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Corruzione e anticorruzione in Sicilia

Il profondo radicamento della corruzione contribuisce ad attivare un circolo vizioso che produce riduzione dell’occupazione, dei redditi, dei consumi

Due recenti rapporti dell’Anac e dell’Istat rivelano che la Sicilia risulta la regione con il più alto tasso di corruzione e di assuefazione al fenomeno, e che l’incidenza della corruzione nell’isola è molto superiore a quella del territorio nazionale. Questi rapporti evidenziano la preoccupante diffusione di una delle più gravi patologie dell’attività amministrativa, tanto più se si considera che i dati ufficiali non forniscono una stima attendibile della reale entità del fenomeno corruttivo, che resta in larga misura sommerso, e deve pertanto essere considerato molto più esteso di quanto lascino intendere le rilevazioni ufficiali.

Al di là del numero dei casi gli aspetti più allarmanti sono l’assuefazione di cittadini ed imprese al fenomeno corruttivo e la capacità di infiltrare pressoché tutti gli ambiti del sistema economico-sociale. Il rapporto dell’Istat certifica che la corruzione viene considerata dalla maggioranza dei siciliani una sorta di consuetudine, talmente diffusa e sistemica da rendere pericoloso denunciare i tangentisti, e le cronache recenti attestano eloquentemente che il fenomeno riguarda pressoché tutti i settori strategici dell’economia e della società regionale: dagli appalti alla sanità, dalle concessioni ai finanziamenti pubblici. 

Il profondo radicamento della corruzione contribuisce ad attivare un circolo vizioso che produce riduzione dell’occupazione, dei redditi, dei consumi ecc. La corruzione, infatti, costituisce una zavorra che falsa la concorrenza, ostacola la meritocrazia, moltiplica il contenzioso, alimenta la criminalità e l’evasione fiscale, falcidia le entrate tributarie, fa lievitare i costi di servizi ed opere pubbliche, ostacola gli investimenti, riduce l’efficienza dei servizi pubblici e la competitività delle imprese. Le norme penali sono molto severe, ma si sono dimostrate inadeguate a contrastare il dilagare della corruzione a causa del ridotto numero di denunce, della difficoltà di scoprire e sanzionare i casi di corruzione (che spesso si verificano nell’ambito di procedure particolarmente complesse) e di accertare il passaggio di denaro o il conseguimento di altri vantaggi, dei tempi lunghi delle indagini e dei processi, che impiegano svariati anni per l’accertamento definitivo di episodi di corruzione, e spesso si interrompono a causa della prescrizione.

Per ovviare a queste criticità la legge del 2009 ha introdotto una nuova figura di corruzione, che comprende ogni caso di cattiva gestione della cosa pubblica, ed ha imposto a tutte le amministrazioni, gli enti e le società pubbliche di adottare un piano anticorruzione e di adottare una serie di strumenti per prevenire e contrastare il fenomeno: rotazione del personale, obbligo di astensione in caso di conflitto di interessi, codici di comportamento, tutela di chi segnala episodi corruttivi, incompatibilità specifiche per alcuni incarichi dirigenziali, obblighi di trasparenza  per gli atti pubblici e i dati su dipendenti, dirigenti ed amministratori, adozione di meccanismi decisionali idonei a prevenire il rischio di corruzione, monitoraggio del rispetto dei termini per la conclusione dei procedimenti, informatizzazione dei procedimenti, accesso generalizzato agli atti pubblici, misure di semplificazione dell’organizzazione burocratica e dell’attività amministrativa, controlli efficienti. Le amministrazioni pubbliche devono prevenire e perseguire come eventi corruttivi tutti i casi di violazione delle norme vigenti, a prescindere dal conseguimento di denaro e dalla conclusione delle indagini penali. Ciò consente di anticipare, estendere e rendere più efficace il contrasto alla corruzione, dal momento che per adottare le relative sanzioni non è necessario dimostrare passaggi di denaro o altre utilità o attendere gli esiti dei processi penali. 

Tuttavia le relazioni dell’Anac e della Corte dei conti rivelano che le amministrazioni e le società pubbliche hanno applicato queste regole solo formalmente, come fastidiosi adempimenti burocratici, complessi e privi di concreta utilità. Il campionario delle elusioni delle regole è vasto: piani anticorruzione fotocopia diffusi tra enti omologhi (comuni ecc), sostanziale inattuazione delle misure precauzionali imposte dalla legge, e delle regole di semplificazione e trasparenza, controlli inefficaci, scarsa responsabilizzazione del personale, assenza di coordinamento tra il piano anticorruzione e quello della performance, scarso coinvolgimento di dirigenti e vertici politici. Le sanzioni, inoltre, sono soltanto virtuali, poiché l’Anac non ha la struttura adeguata per verificare l’attività di venti regioni, oltre 8.000 comuni e decine di migliaia di altri soggetti che svolgono funzioni pubbliche, e per verificare la legittimità di un infinta mole di atti. 

Per invertire la rotta è indispensabile garantire il rispetto delle norme sulla trasparenza, che facilitano i controlli, rendere effettiva la valutazione dell’adempimento delle misure anticorruzione tra gli indicatori di performance dei dipendenti pubblici, prevedere che gli organismi di valutazione verifichino la qualità del piano anticorruzione e l’effettiva attuazione delle misure previste, coinvolgere concretamente dirigenti e vertici politici nell’attuazione del piano e renderne effettiva la responsabilità, rendere automatica l’attivazione dei procedimenti disciplinari in seguito all’accertamento delle violazioni. La soglia di adempimento alle regole anticorruzione potrebbe essere considerata come requisito per l’attribuzione delle risorse finanziarie, premiando le amministrazioni virtuose e sanzionando quelle inefficienti, che sarebbero così chiamate a sopportare il costo della inefficienza.

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Dario Immordino
Dario Immordino
Avvocato, componente del Comitato scientifico per il Piano Strategico Sicilia 2030, componente della Commissione di studio per i rapporti finanziari Stato Regione e le norme di attuazione dello Statuto siciliano, dottore di ricerca in diritto comunitario all'Università degli studi Palermo

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