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Il Covid spegne anche cerei e torcioni. Senza Sant’Agata in fumo gli introiti

Un lavoro, per alcuni lungo secoli, fermato dall’emergenza sanitaria. Lo stop agli eventi sacri ha bloccato l’intero settore, da un anno. Cerai lamentano l’assenza di aiuti economici

Niente cerei, c’è il Covid. Un lavoro, per alcuni lungo secoli, fermato dall’emergenza sanitaria e dalle misure imposte per contenere il contagio da Covid-Sars 2. Tra queste, il divieto di organizzare processioni religiose, compresa la tre giorni dedicata alla patrona di Catania Sant’Agata che, per la prima volta nella storia, non si svolgerà nelle strade tra i devoti, ma in streaming. Le perdite stimate sfiorano il 100 per cento. Accanto, il problema del costo della materia prima “in picchiata” e il rischio di concorrenza sleale.

Niente cerei e torcioni per Sant’Agata

Tra le prime vittime illustri dello stop alla festa – la terza nel mondo per numero di persone che riesce ad attirare, ci sono senz’altro i cerai, veri e propri pilastri dell’artigianato per le festività agatine: sono loro a realizzare i cerei e i torcioni che, con buona pace degli amministratori locali, illuminano i momenti clou della processione, in particolare la sera del 5 febbraio. Non quest’anno però: gli affari sono al palo. “Non mi hanno ordinato nemmeno un cero”, spiega Giorgio Viola, dell’omonima cereria di piazza Castello Ursino. Ha fondato lui la bottega e, per la prima volta dopo anni, non ha venduto ancora nulla. Lo stop agli eventi sacri ha bloccato l’intero settore, da un anno. “Non abbiamo ordini da San Giuseppe 2020 – prosegue Viola. Da quando è iniziata la crisi, tutte le festività sacre sono state annullate”.

“Non era mai successo prima”

Non va meglio per le botteghe storica, anzi “la” bottega storica per antonomasia. La cereria Cosentino è la più antica d’Italia. Fondata nel 1795 da Giovanni Cosentitno, in oltre due secoli non si è mai fermata. Fino a oggi. “Non era mai successo prima” – conferma Giuseppe Leonardi, titolare insieme alla moglie, Giovanna Cosentino, della cereria di piazza San Placido. “Mai – sottolinea – neanche durante la Guerra del Golfo, quando i festeggiamenti sono stati ridotti in modo sensibile”. Ma non completamente, ricorda ancora. “Oggi, invece, tutte le festività sacre dell’anno sono state annullate”.
Un danno enorme per chi, come la cereria Cosentino, lavora prevalentemente con la Chiesa e in stretta connessione con le attività liturgiche. “La nostra produzione è quasi esclusivamente legata al culto – conferma il titolare. Ed è ormai un anno che non si celebra alcuna ricorrenza religiosa, niente di niente. Noi siamo praticamente fermi”. Non solo Sant’Agata, nel 2021, ma anche tutte le ricorrenze annullate nel 2020: San Giuseppe, Pasqua, Sant’Alfio. “Una volta che si fermano gli eventi, si ferma tutto il resto”. Non va meglio per gli eventi “secolari”: matrimoni, lauree, feste private. Anche queste manifestazioni sono quasi azzerate. “Se non del 100 per cento, la nostra perdita è stata del 90 per cento”, sostiene Leonardi.

Ristori mancati. “Non esistiamo”

“Non esistiamo”. Entrambi i cerai lamentano l’assenza di aiuti economici da parte del Governo per il settore legato strettamente alle attività bloccate dal Covid ma considerato alla stregua degli altri esercizi commerciali. “Il nostro non è considerato un indotto delle manifestazioni religiose – sottolinea Viola – non siamo direttamente bloccati a causa della pandemia, però è bloccato tutto quello per cui noi operiamo, attività connesse. Per questo non abbiamo diritto ad alcuna forma di tutela e dobbiamo stare aperti, anche se non abbiamo commesse”. L’incertezza delle aperture non aiuta. Anzi, in alcuni casi rappresenta la beffa che si aggiunge al danno. “Io ho messo un dipendente in cassa integrazione durante il primo lockdown – prosegue Leonardi – ma poi l’ho richiamato perché non si sapeva se avremmo potuto riprendere a lavorare o no”. Oggi, quel lavoratore è una spesa fissa, una perdita che si accumula alle altre: stare aperti senza fatturare, d’altronde, costa.

Concorrenza sleale

Per questo chiede allo Stato di azzerare i debiti accumulati nel 2020 dalle imprese nei confronti dello Stato stesso. “Se no – afferma – anche quando potremo tornare a lavorare non saremo in grado di rialzarci perché schiacciati dai debiti. Partiremo tutti da sotto zero, e questo potrebbe rappresentare la mazzata finale”. Accanto a tutti questi problemi c’è quello della materia prima che porta finanche a una concorrenza sleale. I cerai lamentano un eccessivo abbassamento dei prezzi della materia prima che, negli anni, ha costretto molti ad allinearsi al ribasso. “Se io vendo la cera a 3,50 euro al chilo, c’è chi la vende a 2,80 – dice Giorgio Viola. Il prezzo dovrebbe essere più alto ma non resta che allinearsi al mercato”. “Qualcuno di quelli che è rimasto ha giocato al ribasso eccessivo – conferma Leonardi – tanto da sfiorare la concorrenza sleale”.


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