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La triste fine delle Terme di Sciacca, ovvero quando la burocrazia uccide

Bilanci in perdita, politica latitante, burocrati protagonisti e il ruolo bifronte della Regione. Ecco come è morta un'azienda di prestigio. La sesta puntata dell'analisi sugli stabilimenti termali siciliani del professor Rosario Faraci

Il termalismo siciliano corre sul binario Sciacca-Acireale. Due città diverse, accomunate da tante caratteristiche (città di mare, il Carnevale, la vocazione turistica) e dal medesimo destino, quello di vedere sgretolato il grande patrimonio termale per colpa della balbettante politica e, ancor di più, della potente burocrazia regionale. Tutto è cominciato con la sventurata decisione di mettere in liquidazione le due società partecipate che, nate nel 2006 a seguito del conferimento dei beni, crediti, debiti e diritti appartenenti alle rispettive aziende autonome e dunque già segnate fin dall’inizio nella loro sorte economico-aziendale, appena tre anni dopo venivano condannate a morte dalla legge regionale del 2010.

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Costi insostenibili

Abbiamo raccontato dei primi tre anni di Acireale. Adesso facciamo la stessa cosa per Sciacca. Il primo bilancio, quello chiuso al 31 dicembre 2006, fece registrare un rosso pari a 475.739 euro su un fatturato superiore ai due milioni di euro, determinato in parte dal corrispettivo delle prestazioni termali in convenzione, in altra parte dai ricavi di gestione del Grand Hotel delle Terme. Sul risultato d’esercizio furono determinanti due voci: il costo del personale per 809.460 euro e il costo per servizi di poco inferiore a settecentomila euro. Vicino a 200 mila euro invece fu il costo della governance per sindaci ed amministratori, con un consiglio di amministrazione presieduto dal dottor Carmelo Cantone. A onor del vero, gli amministratori dell’epoca fecero presente alla Regione siciliana che era aziendalmente impossibile mantenere tutte le unità lavorative in forza alla società delle Terme, dato che i ricavi non espandibili non erano in grado di coprire tutti i costi, in particolare quelli del personale. Come per Acireale, anche a Sciacca gli zelanti burocrati regionali chiesero però la predisposizione di un piano industriale per fronteggiare la situazione. Non andò meglio l’anno successivo.

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Il ruolo bifronte della Regione

Il 2007 fece registrare una perdita d’esercizio di 373.872 euro. I debiti, ereditati dalla vecchia azienda autonoma, che il primo anno erano stati di poco superiori a tre milioni di euro, aumentarono di ulteriori 350 mila euro, a fronte di crediti pari a 1.687.895 euro. Come per Acireale sullo stato di salute della società delle Terme di Sciacca pesò un’altra spada di Damocle. In bilancio vennero iscritti crediti verso soci per versamenti dovuti pari a 1.835.000 euro, corrispondenti alle azioni sottoscritte dal socio Regione siciliana l’anno prima. Quell’aumento di capitale sociale, evidentemente suggerito dalla burocrazia regionale, fu contestato però come aiuto di Stato e quindi, in sede di verbalizzazione, fu la stessa Regione a sollevare il problema. Gli amministratori fecero presente che, in assenza di quelle risorse, ogni tentativo di risollevare le sorti aziendali sarebbe stato vano, perché la situazione dal punto di vista finanziario era di per sé già appesantita dalla questione del personale. La Regione fece orecchie da mercante. Però ci sia consentito rilevare un paradosso: con la mano destra la burocrazia suggeriva e consigliava, con quella sinistra puniva e vietava.

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Il colpo di grazia

Il terzo anno di questo calvario diede il definitivo colpo di grazia. Nel 2008, a fronte di ricavi pressoché stabili – ma vallo a spiegare ai burocrati regionali che il fatturato delle aziende termali è tendenzialmente stabile nel tempo alla voce prestazioni convenzionate – la perdita di esercizio fu di 883.151 euro. I debiti superarono i quattro milioni di euro. Rinviando ogni anno la perdita all’esercizio successivo, nel frattempo il patrimonio netto cominciava ad erodersi. Anche per questa annualità il Cda presieduto dal dott. Cantone provò a giustificare, con le motivazioni di sempre, i risultati negativi. Per difendersi da responsabilità, intimò alla Regione Siciliana di versare l’aumento di capitale deliberato due anni prima, ma con grande astuzia e abilità dei suoi burocrati la mamma Regione postergò ogni decisione al 31 dicembre 2009, prolungando così l’agonia della società.

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Scaricabarile verso il baratro

Il bilancio al 31 dicembre 2009 venne firmato dal dottor Carlo Turriciano, nel frattempo subentrato quale amministratore unico al Consiglio di Amministrazione guidato da Cantone. Anche l’uomo forte nominato dalla politica regionale non riuscì a far nulla per impedire il lento scivolamento delle Terme di Sciacca verso il baratro. La perdita di esercizio fu superiore ai tre milioni di euro, i debiti schizzarono a 7.450.378 euro, il costo del personale raddoppiò rispetto all’anno precedente. Sul risultato pesarono gli oneri di competenza degli esercizi precedenti e dunque iniziò da allora il balletto dello scaricabarile fra i diversi amministratori che si succedevano alla guida delle Terme. La dottoressa Filippa Palagonia, in rappresentanza del socio Regione, insieme al dottor Francesco Valenti, commissario straordinario dell’azienda autonoma, approvarono quel bilancio. Per il resto, è storia nota. Dal 2010 iniziò il calvario della liquidazione e da allora, sia per Sciacca che per Acireale, è stata una lunghissima agonia.

continua

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Rosario Faraci
Rosario Faraci
Rosario Faraci è Professore Ordinario di Economia e Gestione delle Imprese all’Università degli Studi di Catania e tiene gli insegnamenti di Principi di Management, Marketing, Innovation and Business Models. È delegato del Rettore aIl’Incubatore di Ateneo, Start-up e Spin-off, presidente del comitato scientifico di Start Cup Catania e consigliere nazionale dell’associazione PNI Cube. E’ stato Visiting Professor di Strategic Management alla University of Florida. È giornalista pubblicista dal 1987.

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