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Le mani dei clan sulle imprese colpite dalla pandemia. L’allarme dell’Antimafia

Offerta di liquidità, acquisizioni predatorie, rapporti con le amministrazioni. E persino episodi di "beneficienza" pubblicati sui social network. Sono alcuni dei modi con cui la criminalità organizzata cerca di sfruttare la crisi generata dal Covid. La relazione della Commissione

Durante la pandemia i clan non sono rimasti a guardare. Anzi, hanno cercato di trarne vantaggio economico, spesso riuscendoci. È la sintesi della Relazione intermedia della Commissione nazionale antimafia, coordinata dall’onorevole Paolo Lattanzio, pubblicata nei giorni scorsi. La prima a fotografare il ruolo della criminalità organizzata dopo oltre un anno e mezzo di pandemia. “Le mafie attecchiscono su situazioni di disagio, sociale ed economico, andando ad aumentare disuguaglianze e fragilità”, si legge nella relazione. Nessuna sorpresa dunque che abbiano giocato un ruolo “nell’esplodere della crisi legata alla pandemia”, in particolare in quelle comunità sociali “dove avevano già messo radici e fatto danni proprio a causa di fragilità preesistenti”. Ovvero nel Mezzogiorno, e in particolare in Sicilia.

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Crisi di liquidità da 48 miliardi

Tra le conseguenza della pandemia sull’economia italiana, scrive la Commissione, c’è anzitutto la crisi di liquidità. Secondo un’analisi della Banca d’Italia, a livello nazionale, sono state 142 mila le imprese con problemi di liquidità, per un fabbisogno complessivo di circa 48 miliardi. Le misure messe in campo dal Governo hanno limitato gli effetti della crisi, mettendo al sicuro circa 110 mila imprese. Sul lungo periodo, però, una volta venuto meno il sostegno statale, “il rischio che falliscano o vengano acquisite dalle mafie è molto reale”. Un problema che i clan non hanno, osserva la relazione, è proprio quello di “liquidi”. “Considerando l’ingente disponibilità di denaro derivante dai traffici illeciti delle organizzazioni malavitose, queste potrebbero facilmente apportare liquidità ai settori in crisi”. Certo non gratuitamente.

Interessi usurai del 120 per cento

La Commissione fa alcuni esempi concreti. Come un caso avvenuto nel settembre 2020, quando il Nucleo di polizia economico-finanziaria di Catania ha eseguito un’ordinanza di custodia cautelare nei confronti di un uomo “che sottoponeva ad una crescente pressione distorsiva un imprenditore catanese attivo nel settore della ristorazione, in forte difficoltà anche a seguito della contrazione legata all’emergenza”. L’indagato aveva prestato all’imprenditore una somma di denaro, “in più tranches a partire da febbraio 2020”, e applicava un intesse usurario “superiore a 120 per cento su base annua”. Un modus operandi non certo nuovo, ma facilitato dalla situazione di emergenza dettata dalla pandemia. Casi del genere, precisa la commissione, si sono verificati in tutta Italia, da Bari a Torre del Greco, da Firenze a Como.

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“Beneficienza” in diretta social

La pandemia è stata anche l’occasione per i clan di consolidare il rapporto col territorio e ribadire il proprio prestigio attraverso il “welfare mafioso di prossimità”. La relazione cita un caso avvenuto a Palermo, nel quale un boss ostentava la distribuzione di cibo tra le famiglie più bisognose, mostrando la propria “generosità” anche sui social. Un episodio eclatante che, però, non è la regola. “Fatte salve alcune eccezioni, caratterizzate anche dalla megalomania degli attuatori come nel caso di Palermo, le azioni di controllo sociale ed aggressione della popolazione in difficoltà sono state condotte senza clamore”, scrive la Commissione. Le operazioni sono state condotte con “un lavoro sistematico di avvicinamento, offerta di aiuto, erogazione di servizi di prima necessità e conseguente raccolta di future disponibilità a collaborare”.

