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Meno entrate, più spese. La situazione allarmante delle casse di Stato

Le conseguenze macroeconomiche della politica fiscale su Pil e indebitamento netto delle Amministrazioni pubbliche. Il contributo di Federica Costanzo

Dando uno sguardo agli ultimi dati Istat su Pil e indebitamento netto delle Pubbliche amministrazioni (Pa) relativi al triennio 2017-2020, pubblicati lo scorso 1 marzo, è sovente esaminato il quadro allarmante della politica fiscale. Quest’ultima include l’insieme delle scelte concernenti le entrate e le spese del settore pubblico. Ed è proprio questa differenza tra entrate e uscite a rappresentare nel 2020 un saldo passivo del bilancio pubblico. Saldo corrente negativo pari a meno 70.699 milioni di euro, in quanto le entrate correnti sono risultate minori rispetto alle uscite correnti, a causa delle misure di sostegno indotte per fronteggiare la crisi su imprese e famiglie. Il bilancio dello Stato riporta, pertanto, un deficit corrente. 

Le entrate dello Stato sono il 47,5% del Pil

Dal lato del saldo primario, così definito perché computato al netto degli interessi, si registra un disavanzo primario a meno 99.029 milioni di euro. L’incidenza sul Pil è del meno 6,0 per cento (più 1,8 per cento nel 2019). Il saldo corrente e il fabbisogno complessivo, dato appunto dalla differenza tra entrate totali e uscite totali (T – G), costituiscono i due principali obiettivi dell’azione della politica fiscale. Avendo riscontrato sui prospetti indicati una relazione G > T, questa contrazione delle entrate ci fa comprendere quanto lo Stato debba finanziare. In particolare, le entrate correnti (tributarie ed extra-tributarie) sono scese del 6,4 per cento, corrispondenti al 47,5 per cento del Pil. Tale rapporto tra le entrate fiscali e il Pil ci fa intendere quanto pervasivo sia il settore pubblico all’interno di un sistema economico. Infatti, questo indice di incidenza fiscale denota il peso che il prelievo fiscale riversa nel complesso dell’economia. Inoltre, le entrate in conto capitale, ossia ciò che entra dalla vendita di beni patrimoniali dello Stato, la riscossione di crediti o l’accensione di prestiti, sono diminuite del 7,0 per cento.

Meno entrate, ma spese più 8,6%

Di contro, si nota nel 2020 un innalzamento delle uscite totali delle Pa pari all’8,6 per cento rispetto al 2019, rapportate al 57,3 per cento del Pil. Le spese correnti sono salite del 5,8 per cento, per le quali si fa riferimento all’erogazione di compensi per il lavoro dipendente; alle spese di consumo corrente; ai trasferimenti correnti verso famiglie e imprese; ai trasferimenti all’Unione europea e agli organismi internazionali. Tra le uscite correnti solo gli interessi passivi hanno registrato una diminuzione del 5,0 per cento. Mentre le uscite in conto capitale, vale a dire i trasferimenti una tantum a famiglie e imprese e le spese per acquisire attività finanziarie, sono ovviamente aumentate del 44,6 per cento, a seguito delle misure adottate dai Dpcm emanati per via della pandemia da Covid-19.

Il finanziamento della spesa pubblica

Avendo appena esaminato gli effetti delle spese e delle entrate fiscali sul reddito di un’economia, è possibile evidenziare alcune conseguenze macroeconomiche. Tra queste, un’imposizione progressiva con una riforma fiscale accennata da Draghi rimodulando aliquote e scaglioni. Il finanziamento della spesa pubblica con imposte o, in alternativa, generando un fabbisogno pubblico che può essere finanziato a sua volta con emissione di titoli di debito oppure con emissione di base monetaria. Secondo l’economia Keynesiana, infatti, gli effetti macroeconomici della spesa pubblica dipendono dal modo in cui essa è finanziata. Infine, un’altra conseguenza riguarda i problemi di gestione del debito pubblico. La politica economica assume come obiettivo di sostenibilità del debito pubblico quello di far sì che il rapporto tra stock del debito e Pil sia non crescente nel tempo. Questo rapporto è stato anche uno degli indicatori esplicitati dagli accordi di Maastricht. 

Non si può auspicare un bilancio in pareggio

Ora, è evidente che, innalzandosi il rapporto tra debito pubblico e Pil, lo Stato si stia indebitando più della sua capacità di raccogliere imposte. In una situazione di recessione di questo tipo, dove reddito, occupazione ed entrate fiscali diminuiscono, non sarebbe auspicabile ridurre anche le uscite per volere un bilancio in pareggio. Si verificherebbe, così, un effetto in negativo sul moltiplicatore. Infatti, il governo potrebbe non avere le risorse per le uscite perché deve pagare gli interessi sul debito passato. L’eredità dei deficit passati è un debito più alto e il debito pubblico potrebbe rappresentare un onere per le generazioni future, ma la collettività è principalmente debitoria verso sé stessa.

Federica Costanzo

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