire che le tasche delle imprese sarebbero a secco ancor prima di pagare tasse ed eventuali interessi. In alcuni settori, però, il coronavirus allontanerebbe la prospettiva di un default. In altre parole: nello scenario “soft” qualcuno può ricevere una spinta: l’industria farmaceutica, le farmacie e l’Ict (incoraggiato dalle attività da remoto).

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Nel caso peggiore

E se gli argini al contagio non funzionassero? Con una pandemia, “a lungo termine” la produzione sarebbe “estremamente ridotta” e “potrebbe verificarsi una mancanza dei beni primari, specialmente nei paesi poveri, generando ulteriore panico tra i cittadini”. L’allarme provocherebbe “un completo isolamento degli Stati e il congelamento dei trattati sulle frontiere aperte”. Si affaccerebbe l’ombra di una “recessione globale”, con una “riduzione delle vendite” che costringerebbe le imprese a sottoscrivere nuovi debiti, “indebolendo la propria struttura finanziaria”. Se nello scenario più cauto ci sarebbero sommersi (tanti) e salvati (pochi), in quello più severo tutti finirebbero in ginocchio. L’Ebitda media si dimezzerebbe, al 3,1 per cento. Le attività turistiche sarebbero in perdita ancor prima di avere a che fare con il fisco. La probabilità di fallimento delle imprese raddoppierebbe, al 10,4 per cento. Nel caso delle costruzioni, un’azienda su sei sarebbe sull’orlo della chiusura. L’informatica, che aveva retto allo scenario più cauto, precipiterebbe. E neppure la farmaceutica sfuggirebbe a un aumento dei fallimenti.

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Paolo Fiore
Paolo Fiore
Leverano, 1985. Leccese in trasferta, senza perdere l'accento: Bologna, Roma, New York, Milano. Ho scritto o scrivo di economia e innovazione per Agi, Skytg24.it, l'Espresso, Startupitalia, Affaritaliani e MilanoFinanza. Aspirante cuoco, sommelier, ciclista, lavoratore vista mare. Redattore itinerante per FocuSicilia.

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