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Internet delle cose sempre più a basso costo grazie al network server

Loriot è la startup che, tra i primi sul mercato, si occupa dell'elemento intermedio che permette di gestire connessioni e sicurezza sul cloud. A capo c'è il catanese Dario Maccarrone

Quarant’anni, laureato in ingegneria informatica a Catania, master in sicurezza delle informazioni e delle comunicazioni, esordi professionali a Roma in Telecom Italia come risk analyst, quindi product manager delle offerte di banda larga, successivamente a Madrid con Telefonica per un programma di talent exchange, Dario Maccarrone, per quattro anni responsabile del TIM WCAP di Catania, è dal 2017 a Valencia dove è chief marketing officer di Loriot, una start up svizzera specializzata nell’Internet delle Cose (IOT).

Raccontaci di Loriot. Di cosa si occupa l’azienda?
Il termine “Internet of Things” risale agli anni ‘80 del secolo scorso, ma per decenni la sua crescita è stata molto molto lenta. Troppo complesso e costoso. Semplicemente le tecnologie non erano sufficientemente mature. Lo sono diventate negli ultimi anni. Nel 2015 viene progettato un nuovo protocollo trasmissivo, LoRaWAN, che consente di trasportare dati ad ampissimo raggio e consumi estremamente bassi. Tutta la complessità, la gestione delle connessioni e la sicurezza si spostano sul cloud. L’architettura richiede infatti un elemento intermedio, il network server. Questo elemento è esattamente ciò di cui Loriot si occupa tra i primi sul mercato.

E la sede di Valencia dove tu vivi e lavori?
Il primo dipendente di Loriot si trasferì a Valencia per ragioni personali e qui si decise di realizzare una sede strategica in quanto risultava più semplice, e più economico rispetto alla Svizzera, attrarre il talento. Poco dopo arrivò la sede di Budapest perché i primi grandi clienti erano nell’area dell’est Europa. Valencia oggi è la sede più grande, dove CMO, CFO e CTO (tre Italiani) sono basati lì assieme a tutto il team di sviluppo e operations.

In che modo si è finanziata la start up?
La startup è praticamente “bootstrapped” fatta eccezione per un piccolo investimento di un angel investor nei primi mesi dalla costituzione a circa un anno dall’inizio delle attività. Il timing dell’arrivo sul mercato è stato impeccabile ed una soluzione di alta qualità ha fatto il resto contribuendo all’ottima reputazione di cui continuiamo a godere.

Dal punto di vista della governance, per cosa si caratterizza il modello di Loriot?
Mentre al principio erano i due founder a indirizzare la strategia garantendo però sempre ampia autonomia operativa ai responsabili di area nel proprio ambito di riferimento, negli ultimi anni tutti i processi decisionali di alto livello sono discussi in maniera collegiale all’interno del management board di cui fanno parte tutti i C-level. Ci riuniamo una volta alla settimana in un clima di grande armonia anche quando le opinioni differiscono, la relazione tra noi è sempre basata su onestà, trasparenza e grande rispetto reciproco.

Com’è andata nell’anno della pandemia?
Il 2020 nonostante un certo rallentamento si è chiuso per noi positivamente ed il primo semestre 2021 è da record, abbiamo quindi risorse sufficienti per continuare a crescere in maniera organica. Tuttavia abbiamo grandi ambizioni e un partner strategico potrebbe essere ciò di cui abbiamo bisogno in questa fase della nostra crescita per fare un ulteriore balzo in avanti. Vediamo cosa ci riserverà il futuro a questo riguardo.

Parliamo un po’ delle tue pregresse esperienze professionali. Quale è la più bella eredità della tua esperienza in Telecom?
Senza ombra di dubbio, sono le relazioni e le persone che ho incrociato negli anni e nei vari ruoli ricoperti la mia più bella eredità. I miei mentor e quelli di cui io sono stato mentor, tutti mi hanno insegnato qualcosa e conservo anche ottimi amici, compagni di viaggio con i quali siamo spesso in contatto. Lavorare in TIM è stata una grande fortuna perché mi ha dato la possibilità di scoprire la mia vocazione, sperimentando su me stesso vari ruoli in ambiti molto distanti.

E in particolare dell’esperienza di community manager di TIM WCap a Catania?
Le mie responsabilità in TIM WCAP erano molteplici, fra le tante attività svolte quelle da cui traevo maggior soddisfazione personale sono state due: l’attività di mentorship e la gestione della community. In entrambi i casi è necessaria grande generosità. Ma se da un lato richiedono grande energia, dall’altro sanno restituire altrettanta energia elevata a potenza. E i moltiplicatori ancora una volta sono le persone. Poter osservare gli effetti di questa energia nuova è stato un assoluto privilegio, sapere di aver contribuito a che giovani imprenditori liberassero il proprio potenziale estremamente appagante.

