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In Italia lo stipendio non basta più. Ora la sfida è lavorare meno

Lavoro e stipendio non sono più sufficienti per garantire soddisfazione e realizzazione personale, secondo l'87% degli occupati in Italia. Il rapporto Censis-Eudaimon e le nuove preferenze degli occupati: lavorare meno e avere più tempo libero

In Italia lo stipendio non basta più, gli italiani sono delusi e così il lavoro non è più al centro nella vita. Anzi, far ruotare tutto intorno al lavoro è proprio “un errore“. Lo pensa oltre l’87 per cento degli occupati in Italia, secondo il settimo Rapporto Censis-Eudaimon sul welfare aziendale. Il lavoro ha minore presa perché, economicamente, non è più gratificante. Lo stipendio, per il 62 per cento degli occupati, non consente infatti di realizzare le proprie ambizioni. A questo si aggiunge la frustrazione di chi svolge un lavoro inadeguato al titolo di studio o alle proprie competenze: è il disagio vissuto da più di un occupato su quattro. Per non parlare poi, della paura di essere licenziati (ce l’hanno tre lavoratori su dieci) perché il proprio lavoro in futuro potrà essere svolto dalle nuove tecnologie, con lo spauracchio “Intelligenza Artificiale” in testa.

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Tutto ruota intorno al lavoro? Non è più così

Nonostante l’onda delle dimissioni sia in rallentamento (si lascia un’occupazione solo per avviarne un’altra), tra gli italiani il lavoro ha smesso di essere quel “baricentro” intorno al quale ruotavano tutte le altre cose: le attività, la famiglia i progetti, i viaggi. Non più “misura del successo personale e sociale, fonte di gratificazione economica e immateriale e riferimento identitario”, scrivono gli esperti del Censis. Mentre, infatti, per l’87,3 per cento degli occupati “fare del lavoro il centro della propria vita è un errore”, per un altro 52,1 per cento il lavoro oggi “influenza meno la vita privata rispetto al passato”. Pensiero trasversale a tutte le fasce d’eta. Accade così per il 54,2 per cento dei 18-34enni, il 50,1 per cento dei 35-49enni e il 52,6 per cento degli over 50. Si tratta di un cambiamento profondo dell’approccio al lavoro. Prevale un giudizio sociale negativo verso il modello più tradizionale, e a lungo nettamente prevalente, della vita della persona costruita intorno al lavoro.

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L’obiettivo degli italiani è lavorare meno

I dati Censis lo certificano con assoluta chiarezza: nella cultura sociale del nostro tempo si diffonde sempre più la convinzione che la vita individuale non debba più essere organizzata intorno alla centralità del lavoro. Infatti, ben il 67,7 per cento degli occupati in futuro vorrebbe ridurre il tempo dedicato all’attività lavorativa ed è il 65,5 per cento tra i giovani e quasi il 66,9 tra gli adulti, ed il 69,6 per cento tra gli anziani. Vorrebbero ridurre il tempo dedicato al lavoro nel proprio futuro, il 68,4 per cento dei dirigenti, il 71,2 per cento degli impiegati, il 68,4 per cento degli operai. E poi il 69,4 per cento degli occupati con la licenza media, il 65,7 per cento dei diplomati e il 69,8 per cento dei laureati. In ogni caso già oggi il 30,5 per cento degli occupati, che sale al 34,7 per cento tra i giovani, dichiara esplicitamente che nel lavoro si impegna solo lo stretto necessario, rifiutando gli straordinari, non accettando chiamate o mail fuori dall’orario di lavoro ed eseguendo solo quel che gli compete per mansione.

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L’intrusione del lavoro nei tempi della vita privata

La voglia di avere più tempo libero rispetto a tempo di lavoro si traduce anche nel fatto che ben il 72,7 per cento degli occupati è disposto a destinare un’ora in più al lavoro piuttosto che alle attività del tempo libero solo in cambio di molti più soldi rispetto all’ordinario ed al recente passato. “Il valore economico che le persone vogliono ricavare da un’ora in più di lavoro è molto più alto del passato, perché è più alto il valore soggettivo attribuito al tempo dedicato ad attività diverse dal lavoro”, sottolinea Censis. E in effetti si tratta della gerarchia dei valori che sta cambiando o che si è già modificata. Con effetti, secondo gli esperti, che saranno ben visibili su economia e vita collettiva. E che porteranno gli occupati a tracciare dei confini netti per separare il lavoro dalla vita privata. “È facile prevedere – si legge nel rapporto – che nei prossimi anni si accentuerà il ricorso a strategie individuali di tutela dall’intrusione del lavoro nel tempo di vita”.

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Le responsabilità dell’azienda, che “non è attenta”

In questo nuovo scenario, l’azienda avrebbe delle responsabilità precise. “Non è attenta al benessere psicofisico dei propri lavoratori”, dice il 61,7 per cento dei dipendenti. I dirigenti però si dicono abbastanza contenti (il 60,8 per cento di giudizi positivi sull’attenzione aziendale al benessere psicofisico). Di tutt’altra opinione gli impiegati con il 37,7 per cento di giudizi positivi e gli operai con il 31,6 per cento di giudizi positivi. La spaccatura nelle aziende lungo la linea gerarchica è presente anche nel giudizio sulle retribuzioni con l’81,4 per cento di dirigenti per i quali essa consente di realizzare le proprie ambizioni, contro il 37,3 per cento degli impiegati e il 24,2 per cento degli operai. “Sentirsi ascoltati, presi in considerazione, riconosciuti” è infine un desiderio trasversale tra tutti i lavoratori.

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Agostino Laudani
Agostino Laudani
Giornalista professionista, nato a Milano ma siciliano da sempre, ho una laurea in Scienze della comunicazione e sono specializzato in infografica. Sono stato redattore in un quotidiano economico regionale e ho curato la comunicazione di aziende, enti pubblici e gruppi parlamentari. Scegliere con accuratezza, prima di scrivere, dovrebbe essere la sfida di ogni buon giornalista.

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