Garlasco, nel paese tutti sanno ma nessuno parla davvero: hanno paura di loro | Il peso di un nome

Nuove indagini de Le Iene e Matteo De Giuseppe riaprono il caso Garlasco. Un testimone chiave, un mistero sul DNA e una presunta “rete di potere” scuotono la vicenda.

Garlasco, nel paese tutti sanno ma nessuno parla davvero: hanno paura di loro | Il peso di un nome

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Il caso di Chiara Poggi a Garlasco, che sembrava chiuso dalla condanna di Alberto Stasi, potrebbe in realtà celare inquietanti verità.

Nuove indagini giornalistiche di Le Iene, guidate da Matteo De Giuseppe, riaprono ferite mai del tutto rimarginate, svelando dettagli che mettono in discussione la verità processuale. Un testimone chiave, un mistero sul DNA e una presunta “rete di potere” sono al centro di un intrigo che dura da quasi vent’anni. Questo articolo esplora le ultime rivelazioni che scuotono Garlasco, un paese dove la paura di una famiglia e di una persona sembra aver bloccato la ricerca della giustizia.

Secondo Matteo De Giuseppe, la condanna di Alberto Stasi non coincide necessariamente con la “verità vera” dei fatti. Una profonda frattura separa le sentenze da quanto realmente accaduto, una distanza che, a suo dire, sarebbe stata metodicamente costruita per incastrare il fidanzato di Chiara. Oggi, tuttavia, nuovi elementi emergono, suggerendo scenari che per troppo tempo sono rimasti nell’ombra. Questi frammenti, che a lungo hanno sostenuto la versione ufficiale, ora si stanno consumando, permettendo di intravedere dinamiche e responsabilità che potrebbero riscrivere l’intera vicenda.

In questo contesto, si inserisce l’elemento di un servizio de Le Iene, già confezionato e pronto per la messa in onda, ma bloccato. La ragione non è una scelta editoriale, bensì una richiesta esplicita della Procura di Pavia, impegnata a verificare i nuovi elementi emersi dalle indagini giornalistiche. È De Giuseppe stesso a rivelarlo con chiarezza: “In questa vicenda sono state fatte cose inquietanti. Abbiamo trovato la testimonianza diretta di una persona che ha visto qualcuno in un luogo preciso e in un orario esatto, il giorno del delitto. È una testimonianza circostanziatissima“.

Nuovi orari, nuove verità?

Il termine “circostanziatissima” apre uno squarcio fondamentale, ponendo interrogativi cruciali sull’orario della morte di Chiara Poggi, un dettaglio finora ritenuto intoccabile. Contrariamente a quanto stabilito nei processi, oggi quell’orario potrebbe essere radicalmente riscritto. “Lei ha visto questa persona intorno alle nove e mezza, nove e trentacinque,” racconta De Giuseppe, aggiungendo che “quando è morta la povera Chiara, all’inizio, si parlava delle undici, undici e venti.” Questo scostamento di quasi due ore, se confermato, cambierebbe completamente la narrazione e l’elenco dei potenziali sospettati, spostando il focus su chi era presente in quel momento cruciale.

La testimone sarebbe stata contattata attraverso una familiare che, per ben diciotto anni, aveva custodito questo segreto. Solo negli ultimi mesi, ha trovato il coraggio e la consapevolezza del peso di ciò che aveva visto. “Non aveva mai pensato – ha aggiunto l’inviato de Le Iene – che potesse essere collegabile.” Ciò che rende questa testimonianza ancora più rilevante è il fatto che “la persona di cui mi ha parlato è stata già collegata più o meno da altri testimoni. Ma questa è una testimonianza diretta. Poi ne ho trovata un’altra direttissima. Le persone attenzionate sono sempre quelle.” Questo suggerisce una convergenza di indizi verso figure specifiche, finora non indagate a fondo.

Ma il vero punto di rottura arriva quando De Giuseppe affronta uno degli aspetti più controversi dell’intera inchiesta: la questione del DNA di Chiara Poggi ritrovato sui pedali della bicicletta di Alberto Stasi. La sua descrizione è perentoria: “Arriva una telefonata in cui si dice che serve qualcosa per incastrare Stasi, poi subito dopo appaiono due grammi e mezzo di DNA pulito sul pedale, che è stato detto che era sangue.” L’anomalia è evidente, come sottolinea De Giuseppe: “Di solito sui pedali si trovano quantità modiche, e sono sporche, che provengono dalle suole delle scarpe. Qui si parla di due grammi e mezzo. Pulito. Il sospetto è che ce l’abbiano messo.” Questa ipotesi, se provata, getterebbe una luce sinistra sulle indagini del 2007, definite da De Giuseppe “catastrofiche.”

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La rete di potere e la paura che paralizza Garlasco

La parte finale del racconto di De Giuseppe svela la lettura più ampia e preoccupante dell’intera vicenda. Secondo l’inviato, l’impressione è che oggi la Procura di Pavia stia sì cercando i veri assassini di Chiara Poggi, ma allo stesso tempo sia impegnata a smantellare una rete di potere che operava già nel 2007 a Garlasco. Una rete che coinvolgeva “anche uomini dello Stato” e che si sarebbe adoperata per proteggere Alberto Stasi, dirottando l’attenzione degli inquirenti lontano da altri possibili sospettati. “Sempio? – dice ancora De Giuseppe parlando sempre al plurale rispetto a chi ha ucciso Chiara Poggi – Non voglio dire che sia colpevole, ma secondo me era lì.” Questo “altrove,” rimasto impronunciabile per anni, sembra ora essere oggetto di un’attenzione concreta.

Sul futuro, De Giuseppe mantiene alte le aspettative, annunciando che “potrebbero accadere delle cose in tempi molto brevi.” La domanda su perché questi sviluppi non siano avvenuti prima, tuttavia, rimane sospesa nell’aria, carica di allusioni e di una profonda paura che permea l’ambiente. “A Garlasco tutti hanno molta paura di una famiglia e di una persona. Molta paura.” Questa affermazione conclusiva di De Giuseppe chiude idealmente il cerchio, lasciando aperta una questione irrisolta che da quasi vent’anni tormenta questa tragica storia: chi sono questi individui o questa famiglia così temuta da impedire che la piena verità venga a galla? L’attesa di nuove rivelazioni è palpabile, mentre la speranza è che finalmente giustizia sia fatta per Chiara Poggi.