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Cotone, in Sicilia torna l’oro bianco. Qualità che piace ai marchi d’alta moda

Un tempo veniva coltivato su migliaia di ettari, specialmente tra Agrigento e la piana di Gela. Con l'arrivo delle fibre sintetiche il cotone siciliano è scomparso, ma grazie all'iniziativa di venti produttori la coltivazione è ripresa. Obiettivo: ricreare una filiera made in Italy

Un tempo era definito “l’oro bianco di Sicilia”. Da pochi anni, dopo che a lungo si era fermata la produzione, il cotone è tornato a fiorire nei campi dell’Isola. Ad animare la rinascita di questa coltivazione – definita “strategica” dall’Unione europea – è l’imprenditore agricolo Manlio Carta, titolare dell’azienda Santiva di Pollina, nel palermitano, e animatore del progetto “Cos, Cotton of Sicily”, che riunisce venti produttori che coltivano cotone su un’estensione di cento ettari. Lo spazio di mercato non manca. Secondo Confindustria Moda, nel 2021 le importazioni di filati di cotone hanno toccato il valore di 340 milioni di euro, mentre le esportazioni hanno di poco superato i 200 milioni. Il cotone siciliano fa gola ai grandi marchi. A cominciare da Ovs, griffe italiana che si è assicurata una fornitura con cui punta alla produzione di 30 mila capi nel 2023. “Anche altre multinazionali hanno chiesto di collaborare con noi”, assicura Carta, che non fa i nomi “per accordi di riservatezza”

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Breve storia del cotone siciliano

“Attualmente le imprese italiane comprano il cotone principalmente da India, Cina, Stati Uniti e Pakistan”, spiega l’agricoltore, che prima di tornare in Sicilia ha lavorato presso aziende del settore in tutto il mondo. L’Isola potrebbe contribuire a riequilibrare questa sproporzione. Alla fine degli anni Cinquanta, si legge sul sito ufficiale di Cotton of Sicily, la superfice coltivata sfiorava i 350 mila ettari, di cui 140 mila in provincia di Agrigento e il resto soprattutto nella piana di Gela, definita “la madre del cotone in Italia”. Dopo alcuni anni di importante sviluppo, però, la coltura regredì velocemente. “A pesare fu soprattutto l’avvento delle fibre sintetiche, unito agli alti costi di produzione”, spiega Carta. All’inizio degli anni Ottanta gli ettari coltivati a cotone si erano ridotti a poco più di duemila, fino alla cancellazione completa della coltura nell’Isola.

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Coltivazioni a basso impatto ambientale

Un peccato, secondo Paolo Guarnaccia, ricercatore del dipartimento di Agricoltura, alimentazione e ambiente dell’Università di Catania. “Il microclima siciliano è particolarmente adatto alla coltivazione del cotone. La reintroduzione di questa coltura è un fatto importante, perché permette di chiudere una filiera italiana”. Secondo l’esperto questo tipo di coltivazione è molto impattante a causa di un eccessivo uso di sostanze chimiche di sintesi, “ma in regime di agricoltura biologica e con alcuni accorgimenti legati alla rotazione delle colture, è possibile realizzare coltivazioni sostenibili”. L’iniziativa della filiera di Carta “è un contributo in questa direzione”, ma per il futuro occorrerà fare altri passi “per esempio con la realizzazione di un grande stabilimento per la sgranatura”. La fibra di Cotone, ricorda infatti Guarnaccia, per essere lavorata va prima separata dal seme, quindi filata e infine colorata e tessuta. “Queste operazioni spesso vengono fatte in Italia, ma con filati di cotone provenienti dall’estero”.

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Costi e ricavi di un ettaro di cotone

Un potenziale danno per il made in Italy, che potrebbe essere scongiurato se l’Italia tornasse a produrre l’oro bianco. I primi tentativi di Carta risalgono a tre anni fa. “I risultati sono stati incoraggianti, con un cotone di qualità elevata. Oggi abbiamo cento ettari distribuiti nei comuni di Castelbuono, Pollina, Marina di Tusa, San Cipirello, San Giuseppe Jato, Monreale, Partinico e Calatafimi”. Coltivare un ettaro, escluso il momento della raccolta, dice l’imprenditore, costa circa 700 euro l’anno. “Questa cifra contiene i costi per la manodopera, le concimazioni, l’innaffiamento e il gasolio per i macchinari di raccolto”. Ogni ettaro frutta una tonnellata e mezza di cotone grezzo, che viene venduto a un prezzo medio di due euro al chilo. “L’incasso medio è di circa tremila euro l’anno, cui vanno aggiunti circa altri mille euro per la vendita delle sementi”. Si arriva così a una resa di circa quattromila euro l’anno per ettaro, che però prevede “un rispetto rigoroso del nostro disciplinare di produzione”.

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Le prospettive per il futuro

L’adesione alla filiera, spiega l’esperto, comporta diversi vantaggi. “Anzitutto noi ci assumiamo la metà della spesa per le sementi, che normalmente costano 100 euro l’ettaro ma che offriamo a 50 euro ai nostri produttori”. Inoltre la raccolta si svolge in modo interamente meccanizzato, a carico della filiera. “Nel periodo di raccolta, che inizia a ottobre, assumiamo circa dieci persone, cui garantiamo un contratto da 80 euro al giorno più i contributi, e che in 45 giorni smaltiscono circa dieci ettari di campo a testa”. Ultimo, ma non meno importante, la possibilità di utilizzare un impianto di sgranatura a Castel di Tusa, che Carta ha rilevato per metterlo a disposizione dei coltivatori. Per il futuro, il gruppo punta a incrementare le produzioni. “L’attenzione verso la nostra iniziativa è alta, come dimostrano i contatti avviati con alcuni grandi marchi. Per questo puntiamo ad arrivare a circa cinquemila ettari coltivati a cotone entro il 2026”.

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Valerio Musumeci
Valerio Musumeci
Valerio Musumeci (Catania, 1992), è giornalista pubblicista e scrittore. Nel 2015 ha esordito con il pamphlet storico-politico "Cornutissima semmai. Controcanto della Sicilia buttanissima", Circolo Poudhron, con prefazione della scrittrice Vania Lucia Gaito, inserito nella bibliografia del laboratorio “Paesaggi delle mafie” dell'Università degli Studi di Catania. Nel 2017, per lo stesso editore, ha curato un saggio sul berlusconismo all'interno del volume "L'Italia tradita. Storia del Belpaese dal miracolo al declino", con prefazione dell'economista Nino Galloni. Nel 2021 ha pubblicato il suo primo romanzo, "Agata rubata", Bonfirraro Editore.

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