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Innocenti in carcere, quattro storie siciliane di malagiustizia 

Intercettazioni interpretate male, false testimonianze, calunnie prive di ogni fondamento, indagini condotte con superficialità: ecco come la Giustizia ha sbagliato clamorosamente

Tra i tanti volti della malagiustizia, quello dell’ingiusta detenzione è certamente il più odioso. La storia della giustizia italiana è piena di pagine vergognose fatte di vittime innocenti finite dietro le sbarre. Quello di Giuseppe Gulotta è considerato il caso più emblematico di errore giudiziario in Sicilia: condannato all’ergastolo nel 1989 perché ritenuto responsabile di quella che è passata alla storia come la “strage di Alcamo marina” (in provincia di Trapani), Gulotta è rimasto in carcere e poi ai domiciliari 36 lunghissimi anni. Da innocente. 

Strage di Alcamo per Giuseppe Gulotta un calvario lungo 36 anni: “Ora ridatemi la mia vita”

Un clamoroso pasticcio della giustizia italiana consumato ai danni di un uomo che fu “costretto”, durante la stesura del verbale, a confessare l’omicidio mai commesso di due carabinieri. “Non ho rancore verso l’Arma dei Carabinieri ma ora restituitemi la mia vita”, disse Gulotta ai magistrati. Gulotta fu risarcito ma quella vita “strappata via” non fu possibile restituirgliela, neanche quando, dopo un lungo processo di revisione concluso nel 2012, fu assolto da ogni accusa. Oggi una Fondazione porta il nome di Giuseppe Gulotta e porta avanti quell’ideale di solidarietà intesa come valore universamente riconosciuto e dunque non ispirata solo dall’idea di giustizia. “L’idea solidaristica organica della fondazione – si legge sul sito della Fondazione – è solidarietà intesa come virtù sociale. Essa si dirige verso coloro che sono stati colpiti da altri uomini, verso coloro che hanno patito un dolore evitabile, arbitrario ed inutile. In generale si può dire che la prima forma di solidarietà è proprio realizzare la giustizia e dare a ciascuno il suo (libertà= ciascuno sia se stesse). Per questo la solidarietà non può ridursi ad assistenza e tanto meno a elemosina, ma oggi nella nostra società assume una dimensione giuridica e politica (l’intervento dei poteri pubblici e l’organizzazione della società in funzione dei diritti di tutti e specialmente dei più deboli)”. Una vicenda che ha dell’incredibile, quella di Gulotta, e di cui ancora si discute (qualche giorno fa la città di Marsala ha ospitato “Le vite perdute dalle vittime degli errori giudiziari”, una due giorni organizzata dall’Ordine degli Avvocati e dalla Camera penale) e che fa il paio con tante altre storie di uomini e donne finiti in cella per colpa di intercettazioni interpretate male, di false testimonianze, di calunnie prive di ogni fondamento, di indagini condotte con superficialità. 

Michele Nicosia, 439 giorni in cella ma col delitto non c’entrava nulla

Dietro le sbarre da innocente è finito anche Michele Nicosia, 59enne di Villarosa (En), ingiustamente accusato di aver avuto un ruolo nell’omicidio di un autotrasportatore. Nicosia disse più volte ai magistrati di non avere nulla a che fare con quell’omicidio ma non fu creduto e rimase in carcere dal 22 febbraio al 14 dicembre 2017 e poi dal 13 luglio al 29 novembre 2018. Per lui 439 giorni in cella ma poi un risarcimento da centomila euro disposto dalla Corte di Appello di Caltanissetta dopo aver appurato che con quel delitto lui non c’entrava nulla. Antonio Impellizzeri, avvocato difensore di Nicosia, parlò di una vicenda giudiziaria “molto complessa ed articolata,  nelle sue fasi cautelari e di merito, ove diversi giudici e la stessa Suprema Corte di Cassazione penale, più volte aditi dalla difesa e dalla pubblica accusa, avevano  reso ed enunciato criteri di valutazione e principi di diritto contrastanti, nonostante il compendio probatorio fosse immutato nei vari gradi di giudizio”. Secondo Impellizzeri, l’incredibile storia di Nicosia “rappresenta un esempio emblematico, tipico della insidia insita in ogni processo penale, soprattutto quelli con collaboratori di giustizia, ossia che in Italia anche un innocente può finire ingiustamente in prigione senza avere fatto nulla. Bisogna solo avere fiducia e credere fermamente nei valori della difesa e della giurisdizione. Uno stato di diritto evoluto come il nostro sa riconoscere e porre rimedio ai propri errori e questo è il valore più importante”.