Cosa manca a Catania per diventare un vero ecosistema dell’innovazione, nonostante i buoni risultati (vedi il ranking di Startupblink) degli ultimi due anni?
Non credo molto alle classifiche e ai ranking, spesso un buon piazzamento è alla stregua di una “vanity metric” e dovrebbe essere considerato uno stimolo a fare meglio piuttosto che un riconoscimento da celebrare. Detto questo, ci sono aspetti dell’ecosistema catanese che funzionano molto bene. Dal mio punto di vista esterno vedo un ecosistema molto più maturo rispetto al passato dove c’erano ancora troppi pochi attori in campo.

Cosa manca allora?
A mio avviso sono tre gli elementi critici concatenati fra loro. 1. Mancano i capitali, investitori e player internazionali di rilievo. Non ci sono grandi attori nazionali o internazionali con base in Sicilia che scommettono sulle startup locali e partecipano allo sviluppo dell’ecosistema. 2. A volte sembra che le imprese, anche quelle che crescono e i casi di successo, abbiano paura di uscire dall’ombra del vulcano. La retorica del “noi vogliamo mantenere l’azienda in Sicilia, vogliamo creare valore per il nostro territorio” o persino ” vogliamo attrarre i talenti stranieri a Catania” rappresenta un grande limite. 3. L’assenza delle istituzioni. Rispetto ad altri hub nazionali come Roma o Milano o altri ecosistemi stranieri, le istituzioni in Sicilia sono completamente (o quasi) assenti mentre dovrebbero giocare un ruolo fondamentale per creare le condizioni ottimali al fiorire dell’ecosistema

È improponibile un confronto tra l’ecosistema di Valencia e quello di Catania? O ci sono similitudini tra i due contesti?
A Valencia vedo quello che Catania potrebbe diventare. L’ecosistema valenciano è molto maturo e consolidato, e può già vantare un paio di unicorni se vogliamo usare questo come parametro di successo. Per farlo ha messo in campo grandi risorse anche economiche e la volontà di competere con hub nazionali molto più forti come Madrid e Barcellona. Gli obiettivi erano chiari e ben definiti e tutti gli attori, indipendentemente dalle inevitabili rivalità, hanno remato nella stessa direzione. In pochi anni Valencia è diventata la città in Spagna con il più alto numero di startup pro capite e si è posizionata come città d’attrazione per i nomadi digitali alcuni dei quali hanno poi avviato i loro progetti imprenditoriali con successo. Catania potrebbe intraprendere un percorso simile, ma sarebbe necessario definire in primo luogo gli obiettivi a medio e lungo termine (e misurarli scrupolosamente) ed il posizionamento che si vuole occupare nel panorama nazionale e internazionale. Serve una visione e poi lavorare duramente ed impiegare risorse affinchè questa visione si concretizzi.

Sei anche mentor di tante startup. Quelle di successo che hai conosciuto, quali caratteristiche hanno?
Si, l’attività di mentorship mi ha sempre appassionato. Oggi, oltre a continuare a seguire alcune delle startup catanesi accelerate durante i miei anni a WCAP, sono mentor in diversi programmi (GetIt di Cariplo Factory, Grow Movement, Collabfor.It e di recente anche People4Growth). Il successo è determinato da tanti fattori, alcuni anche poco controllabili in realtà. Fra tutte le possibili chiavi per il successo, due a mio avviso sono quelle fondamentali, una interna e l’altra esterna. La variabile interna è il team e non dico niente di nuovo se affermo che le persone fanno tutta la differenza. Il fattore esterno è invece il product-market fit perchè non può esserci successo se il mercato non recepisce positivamente ciò che la startup ha da offrire.

Tema di grande attualità per le start up è la sostenibilità. Non c’è il rischio che stia diventando anche una moda per catturare l’attenzione dei media?
Io sono fermamente convinto che una maggiore sostenibilità sia non solo necessaria ma anche un dovere di tutti noi, tanto nella vita privata che professionale, ancor più se si fa impresa e si vuole avere un impatto sulla società. È una moda? forse, ma ben venga. Io ritengo che trasformazione digitale e transizione ambientale possano andare in parallelo; ad esempio nel settore dell’IoT cui io mi dedico con Loriot, i casi d’uso di maggior successo sono quelli che, oltre a generare ricavi, fanno risparmiare risorse e ottimizzare i processi, producono anche un impatto positivo sull’ambiente. Ancor meglio se i media possono farne da cassa di risonanza. Viceversa, perseguire la sostenibilità solo a parole ed esclusivamente per ottenere attenzione lo considero profondamente sbagliato. Aggiungo però che sarebbe compito di chi fa informazione non cadere nel tranello ma verificare la realtà dei fatti.

Rosario Faraci
Rosario Faraci è Professore Ordinario di Economia e Gestione delle Imprese all’Università degli Studi di Catania e tiene gli insegnamenti di Principi di Management, Marketing, Innovation and Business Models. È delegato del Rettore aIl’Incubatore di Ateneo, Start-up e Spin-off, presidente del comitato scientifico di Start Cup Catania e consigliere nazionale dell’associazione PNI Cube. E’ stato Visiting Professor di Strategic Management alla University of Florida. È giornalista pubblicista dal 1987.

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