Rischio di acquisizioni predatorie

Accanto a queste manifestazioni più o meno plateali, esistono metodi di interferenza più nascosti e insidiosi. “Tra i segnali più frequentemente utilizzati per segnalare il rischio di infiltrazioni criminali vi è la verifica del titolare effettivo”, scrive il centro studi Cerved, citato dalla Commissione. “Analizzando in profondità i dati sui soci e sugli esponenti di oltre 700 mila società di capitale italiane, Cerved ha identificato circa diecimila imprese che hanno cambiato il titolare effettivo (l’1,3 per cento del totale) nel periodo che va dallo scoppio della pandemia (marzo 2020) a ottobre 2020”. Il fenomeno ha inciso maggiormente in Sicilia, ma anche in Campania e nel Lazio. “I settori più interessati da operazioni sospette sono l’autonoleggio, la distribuzione carburanti e i giochi e le scommesse”. Ma a rischio sono anche “le piccole e medie imprese, gli artigiani, gli esercizi commerciali, in particolare bar, ristoranti, alberghi”.

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Aumento delle “operazioni sospette”

Non casualmente, si tratta dei settori più colpiti dalla crisi economica innescata dalla pandemia, e di conseguenza più esposti ad azioni predatorie. L’attenzione da parte delle autorità, secondo la Commissione, è stata molto alta. “Nel corso del 2020 le segnalazioni antiriciclaggio sono aumentate dell’11,1 per cento e a causa della pandemia il numero di segnalazioni di operazioni sospette ricevute dall’Unità di Informazione Finanziaria per l’Italia (Uif) è cresciuto del sette per cento rispetto al 2019”. Il numero di operazioni sospette che dipende dagli effetti della crisi pandemica ha superato le 2.500 unità. “Tra queste, una quota rilevante è rappresentata dalle segnalazioni che hanno ad oggetto sospetti di abuso di finanziamenti pubblici e usura”. Le mani delle mafie sugli aiuti economici per le persone in difficoltà, insomma.

Al Sud più Comuni sciolti per mafia

Accanto a questo, la relazione della Commissione antimafia evidenzia anche i rapporti delle mafie a livello politico-amministrativo. Quelli che spesso portano allo scioglimento dei Comuni. Ancora una volta, “la maggior parte degli enti oggetto del provvedimento di scioglimento si trova nel Sud Italia, in particolare in Calabria, Campania e Sicilia”. Per quanto riguarda i numeri, “dal 1991, anno di entrata in vigore della normativa, a marzo 2021 sono stati emessi 354 decreti di scioglimento, 23 dei quali sono stati annullati dai giudici amministrativi. Nel complesso, sono stati sciolti 261 Comuni e sei aziende a sanitarie locali; 69 Comuni sono stati sciolti più di una volta. Nel 2019 gli enti sciolti sono stati 21, nel 2020 sono stati 11, tre nel 2021”.

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La situazione siciliana

Per quanto riguarda la Sicilia, nella tornata amministrativa prevista a ottobre andranno al voto 46 comuni, sei dei quali sciolti per mafia. Numeri alla mano, il 13 per cento del totale. Se il Mezzogiorno continua a essere osservato speciale sul fronte del rapporto tra mafia e politica, precisa la Commissione nazionale antimafia, il tema riguarda ormai da anni anche il resto d’Italia. “Non sono mancati scioglimenti anche nel Centro-Nord del Paese, come ad esempio in Emilia-Romagna, Lombardia, Piemonte, Liguria e, recentemente, anche in Valle d’Aosta”, conclude la relazione.

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Valerio Musumeci
Valerio Musumeci
Valerio Musumeci (Catania, 1992), è giornalista pubblicista e scrittore. Nel 2015 ha esordito con il pamphlet storico-politico "Cornutissima semmai. Controcanto della Sicilia buttanissima", Circolo Poudhron, con prefazione della scrittrice Vania Lucia Gaito, inserito nella bibliografia del laboratorio “Paesaggi delle mafie” dell'Università degli Studi di Catania. Nel 2017, per lo stesso editore, ha curato un saggio sul berlusconismo all'interno del volume "L'Italia tradita. Storia del Belpaese dal miracolo al declino", con prefazione dell'economista Nino Galloni. Nel 2021 ha pubblicato il suo primo romanzo, "Agata rubata", Bonfirraro Editore.

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