La paura del contagio nelle professioni di aiuto

Quali sono i sentimenti e gli atteggiamenti di medici, infermieri e operatori sanitari coinvolti in prima linea con l’emergenza sanitaria?

La paura del contagio è un tema sempre discusso quando si ha a che fare con il contatto con persone che soffrono di infezioni. Il contagio spaventa perché viaggia e si riproduce proprio grazie al nostro essere sociali e porta con sé tutta una serie di atteggiamenti, credenze, pregiudizi, stereotipi e stigma. Le emozioni, in questo scenario, giocano un ruolo fondamentale stravolgendo le scelte più pianificate o basate su dati di fatto. Ma quali sono i sentimenti e gli atteggiamenti di medici, infermieri e operatori sanitari coinvolti in prima linea con l’emergenza sanitaria, professionisti e non, formati per proteggere, preservare e promuovere la salute degli altri, prima ancora della loro?

In virtù dei doveri che medici, infermieri e operatori sanitari hanno nei confronti di ciascun paziente, metteranno in atto atteggiamenti contraddittori. In alcuni casi, si assiste a una degenerazione verso il pregiudizio sui presunti moderni untori. E la principale motivazione è la paura di essere contagiati: stare a contatto con soggetti infetti o in attesa di una diagnosi certa, non è mai una situazione semplice da gestire. Una delle reazioni più tipiche in questi casi è sperimentare paura, emozione primaria, fondamentale per la nostra difesa e sopravvivenza, timore che li induce, inconsapevolmente, a offrire loro cure in maniera meno attenta e precisa rispetto a quelle che offrirebbero a qualunque altro paziente. Paura di contaminarsi se si frequentano determinati luoghi o ambienti. La paura vive di contagio, ci spinge a temere il prossimo.

Tra le malattie più comunemente temute troviamo: l’AIDS, l’epatite, le malattie trasmesse sessualmente, il virus Ebola ma anche il raffreddore e l’influenza. La paura di manzoniana memoria sembra essersi materializzata oggi, con il volto nuovo del coronavirus. Medici, infermieri e operatori sanitari svolgono in queste ore un lavoro carico di responsabilità, soprattutto in quei reparti maggiormente coinvolti, come la rianimazione, sviluppando una situazione di ipocondria, forti pressioni e alti livelli di stress, che possono compromettere la prestazione stessa. Talvolta, pur di svolgere il loro lavoro nei migliori dei modi, sebbene impreparati, possono incorrere in quello che viene definito Burnout (sindrome da stress lavorativo acuto), caratterizzato da esaurimento emotivo, irrequietezza, apatia, depersonalizzazione e senso di frustrazione, frequente soprattutto nelle professioni di aiuto.

Seguire le poche ma preziose indicazioni delle autorità sanitarie richiede un minino di attivazione e concentrazione, una limitata dose di paura e allerta sono fondamentali per potersi attivare senza perdere di lucidità. Il limite fra una funzionale attivazione (stress buono) e un eccesso di allerta con comportamenti poco lucidi e controproducenti (stress cattivo) è sottile. Discriminazione e paura sono dimensioni ricorrenti in medici, infermieri e operatori sanitari che lavorano a contatto con pazienti affetti da malattie trasmissibili e che vanno diminuendo con l’avanzare dell’età cronologica; sentimenti di accettazione dei pazienti potenzialmente contagiosi, aumentano con l’aumentare dell’anzianità di servizio. Questi i dati di uno studio condotto su un campione di professionisti dell’aiuto (medici, infermieri, ecc.) che diversamente entrano in contatto con persone che soffrono di infezioni, diverse malattie accomunate dalla pericolosità della trasmissione. Contrariamente a quanto si è soliti pensare sono più gli uomini a manifestare questi atteggiamenti di paura e discriminazione, rispetto alle colleghe donne. Una differenza emerge in coloro i quali sono abituati a lavorare quotidianamente in reparti ad alto rischio a contatto con pazienti con malattie trasmissibili (infettivologi, immunologi),  non mostrano differenze nel trattamento anzi, anche quelli che inizialmente presentavano atteggiamenti pregiudizievoli e discriminanti (legati per l’appunto alla paura del contagio), col tempo, grazie alla formazione, l’esperienza e alla loro etica personale sono stati in grado di arginare la preoccupazione.

Infine, altro dato emerso dallo studio e che ci collega alla conclusione, è quello secondo cui la formazione di medici, infermieri e operatori sanitari si dimostra di primaria importanza. La formazione, la competenza nella cura dei pazienti che soffrono di infezioni e la prevenzione dei rischi professionali correlati all’infezione appare strategicamente importante. I risultati sono migliori e più promettenti per quei professionisti che hanno ricevuto una formazione specifica recente in materia (i tre anni precedenti). In questi, i punteggi relativi a discriminazione, tolleranza e paura sono significativamente più bassi. Non bisogna solo pensare di affiancare loro esperti tossicologici o infettivologi ma, risulta necessario strutturare una vera e propria equipe multidisciplinare che integri al suo interno esperti psicologi che aiutino gli operatori nell’affrontare la quotidianità lavorativa permeata dalla percezione del rischio di contagio costante. Esperti che aiutino loro a capire “chi sta controllando che cosa”.

Il ruolo dello psicologo risulta, in questa prospettiva, di fondamentale importanza nell’accompagnare, in questo percorso, tutti i professionisti dell’aiuto, offrendo loro strumenti validi per affrontare al meglio la loro routine lavorativa a contatto con infetti. La struttura ospedaliera e sanitaria, fornendo loro questo supporto psicologico, li metterà nelle condizioni di sentirsi capiti e appoggiati nello svolgimento di un lavoro così delicato.

Per approfondire   https://www.mdpi.com/185252

Tiziana Ramaci
Professore Associato di Psicologia del lavoro e delle organizzazioni presso l'Università degli Studi di Enna "Kore". I suoi interessi di ricerca si concentrano prevalentemente sulla Psicologia della salute occupazionale e promozione della sicurezza negli ambienti di lavoro. Lavora costantemente sui temi dell’orientamento professionale e delle carriere internazionali. È membro dell’International Commission on Occupatinal Health - ICOH; Commission Internationale de la Slaute au Travail – CIST;

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