Calogero Marretta nella trappola di una parente: arrestato per una falsa intercettazione 

Calogero Marretta, palermitano, ha trascorso 1.119 giorni in prigione per un omicidio che non aveva commesso. Con l’uccisione di Vito Damiano, un anziano di Prizzi accoltellato nella sua abitazione di campagna a settembre 2007, lui non c’entrava assolutamente nulla. Marretta non fu vittima solo della malagiustizia ma anche di una parente con cui era in lite e che riuscì ad “incastrarlo”. Marretta fu prima arrestato sulla base di una intercettazione, poi assolto dalle accuse e risarcito con 210mila euro. Ma la quarta sezione della Cassazione, a dicembre dello scorso anno, ha imposto di rivedere al rialzo l’indennizzo riconosciuto alla vittima. Marretta fu prima arrestato sulla base di una intercettazione, poi assolto dalle accuse e risarcito con 210mila euro. La Cassazione, infatti, ha ritenuto erroneo il fatto che i giudici palermitani abbiano considerato come “colpa lieve” e dunque come un elemento per ridurre l’entità del risarcimento – la scelta che fece a suo tempo Marretta di avvalersi della facoltà di non rispondere.

Leonforte(En), quattro mesi di carcere per uno stupro mai avvenuto

E’ il sito Errorigiudiziari.com a riportare l’incredibile vicenda di G.P. un giovane di Leonforte, in provincia di Enna. Per lui 120 giorni di detenzione e 14 mila euro di risarcimento per ingiusta detenzione. I fatti risalgono al 2014. G.P., come Calogero Marretta, fu vittima di alcuni parenti, le due sorelle in questo caso, che gli rivolsero un’accusa pesantissima, quella di aver violentato una minorenne. La falsa accusa costò a G.P. oltre quattro mesi di carcere. Eppure, riporta il sito Errorigiudiziari.com “che non si fosse trattato di stupro, era stato chiarito fin dal primo momento dal referto ginecologico, che strideva con il racconto dell’accusa: la ragazza (sorella della giovanissima fidanzata dell’epoca di G.P.) sosteneva che il giovane l’aveva costretta a subire un rapporto completo, interrotto solo dal rocambolesco intervento della sorella e del ragazzo che era con lei. Ma di quel rapporto non c’era traccia. Così i giudici, nella sentenza di assoluzione divenuta irrevocabile, sono giunti a una ricostruzione molto diversa. Vi era stato un litigio, durante un incontro amoroso, poi il rientro a casa in preda alla rabbia (il giovane aveva litigato con tutte e due le sorelle) e una successiva richiesta di spiegazioni da parte di un genitore. A quel punto la decisione di inventare una violenza”.

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Patrizia Penna
Patrizia Penna
Sono nata a Catania nel 1980, mi sono laureata con lode in Lingue e Culture europee all'Università di Catania. Giornalista professionista, dal 2006 lavoro nell’informazione. Ho lavorato come redattore al Quotidiano di Sicilia, ho curato contenuti ma anche grafica e impaginazione. Mi sono occupata di organizzazione di eventi e pubbliche relazioni. Ho moderato convegni e tavole rotonde su politica, economia, lavoro e parità di genere ed ho partecipato a diverse trasmissioni radiofoniche, anche di respiro nazionale, come Caterpillar (Rai Radio 2) e Tutta la città ne parla (Rai Radio 3). Ho tenuto lezioni di giornalismo in licei e istituti tecnici di tutta la Sicilia

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