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La via della seta ritorna in Sicilia. Non solo tessuti ma anche gioielli e “perle”

Un tempo era la seconda attività economica dell'Isola, ma dopo l'unità d'Italia fu lentamente abbandonata. Oggi alcuni piccoli imprenditori provano a recuperare la tradizione, anche utilizzando metodi innovativi. L'esperienza dell'allevatrice messinese Teresa Rizzo

Un tempo era l’epicentro della “via della seta del Mediterraneo”, idealmente contrapposta a quella cinese narrata da Marco Polo. Da qualche secolo la Sicilia ha abbandonato la tradizione della bachicoltura, ma oggi alcuni piccoli imprenditori stanno provando a recuperarla. Anche con modalità innovative, come la signora Maria Teresa Rizzo, proprietaria di un’azienda agricola a Savoca, in provincia di Messina. Un ettaro di terreno che da qualche anno ospita anche un piccolo allevamento di bachi. “Un tempo il messinese era il territorio maggiormente vocato alla produzione della seta. Poi la tradizione si è persa, ma oggi stiamo cercando di farla rinascere”, spiega Rizzo a FocuSicilia. Il suo allevamento ha una peculiarità. “Noi non produciamo la seta a scopo tessile, ma puntiamo sulla realizzazione di gioielli, pendenti, collane e ciondoli”, spiega la produttrice.

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Breve storia della seta sicula

La bachisericoltura venne introdotta dagli arabi nel nono secolo, in particolare nella zona del Valdemone, corrispondente all’attuale provincia di Messina, con ramificazioni nel catanese e nel palermitano. “Per secoli fu fonte di sostentamento per le famiglie, e negli anni d’oro divenne un’attività economica di punta, seconda soltanto al grano”, spiega il professor Santi Longo, già ordinario di Entomologia all’Università di Catania. “La seta era tanto importante che un editto imponeva alle famiglie la coltivazione del gelso, pianta ospite per eccellenza dell’insetto”, aggiunge il docente. La decadenza fu dettata da diversi fattori. “Da un lato ci fu l’unità d’Italia, che disincentivò molte attività economiche siciliane. Dall’altra vi fu un’epidemia di pebrina, malattia tipica del baco, sconfitta poi da Pasteur”. Le tracce di quel periodo non sono molto numerose. Longo ricorda la Casa del baco di Ficarra e il museo di Santangelo di Brolo, “che ne conservano l’eredità storica”.

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Il ciclo vitale del baco da seta

A conservare la tradizione, come detto, ci stanno pensando i privati come la signora Rizzo. L’allevamento dei bachi da seta parte dalle uova, “che sono molto piccole e vengono raccolte in apposite cassette, dove vengono alimentate costantemente con foglie di gelso”. Le quantità variano a seconda della stagione, “ma in media produciamo circa 15 cassette l’anno, che ospitano fino a 300 uova ciascuna”. Il numero di bachi allevati è dunque “intorno ai cinquemila l’anno”. Dopo il primo stadio, continua l’allevatrice, “le larve crescono esponenzialmente, aumentando il loro peso fino a seimila volte”. Si arriva così alla fase del cosiddetto “boschetto”, ovvero della sistemazione sulle cassette di rami di ginestra, in modo che gli insetti possano essere a loro agio e costruire il bozzolo, all’interno del quale compiranno la metamorfosi da bruco a falena. “È uno spettacolo affascinante, basti pensare che un singolo bozzolo può contenere fino a un chilometro di filo di seta”.

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Dal tessuto alle “perle”

A questo punto si aprono due strade, a seconda del tipo di prodotto che si intende realizzare. “Se si vuole produrre il filo per tessuti la seta va bollita e sottoposta ad alcuni trattamenti specifici, per renderla lavorabile al telaio”, spiega Rizzo. Vista la sottigliezza del filo, per raggiungere una consistenza adeguata “servono tantissimi bachi”, motivo per cui la produzione “dev’essere molto maggiore della nostra, parliamo di decine di migliaia di bozzoli i cui fili vengono lavorati insieme”. Per i propri insetti, Rizzo ha scelto una strada diversa. “Li utilizzo per realizzare dei gioielli, ciondoli, pendenti e bracciali che hanno per protagonista il bozzolo, trattato in modo da conservarsi nel tempo”. Una vera e propria “perla di seta”, che l’allevatrice vende esclusivamente in sede, per preservare la territorialità del prodotto. “Chi acquista questi gioielli deve venire a Savoca, scoprire questo paese e valorizzarlo. Per questo non ho mai voluto aprire un negozio online”.

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I costi dei gioielli

I pendenti così realizzati possono avere valore molto diverso. “Si va dai 25 euro dei modelli più semplici ai 200 euro di quelli più elaborati”, spiega Rizzo. Oltre alle “perle di seta”, il cui processo di lavorazione è già molto lungo, i gioielli possono essere impreziositi da pietre di fiume e altri materiali, “e vengono realizzati in modo artigianale”. Le attività di Rizzo non finiscono qui. L’azienda di Savoca, infatti, ospita coltivazioni di ortaggi, legumi e alberi da frutto, soprattutto agrumi. “Con i limoni della mia azienda realizzo anche un limoncello, venduto sempre in loco, e per la prossima stagione penso di avviare una coltivazione di cotone, visto che da alte parti in Sicilia sta dando dei buoni risultati”. Quanto ai bachi, l’obiettivo è portare avanti la tradizione, “per fare in modo che la Sicilia possa ricordare un momento glorioso del proprio passato”, conclude l’allevatrice.

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Valerio Musumeci
Valerio Musumeci
Valerio Musumeci (Catania, 1992), è giornalista pubblicista e scrittore. Nel 2015 ha esordito con il pamphlet storico-politico "Cornutissima semmai. Controcanto della Sicilia buttanissima", Circolo Poudhron, con prefazione della scrittrice Vania Lucia Gaito, inserito nella bibliografia del laboratorio “Paesaggi delle mafie” dell'Università degli Studi di Catania. Nel 2017, per lo stesso editore, ha curato un saggio sul berlusconismo all'interno del volume "L'Italia tradita. Storia del Belpaese dal miracolo al declino", con prefazione dell'economista Nino Galloni. Nel 2021 ha pubblicato il suo primo romanzo, "Agata rubata", Bonfirraro Editore.

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